Come può convivere il grande evento della vela con il bradisismo ai Campi Flegrei
A Genova le elezioni comunali sono alle porte. Avrebbe fatto comodo presentarsi con un pacco regalo di questo tipo. A Cagliari le regionali ci son già state e ieri nella politica sarda era tutto un parapiglia, uno contro l’altro, veleni, rancori, inimicizie. È nella Campania del terzo mandato negato a De Luca, nella Napoli che nel 2026 dovrà darsi un nuovo sindaco che piove invece l’America’s Cup – il trofeo che la Nuova Zelanda ha deciso di non organizzare in casa sua perché costa troppo. Una Coppa che fra due anni rischia d’andare in scena in tono minore: si sono già ritirati gli svizzeri di Alinghi e i britannici di INEOS, due tra i sindacati che avevano investito di più per l’edizione di Barcellona.
Barcellona si è tirata indietro, Valencia pure, c’era in corsa Atene. La stampa di destra scrive stamattina che “il governo porta a Napoli l’America’s Cup”, e qualche dividendo da staccare sul tavolo delle doppie elezioni locali incrociate. Il Sole 24 Ore ripete che la sfida darà una spinta al Sud, mentre Antonio Vettese sul Giornale ricorda come il lungomare Caracciolo nel 2014 fu lo stadio per una delle regate preliminari, “una World Series con una partecipazione di pubblico incredibile forse rimasta nella testa di Dalton” – il gran capo di New Zealand che ha avuto l’ultima parola sul luogo dove difendere la Coppa. “E poi c’è la voce di Louis Vuitton: il CEO Pietro Beccari ha più o meno sempre detto che gradiva il Mediterraneo e l’Italia” rilancia il Giornale.
Secondo un dossier del Centro studi di Unimpresa, basato sul confronto con l’edizione di Barcellona 2024, l’edizione del 2027 a Napoli potrebbe generare oltre 690 milioni di euro di benefici economici per la città e il suo territorio, tra impatto diretto, indiretto e indotto. In Catalogna la Coppa America ha creato 12.872 posti di lavoro stagionali, attirando 1,8 milioni di visitatori nei 59 giorni della manifestazione, inclusi 460.819 venuti solo per quello. Si prevede che Napoli possa attirare tra 1,5 e 1,7 milioni di visitatori. La spesa turistica diretta – alloggi, ristorazione e trasporti – è in grado di generare 370 milioni di euro. A questa cifra, sempre secondo le stime di Unimpresa, vanno sommati i 70 milioni legati all’organizzazione locale dell’evento e altri 21,6 derivanti dalle spese dei team velici presenti in città per oltre tre mesi.
L’indotto legato a investimenti pubblici e privati (bonifiche, porti, fan zone) si aggira intorno a 165 milioni di euro, l’effetto moltiplicativo sul reddito vale oltre 62 milioni di euro.
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Come le Olimpiadi cambiarono una città
Ai tempi di Nino Sannataro, metà Anni Settanta, le grandi rotte del contrabbando avevano in Napoli, Marsiglia e Barcellona i tre vertici del loro triangolo malavitoso nel Mediterraneo. Nino Sannataro aveva la faccia di Vittorio Mezzogiorno in un lavoro di Giacomo Battiato per la Rai. Ancora li chiamavamo sceneggiati, né serie tv né fiction. Segue qui
sTORIA DI UN’AREA INCOMPIUTA
È dal ‘92 che Barcellona si traveste da una Napoli che ce l’ha fatta. In quegli anni invece Napoli ragionava su una trasformazione urbana nell’area ovest che non si è mai realizzata. Se dunque questa America’s Cup è “l’effetto dell’onda lunga del successo turistico e culturale della città” come scrive Ferdinando Cotugno su Domani, la chiave per capire l’operazione non è il campo di regata tra Castel dell’Ovo e Posillipo [la cartolina].

Si deve posare lo sguardo sull’area dove vivranno le basi operative delle squadre, Bagnoli, “il quartiere che la terrificante eredità industriale e ambientale del Novecento – ancora Cotugno – ha segregato dal resto della città, con le sue reliquie industriali a contaminare suolo e mare. Se a Napoli nell’ultimo decennio c’è stata una rinascita, quella rinascita a Bagnoli non è stata ancora avvertita. Il quartiere delle fabbriche abbandonate (Eternit, Cementir, Italsider) è stato cristallizzato dalle bonifiche mai completate. Sono passati oltre trent’anni dallo spegnimento dell’altoforno e la parola più usata per il quartiere è «incompiuto»”.
Per trent’anni interminabili sedute di consiglio comunale hanno discusso della linea di costa [modificarla o no] e della colmata a mare [rimuoverla o no], quel pezzo di baia cioè di 195 metri quadri fatti di cemento e scarti industriali, il grande dilemma ecologico dell’area. Ora s’è deciso che per accelerare i tempi della bonifica e soprattutto per ridurre i costi, sarà rimosso il 20 per cento per cento. Il conto finale: 1,2 miliardi di euro. A luglio scorso sindaco e governo hanno firmato il protocollo d’intesa con data di scadenza 2031. L’America’s Cup consentirà alla politica di usare i poteri commissariali tipici dei grandi eventi e «accelerare l’imponente piano di riqualificazione e rigenerazione – ha detto Giorgia Meloni – avviato dal governo per trasformare l’area di Bagnoli in un moderno polo turistico, balneare e commerciale».
Cingolani sul Foglio ricostruisce un po’ la storia di Bagnoli. “Correva l’anno 1994 e arrivarono i cinesi. Sbarcarono a Napoli e poi risalirono verso Bagnoli per smontare quel restava dell’acciaieria costruita novant’anni prima”.
C’è un magnifico romanzo di Ermanno Rea su quel periodo, si chiama La dismissione e al posto della fabbrica dismessa oggi c’è un pontile che si spinge per 700-800 metri in mare aperto senza neppure un chiosco dove prendere un bicchier d’acqua, c’è un ospedale per le tartarughe, un parco dello sport mai completato perché dentro hanno trovato l’amianto [che sorpresa, eh] un centro benessere inaugurato un paio di volte e un paio di volte chiuso perché nessun privato si fa carico della gestione.
Adesso c’è un’altra occasione con l’America’s Cup 2027 che il Foglio accoglie come “un piacere per gli occhi, una gioia per il cuore, un successo politico trasversale. Portare l’America’s Cup a Napoli, la nostra Capo Horn, non è solo una storia di riscatto: è un modello da replicare in fretta”. Si tratta di una “trasversalità a gonfie vele, Un’occasione da non perdere”.
LE OMBRE
Tuttavia Il Manifesto ricorda come “l’annuncio che l’America’s Cup arriverà a Napoli è il giorno della marmotta, non è una replica semplice ma una replica al quadrato. Vent’anni fa volevano farla Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, dieci anni fa Luigi De Magistris, la prima volta non si fece niente la seconda si ripiegò su una coppetta minore. Che ha lasciato in eredità due scogliere “provvisorie” che ancora rovinano il lungomare. Nel 2012 le ipertecnologiche barche a vela solcarono per davvero il mare napoletano, quello davanti a via Caracciolo, ma era la Louis Vuitton Cup. Fu un successo di pubblico, comunque, e il sindaco de Magistris lo rivendicò come il riscatto di una città che fino a qualche anno prima aveva fatto notizia soprattutto per la faida di camorra di Scampia e per l’emergenza rifiuti. In quella circostanza furono realizzati i”baffi”, prolungamenti della scogliera artificiale al largo di via Caracciolo. Secondo gli organizzatori erano indispensabili a garantire alle barche uno spazio sicuro e riparato. Si scatenò un’infinita polemica tra chi riteneva quei baffi un intollerabile oltraggio al paesaggio e chi li difendeva. La Soprintendenza prima si mise di traverso, poi cedette sulla base della garanzia che “i baffi” sarebbero stati rimossi a competizione ultimata. Sono ancora lì”.
Quando chiedevano di Bagnoli a Francesco Rosi, il regista delle Mani sulla città, quando gli studenti di Scampia lo invitavano a farci un film, lui rispondeva: «Sono stanco di fare film sulle cose che non funzionano».
Forse stamattina sarebbe sorpreso di tanta improvvisa efficacia. Solo tre giorni fa, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano – nel pieno del nuovo sciame sismico ai Campi Flegrei – ha detto due frasi significative. Una molto ripresa: «Il peggio non è ancora passato». L’altra rimasta sotto traccia. Ha spiegato che il magma è a 8 km di profondità ma è attivo. Se dovesse arrivare a tre km sarebbe un problema. Ha detto: «Il processo è in corso. Non sappiamo se accadrà fra tre anni o dieci».
Tre anni o dieci è come se fosse domani, in termini di piani di evacuazione, esercitazioni, progetti di smagrimento abitativo dell’area. È la prima volta che le scadenze degli scienziati sono così ravvicinate. Bagnoli è là. Bagnoli è sui Campi Flegrei. Il Post ha raccontato due settimane fa che “molti sfollati di Bagnoli non sanno dove andare”.
Nell’eccitazione di ieri nessun politico, nessun editorialista si è domandato come sia possibile a tre giorni dalle parole del direttore dell’Osservatorio annunciare l’arrivo dell’America’s Cup, immaginare basi operative, strutture, infrastrutture, in un’area che viene definita iper-abitata.
Tre giorni fa il valore delle proprietà immobiliari della zona è crollato. L’annuncio dell’America’s Cup è una specie di bombola d’ossigeno.
LA PROFEZIA LETTERARIA
Una dozzina d’anni fa Ruggero Cappuccio ha scritto un portentoso romanzo, si chiama Fuoco su Napoli. Immaginava l’imminenza dell’eruzione dei Campi Flegrei nella più totale inconsapevolezza degli abitanti, tutti all’oscuro tranne uno, un avvocato dal nome e dal cognome meravigliosi, Diego Ventre, un tipo nel quale convergevano appetiti e interessi dei colletti bianchi di camorra. Ventre cosa fa? Manovra, indirizza, orienta. Decide chi scappa e chi no, chi svende e chi compra suoli e appartamenti sotto prezzo.
Stamattina Ruggero Cappuccio ha parlato del suo romanzo e della cronaca dei Campi Flegrei con il quotidiano Domani.
«L’Italia è una Repubblica fondata sulla paura. Il resto del mondo politicamente e socialmente non fa eccezione. I napoletani – ha detto – la affrontano con un distillato di fatalismo, rimozione e consapevolezza. Sono acrobati del coraggio ma stanno stressando la loro anima. Si alternano allarmi, inviti alla cautela e, in mezzo, nuove scosse. Come ci si orienta? Non ci si orienta. Le politiche degli ultimi ottant’anni non hanno tenuto conto dei pericoli connessi alla situazione del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Assisteremo a fibrillanti oscillazioni tra dichiarazioni e smentite. Si simulano i piani di fuga e si simula anche l’efficienza. Le persone e gli organismi di buona volontà faranno tutto quello che possono ma un piano organico non esiste. Per esistere avrebbe dovuto essere varato da decenni. Non si può aggredire la natura né la si può ignorare illudendosi che la sua risposta non arriverà» .
«Non abbiamo imparato niente. Al Sud non c’è maggior piacere che ripetere lo stesso errore almeno due volte. Sullo sfondo il solito tavolino a tre gambe: politica, camorra e imprenditoria».
Il suo Diego Ventre, ha detto, «come Julien Sorel è un concentrato di contraddizioni. Imprevedibile generosità e spietatezza. Il suo cervello è siciliano: mai odiare il proprio nemico. Sa che la trattativa è la spina dorsale dei processi sociali e politici. Sa che il Sud ha bisogno di disgrazie perché sono quasi le sole cose che ha imparato a industrializzare. Ama la bellezza e vede nel fuoco una possibilità di purificazione. Pensa che a Napoli la brutta edilizia sarà eliminata. La natura farà ciò che non è riuscita a fare la Storia. Suoli che si deprezzano. Suoli che si rivalutano. Esattamente. Il pendolo che oscilla tra la speculazione e la sofferenza. C’è chi muore di paura e chi di paura vive».