La celebrazione del Verona campione d’Italia

Mancano una ventina di giorni a uno degli anniversari tondi più attesi del duemila-venticinque, una ventina di giorni a quel 12 maggio che quarant’anni fa portò lo scudetto del calcio a Verona, penultima giornata del campionato, 1-1 a Bergamo, firma finale di Elkjær Larsen dopo il vantaggio di Perico. Lo scudetto era di fatto al sicuro da mesi, tanto che la quadra di Bagnoli poté arrivare sul traguardo col fiato corto, cortissimo, vincendo solo una delle cinque partite che precedettero quella della festa, solo una vittoria dal 31 marzo al 12 maggio.
Per due rivoluzioni viene ricordato quel torneo. La prima fu la nuova normativa sullo svincolo dei giocatori: portò Claudio Gentile dalla Juventus alla Fiorentina. La seconda fu il sorteggio integrale degli arbitri, al quale si è soliti attribuire il potere di aver addolcito la sudditanza psicologica verso le grandi tradizionali del calcio italiano. In realtà furono solo due elementi che ne incrociarono un altro paio.
Il primo di natura economica. È l’ultimo anno in cui la serie A vive la coda di quella che Mario Sconcerti avrebbe chiamato in Storia delle idee del calcio l’età del poco, quegli anni Settanta vissuti con le frontiere chiuse e con l’austerity, quando “eravamo un Paese di fascisti che stava imparando a essere social-comunista rimanendo rigorosamente attaccato alle regole della Chiesa. Avevamo troppe religioni da rispettare, abbiamo cercato una via di mezzo”. Anni nei quali il calcio è diventato il gioco del compromesso, la parola che contemporaneamente in politica stava contrassegnando il tentativo di Aldo Moro di far convivere gli equilibri della Dc con la spinta del Pci. Quel 1984 è l’anno in cui la serie A sta diventando un’altra cosa, sta lasciando l’età di mezzo tra il “non più” e il “non ancora”. Nei 23 anni che trascorrono fra il 1969 e il 1991 vinceranno il campionato 11 squadre diverse: cinque lo conquistano per la prima volta e sempre cinque non lo raggiungeranno più.
Il secondo elemento è tecnico: quel Verona è una squadra molto buona, molto forte. Arriva allo scudetto al terzo campionato dopo la promozione in A, quasi come la Lazio di Maestrelli che nel ‘74 ce l’aveva fatta dopo due. Ma nei due tornei precedenti si era piazzato quarto e sesto, giocando due finali di Coppa Italia. Non aveva Platini, non aveva Maradona, non aveva Rummenigge, non aveva Socrates, non aveva nessuna delle grandi stelle straniere sbarcate da poco o da pochissimo, ma aveva indovinato i due stranieri perfetti da aggiungere al gruppo, Hans-Peter Briegel e Preben Elkjaer Larsen. Giuseppe Galderisi fece 11 gol e sembrò la prosecuzione di Pablito in un altro corpo. Tricella apparve come la reincarnazione in vita di Scirea, per giunta veniva dallo stesso paese, Cernusco sul Naviglio. Garella inventò una maniera nuova di parere. Di Gennaro rilanciò una maniera antica di costruire il gioco. Marangon trovò le brume giuste che ne contenessero le distrazioni di Napoli e Roma. Fanna era così figo da sembrare Figo prima di lui. Osvaldo Bagnoli aveva messo tutto insieme dentro una cornice di italianismo classico. Quarant’anni dopo l’unica cosa che non pare quel Verona è una sorpresa.
È appena arrivato in libreria un lavoro che ripercorre quella stagione e quell’epoca. Si intitola Lo scudetto del Verona e lo ha scritto Paolo Condò con Adalberto Scemma. Di qui al 12 maggio ci sarà ancora modo di tornarci: Slalom recupererà nei prossimi giorni alcune pagine del tempo, le cronache contemporanee che raccontarono l’impresa.
Condò e Scemma ne restituiscono il sapore con testimonianze, aneddoti, un andare-e-venire da allora a oggi, da oggi a quel tempo, che rende tutto allo stesso tempo presente e mitico. Fanna per esempio svela nella sua intervista che nel pomeriggio della prima partita contro il Napoli di Maradona vennero venduti 10mila biglietti in più della capienza, e che proprio l’agente di Maradona fu l’intermediario per portarlo a Napoli l’anno dopo insieme con Garella.
Non c’è solo il ricordo dei cavalieri che fecero l’impresa. In uno dei capitoli finali Condò si diverte a schierare la formazione ideale del Verona dopo quel Verona, tenendo conto del rendimento effettivo in gialloblù e non dei nomi. Non c’è per dire Paolo Rossi che chiuse la carriera lì, né ci sono i campioni del mondo o i campioni europei passati da Verona. Ci sono invece i più forti con la maglia del Verona nei quarant’anni passati dallo scudetto. E poiché si tratta del giochino più bello che si possa fare per ogni squadra, poiché sotto-sotto ognuno ci ha la sua curiosità, il 4-3-3 si trova a pagina 292: Giuliani; Oddo, Laursen, Marquez, Dimarco; Amrabat, Jorginho, Barak; Camoranesi, Toni, Mutu.
In compenso su Sky Sport Insider si può leggere la prima parte del capitolo 1, e la primissima parte della prima parte comincia così:
“I giocatori di quel Verona sorridono a Osvaldo Bagnoli con tutta la dolcezza della quale sono capaci. È il modo migliore per disporlo al buonumore, perché a quasi 90 anni non tutti i risvegli sono uguali, e certi giorni ci vuole un po’ perché la maschera rabbuiata svanisca come nebbia al sole del mattino. I giocatori di quel Verona vanno a trovare il loro vecchio allenatore appena possono, Pierino Fanna che vive ancora in città è il più assiduo, ma anche Domenico Volpati quando scende dal Trentino, oppure Hans Peter Briegel quando – due volte l’anno – torna in vacanza sul lago di Garda, o Roberto Tricella adesso che ha deciso di rallentare col lavoro. Telefonano alla signora Rosanna, la moglie di Bagnoli, o alla figlia più giovane, Monica, e si fanno dire come si è alzato, ma poi va a finire che ci vanno sempre, a prescindere dall’umore, perché sentono tutti che è giusto così. Rosanna chiede a Osvaldo se quei volti affezionati gli dicano qualcosa e lui replica bluffando con una smorfia sicura, come a dire “ma certo”, che poi è la stessa che dedica ai tanti veronesi che incrocia per strada, quando l’amico Paolone lo porta in giro, perché Osvaldo Bagnoli cammina ancora benissimo. Lo incrociano, e qualcuno di loro non resiste alla tentazione del selfie, anche perché il tempo del fisico a un certo punto si è fermato, e l’allenatore dello scudetto sembra appena un po’ più vecchio di quando decise di averne abbastanza – era a metà degli anni 90 – e passò in un amen dalla panchina dell’Inter a quella dei giardini”. [L’estratto si trova qui]