La crisi dei Senza Sinner
Ma dall’altra parte della rete esistono pure ragioni per raccontare la crisi profonda di Zverev, come la chiama L’Équipe stamattina, il numero 2 del mondo che si è spiaggiato dopo la finale persa in Australia contro Sinner e che “si arrende sistematicamente quando gli incontri diventano tesi”. Carlitos Alcaraz qualche giorno fa ha confessato di essersi sentito morire sotto il peso della pressione di un’ipotesi, l’occasione di riprendersi il numero uno in assenza di Jannik. Zverev potrebbe avere nella testa ancora Melbourne.
“Per molto tempo – scrive David Loriot – ha nascosto il male dietro poche parole. Una via di fuga per evitare il nocciolo della questione, per evitare di raccontarsi la vera storia. Ma ora Alexander Zverev è sul fondo della piscina e non è assolutamente in grado di spingere per riemergere”. La terza finale Slam persa su tre deve averlo zavorrato, “continua a esplodere da due mesi e mezzo in frammenti sparsi che arrivano a incrinare le certezze del tedesco, il quale oggi non sa più spiegarne il perché e il come”.
I numeri sono implacabili. Prendono a schiaffi. Nei sei tornei giocati dopo l’Australian Open, Zverev non è riuscito a far meglio di un quarto di finale sulla terra battuta in Sud America, con un atteggiamento che comincia a destare grande preoccupazione.
“Sembra che il tedesco subisca le cose molto più di quanto sia in grado di guidarle o controllare. Lo Zverev di oggi è lontano, molto lontano, dal profilo di un colosso del tennis. È un’ombra nascosta in un angolo”. La partita con Berrettini ha messo in mostra un giocatore aggressivo per tutto il primo set, inspiegabilmente fiacco nel secondo, impotente nel terzo, “un giocatore dalla mentalità fragile, che non sa più come vincere un corpo a corpo, a differenza di Berrettini che nel terzo set si è esaltato e divertito”
«La storia è la stessa da qualche mese. È sempre la stessa. Sono io quello che perde la partita» ha detto Zverev con una essenzialità da filosofia tedesca, con tutto il dramma, tutta la poesia, tutto il limite metafisico di cui sarebbe capace un Martin Heidegger – il filosofo della presa di coscienza dell’angoscia e della fedeltà al destino, perché «l’uomo si sente in presenza del niente, dell’impossibilità possibile della sua esistenza»
Zverev è una cosa sola col dolore e con la lista degli appuntamenti mancati, incapace di fornire una traccia di risposta per le sconfitte in tre set a Buenos Aires, in tre set a Rio, in tre set a Indian Wells, in tre set a Miami, in tre set a Monte-Carlo. Sta cercando di capire il suo Sein-zum-Tode, l’orizzonte di un tennis dove ciò che sarà è destinato a cadere in ciò che è stato. Oppure non è così e sono pensieri di Slalom dopo i peperoni pesanti di ieri sera.
Damian Rice, Marcella e Heidegger.