Giochiamo, mi batti e scherziamo
Giochiamo amico mio, giochiamo almeno noi, ché tutt’intorno è pieno di gente troppo seria, gente disposta a schiacciarsi per arrivare prima, disposta a consumarsi per un pezzo d’oro anziché d’argento, per un tondo d’argento invece che di bronzo, per un bronzo al posto di quell’esperienza che chiamiamo sconfitta.
Giochiamo perché è giocando che i bambini imparano il rispetto, perché il gioco è il più genuino e più spirituale prodotto dell’uomo, il modello e l’immagine di tutta la sua vita interna, genera la gioia, la libertà, la contentezza, il riposo, la pace [(Friedrich Fröbel], perché è gioco tutto quello che il corpo non è costretto a fare [Mark Twain] – e noi sui nostri corpi ci lavoriamo.
L’uomo gioca solo quando è un uomo nel senso pieno della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca [Friedrich Schiller], in nulla come nel gioco si rivela il carattere delle persone [Lev Tolsto], nel gioco si incontra la verità, esiste un’alleanza naturale fra la verità e la sventura, perché l’una e l’altra sono supplicanti muti, eternamente condannati a restare senza voce davanti a noi [Simone Weil]. Ma soprattutto: rendi il gioco duro, perché solo quando è duro i duri cominciano a giocare. E questo è John Belushi: dovresti saperlo, amico mio.
Avanti, salta, fammi vedere. Prendi questa rincorsa e vai. Fa’ quello che ho fatto già e che farò di nuovo dopo di te, compagno mio di viaggi, di sale d’attesa, di alberghi di periferia di fianco ai palazzetti, pieni di pavimenti uguali, camere uguali, tende uguali, ce ne sono alcuni che tengono ancora la moquette. Ora che stai chiedendo al pubblico di scandire il ritmo e batterti le mani – li senti fanno tà tà tà – ora che stai per partire e vuoi superarmi, ora che sogni di far diventare i tuoi 8 metri e 29 centimetri almeno un 8 e 31 per sorpassarmi, ecco, lo vedi, batto le mani anch’io.
Non voglio che mi superi, che scemenza. Ci rimarrei malissimo come tutte le volte che ho perso di uno o due centimetri: un oro mondiale a Glasgow, un argento olimpico a Parigi, un oro agli Europei di Apeldoorn. Lo faccio perché ho perso e so che cosa stai vivendo. Conosco i tuoi pensieri mentre prepari la borsa, quel senso di fatica che ti attraversa la sera al ritorno a casa, conosco tutti i no detti ai tuoi amici che andavano a prendere una birra, conosco quel sentimento che si coglie nei paraggi di questa nostra nuova adolescenza, dove il bisogno di star bene con sé stessi viene prima di ogni altra realizzazione, economica o lavorativa. Li vedi alle Olimpiadi, li vedi ai talent show i ventenni come noi, per i quali il piacere dell’avventura sta nella condivisione di un’esperienza, un viaggio collettivo che supera il senso della rivalità. Lascia perdere gli adulti, che ne possono sapere. Gli sembriamo dei mezzi rammolliti, dei pulcini bagnati, dei conigli imbelli, una volta siamo stati bamboccioni. Abbiamo perso la grinta, non teniamo la cazzimma, la garra, non scendiamo in piazza. Non sono come eravamo noi, dicono. Ci sono sempre loro, quando si parla di noi.
L’AMICIZIA TRA VAN DER POEL E POGACAR
Mattia Furlani che incoraggia Wayne Pinnock a saltare più in lungo di lui è l’ultima scena di questa convivenza pacifica desiderata dentro le stanze dell’agonismo, un agonismo dolce. Anzi la penultima.
Perché l’ultima sta nello screenshot di un dialogo sui social, c’è Mathieu van der Poel che domanda se l’anno prossimo si può fare la Cipressa sotto gli 8 minuti, e lo domanda a quel forsennato che gli ha tirato il collo, il rivale, l’avversario, il nemico Tadej Pogacar. E l’altro ci sta, gli risponde che stava proprio facendo due conti. Dai, ci riproviamo. Battiamoci ancora. Ascoltami: giochiamo.
Qualche mese fa Alessandra Giardini su Domani ha scritto che il «terzo tempo» del ciclismo non piace a tutti. “Si rispolvera il repertorio completo del nonnismo da caserma per giustificare l’attacco contro «questi giovani di oggi» colpevoli di essere troppo poco cannibali, troppo amici appena scendono dalla bici, troppo gentili l’uno con l’altro. Il campione del mondo van der Poel che si sacrifica alla Milano-Sanremo per il successo del suo compagno Philipsen, o l’australiano Matthews che nella volata della stessa Classicissima tiene la linea diritta senza ostacolare lo stesso Philipsen, che poi lo batterà sul traguardo: comportamenti esemplari che ai vecchi appassionati di far west piacciono pochissimo. Scene come quelle viste al termine della Milano-Sanremo, quando primo secondo e terzo si fanno i selfie sul podio ridendo come bambini, o dopo il traguardo della Gand-Wevelgem quando il campione del mondo raggiunge il danese che lo ha appena stracciato allo sprint e gli mette un braccio sulle spalle per complimentarsi, a uno come Armstrong fanno venire l’orticaria: bisogna capirlo, pur di vincere è stato disposto a rovinarsi la salute”
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È la Generazione Bimbi Sperduti. Hanno trovato un’isola che non c’era e la chiamano casa. Non cercano altro che un conforto: anche in un confronto. Il conforto non è consolazione. Come ha detto la britannica Holly Bradshaw, «non lottiamo una contro l’altra, ma tutte contro l’asta». Non c’è spazio per il rancore. Il rancore è pesante. Se devi sollevarti da terra, ha scritto Giardini, il rancore non te lo puoi permettere. Puoi volar, puoi volar.
C’è una vita fuori dal ciclismo, considerava un paio di giorni fa anche L’Equipe parlando di Philipsen, Matthews, Pogacar e anche Van der Poel: “un gruppo di amici che seppellisce le proprie rivalità non appena mette piede a terra”. Quando Mathieu Van der Poel parla del suo rapporto con Pogacar, preferisce fare il vago: «Non ci mandiamo messaggi tutti i giorni, ma sì, ogni tanto ci sentiamo».
Si sentono, si danno consigli per le gare successive, attento a quel punto, là c’è una pendenza, attacca dopo la curva. Oppure si battono le mani come Furlani, tà tà tà, avanti, prova a sorpassarmi. Tanto – onestamente – se anche ti batto le mani non è che andrai più forte.