La prima Sanremo femminile

La corsa più facile da affrontare e la corsa più difficile da vincere. La Sanremo più o meno è fatta così e in molti altri modi. Per circa 280 km si lascia prevedere, e quel che viene dopo diventa inafferrabile, illeggibile, diventa frenesia, diventa il Poggio, tre km e 600 metri neppure al 4% di pendenza media eppure misteriosamente duro, magico, una discesa dai tornanti tortuosi, un rettilineo fino all’ultima curva e poi il traguardo. Un batticuore. La Sanremo si consegna col Poggio a scatti-e-controscatti secondo il verbo antico di De Zan. Può gettarsi tra le braccia di finisseur, velocisti, perfino corridori che vanno al Giro e al Tour per fare la classifica generale.
“Per vincere la Sanremo – dice la rivista Rouleur – un corridore deve avere resistenza per quasi 300 km, la forza di sopravvivere al Poggio, l’abilità di gestire la discesa, le gambe per lo sprint su Via Roma e l’astuzia per superare in astuzia gli avversari”.
Serve averla conosciuta. Serve averla persa qualche volta. Serve quella cosa banale e misteriosa che chiamiamo esperienza. Oppure serve la sfrontatezza di chi non sa cosa sia e può viverla con incoscienza. Oggi tocca a una donna così andare a vincere in via Roma, vincere senza sapere come si fa, nella prima vera edizione femminile “dopo vent’anni di niente”, ha scritto Alessandra Giardini su Domani.
“L’hanno chiamata Sanremo Women, perché è a Sanremo che bisogna arrivare, e Milano c’entra poco visto che si parte da Genova, ma è comunque meglio di come si chiamava prima. Primavera rosa sembrava quando alla Standa facevano gli sconti per Pasqua. Adesso quattro classiche Monumento su cinque hanno una versione femminile, manca soltanto il Lombardia, ma ci arriveremo. Da Voltri al traguardo ricalcherà esattamente la gara maschile: stessa successione di Capi, stesse discese, stesso vento di sale, stessa probabile pioggia battente, il Poggio come ultimo calvario e la picchiata sull’Aurelia”.
La caduta del Muro arriva nel momento di massima espansione del circuito. Dieci anni fa c’erano 34 giorni di corsa e nel 2025 saranno 72, ma il montepremi è di 2.256 euro mentre per gli uomini ce ne sono 20.000.
Giardini racconta che nel World Tour dal 2018 esiste un minimo salariale per le donne di 62.320 euro l’anno per le cicliste autonome e di 38.000 per le contrattualizzate. Ma il sindacato fa sapere che sette su dieci guadagnano meno di 10.000 euro l’anno, una su quattro non ha reddito, un terzo deve fare un altro lavoro, la metà corre con contratti annuali. “È del tutto evidente che il non detto riguarda la maternità”.
C’è molta strada da fare, molta di più dei 300 km destinati agli uomini – che invece partono da Pavia perché la geografia del ciclismo è bugiarda, la Milano-Torino è una Rho-Superga, la Parigi-Roubaix non comincia da Parigi, la Gand-Wevelgem ignora Gand, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne è di una Kortrjik-Ninove-Kuurne [lo ha scritto sempre Giardini un anno fa].
Quando è stato confermato che la Milano-Sanremo senza Milano avrebbe avuto una versione femminile ci sono state discussioni sulla distanza della corsa. È di 156 chilometri. La metà degli uomini, ma soprattutto la Sanremo Women non è l’evento più lungo del calendario femminile.
Rachel Jary della rivista Rouleiur si è chiesta se davvero sia una cosa negativa.
«Penso che 160 km siano una buona distanza» è il parere di Elisa Balsamo, la vincitrice del Trofeo Binda qualche giorno fa. «Non mi interessano 20 o 30 km in più perché il grande spettacolo viene alla fine. Tutte aspetteranno fino a Capo Berta, Cipressa e Poggio». Questo è il punto. Avere una distanza più breve significa che una fuga ha più chance di arrivare. C’è una maggiore possibilità di sopravvivere fino al traguardo. “Nessuna delle cicliste ha mai corso su questo tracciato, nessuna sa cosa aspettarsi” dice Rouleur.
Qualcuna scapperà e tutte dietro dovranno subito cucire, senza lasciar salire troppo il distacco per non finire come i favoriti maschi dell’anno 1982, léssi da una fuga di tredici corridori cominciata al km 8 sotto grandine, pioggia e freddo. Battaglin, Beccia e Baronchelli si ritirarono sul Turchino, Saronni si rintanò da qualche parte al caldo, Argentin Moser Contini e Prim uscirono all’inseguimento solo dalle parti di Alassio, francamente tardi, così alla fine vinse un certo Marc Gomez, francese di anni 28, non c’era nemmeno la televisione per uno sciopero in RAI, la corsa si sentì alla radio come si faceva nell’età dei pionieri.
All’età delle pioniere siamo ancora oggi. “Indipendentemente dal fatto che una fuga alla fine sopravviva o meno – scrive Rouleur – la Sanremo Women offre oggi qualcosa che la gara maschile non ha: la prospettiva dell’ignoto. Oggi sappiamo tutti che nella corsa maschile ci toccherà una fuga iniziale, sappiamo tutti che l’UAE Team Emirates ha intenzione di rendere la Cipressa più dura possibile per dare a Tadej Pogačar la possibilità di staccare gli sprinter. Nella gara femminile, invece, ci sono tante domande a cui bisogna rispondere. Il finale del percorso è uguale, ma le dinamiche con cui si arriverà sul Poggio saranno radicalmente diverse: c’è una gara che potrebbe tenerci incollati allo schermo della tv già dall’abbassamento della bandiera”.