Lo Slalom del 14 marzo | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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venerdì 14 marzo 2025

#2 giorni al Mondiale di F1

 

🟨  Dopo le incertezza meteo dei giorni scorsi, a La Thuile si è svolto il primo Super-G programmato ed è stato vinto dalla tedesca Aicher. Secondo posto per Sofia Goggia, terzo per Federica Brignone davanti a Lara Gut-Behrami, polemica verso le condizioni in cui si è tenuta la gara. Brignone ha un vantaggio di 332 punti e deve metterne altri 68 fra sé e la svizzera per festeggiare la Coppa. Oggi nuovo Super-G  🟨  Ieri c’è stata la conferenza stampa dei piloti alla vigilia del primo GP in F1 con un siparietto fra Hamilton e Sainz, stanotte e stamattina le prime due prove libere all’Albert Park di Melbourne. Norris è stato il più veloce della prima sessione, Leclerc nella seconda. Male la Red Bull, Antonelli sedicesimo  🟨  Le Coppe del giovedì hanno portato Lazio e Fiorentina ai quarti di finale di Europa League e Conference League, la Roma è stata eliminata dall’Athletic Bilbao

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨  Spagna: La discussione sul rigore dell’Atlético Madrid  🟨   Inghilterra: l’Europa del Manchester United  🟨  Francia: la F1 al via  🟨   Italia: l’idea Mancini per la Juventus

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|   Gloria diede un pugno alla palla e corse di nuovo verso il campo di pallavolo

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via

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Le ragazze della pallavolo giocano ancora come a Parigi

Per la prima volta accadde quattro anni fa. Conegliano, Novara e Busto Arsizio circondarono le semifinali della Champions femminile e misero tutta l’altra pallavolo in minoranza. Italia tre, Resto d’Europa uno. Adesso che l’oro olimpico ha smesso di essere un’ossessione per il lavoro fatto da Julio Velasco su schemi, tecnica e mentalità, tre squadre italiane sono di nuovo in semifinale: Conegliano ancora, Scandicci e Milano. L’eccezione sono le turche del VakifBank, la squadra più italiana fra le non italiane perché panchina siede da decenni Giovanni Guidetti. È un dominio raro in qualunque altro sport. L’Eurolega non ha mai avuto tre squadre di una sola nazione alla final four. Nella Champions maschile di calcio è una superiorità alla portata della sola Premier League inglese, con Manchester United, Chelsea e Liverpool in semifinale nel 2007 e nel 2008, Manchester United, Arsenal e Chelsea nel 2009. 

Due anni fa toccò alla pallavolo turca esondare, con Fenerbahçe, Eczacibasi e VakifBank alla final four. Noi o loro. È dal 2005 che la grande Coppa non esce da questa alternanza, con l’eccezione della Dinamo Kazan 2014. Anche i posti nelle final four sono finiti dentro un duopolio. L’ultima squadra a infiltrarsi è stata l’Alba-Blaj dalla Romania, anno 2018. Ci stava riuscendo la Russia nel 2022, ma il derby nel quarto di finale tra Dinamo Ak Bars e Dinamo Mosca venne sbaraccato e annullato per le sanzioni della federazione internazionale dopo l’invasione dell’Ucraina. 


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   4 SETTEMBRE  2023


Italia o Turchia, ma stavolta più Italia. Molta più Italia. L’attuale giro d’affari della pallavolo italiana supera i 45 milioni di euro secondo le ultime stime de Il Sole 24 Ore. È alimentato principalmente dalle sponsorizzazioni. I diritti tv portano alla lega femminile 2 milioni all’anno. Volleyball World distribuisce le partite su scala internazionale attraverso la piattaforma ott VBTV, nata dalla collaborazione con il fondo Cvc Capital Partners. L’accordo è in scadenza tra due anni, la crescita di popolarità post olimpica e questi risultati nelle Coppe permetteranno di rinegoziare la cifra al rialzo. Anche la Serie A2 fa segnare cifre significative: il giro d’affari è di 15 milioni di euro perché la competitività e la qualità sono diffuse, così diffuse che la terza coppa europea per importanza, la Challenge Cup, è stata vinta qualche giorno fa dalla Roma, appena retrocessa dalla A1. Ha battuto in finale un’altra italiana, il Chieri, che invece sta giocando i play-off scudetto. 

I quattro club di vertice – cioè le tre grandi di Champions più Novara, finalista in Coppa CEV  – operano tutte con un budget compreso tra i 7 e gli 8 milioni di euro. Gli ingaggi delle stelle possono superare i 700mila euro a stagione grazie allo sfruttamento dei diritti d’immagine. La fascia medio-alta dei compensi delle giocatrici varia tra i 250mila e i 350mila euro. Nella stagione scorsa gli spettatori sono stati complessivamente 427 mila, con un aumento di 42 mila persone rispetto all’anno precedente. Tradotto in soldi fanno 3,5 milioni di euro di ricavi. I play-off scudetto batterono il record di pubblico, 60 mila tifosi, con un picco di 12 mila per la partita tra Milano e Conegliano al Forum di Assago [153 mila euro di incasso].

Secondo i dati della lega, l’audience televisiva della scorsa stagione superò i 10 milioni e mezzo di spettatori complessivi, con un incremento di quasi 2 milioni rispetto al 22-23, con un milione e mezzo di spettatori per le finali scudetto. La lega femminile di pallavolo è anche la più seguita sui social tra tutti i campionati indoor. 


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  6 SETTEMBRE  2021


 

Il rigore a due tocchi di Julian Alvarez

Quando il diavolo ci si mette, si diverte. La storia del rigore a due tocchi negli ottavi di Champions, colto alla VAR, annullato e contestato, poteva capitare ovunque. Se fosse uscito dalla serie di Lugano-Celje in Conference League ne avremmo forse avuta un’eco lontana, starebbe nel vecchio colonnino di destra insieme con i gattini, forse non tutti sanno che

Invece il diavolo ha deciso di infilare una scivolata sul dischetto del rigore nel calcio più tossico d’Europa, dove Vinicius jr fa il bulletto con i tifosi avversari e Diego Simeone si scalmana appena può, dove non si fa altro che battibeccare ogni giorno che gli dèi della Liga mandano in terra, dove Real e Barcellona sono le proiezioni calcistiche di una faida politica, con i quotidiani sportivi a reggere quotidianamente lo strascico della polemica come paggi e damigelle fanno col velo di una sposa. Quando vince Barcellona, la stampa di Madrid eccepisce e ignora. Quando vince il Real, la stampa catalana francamente se ne infischia, oppure come stavolta cavalca il rancore e il risentimento altrui. 

È tutta una gara da due giorni nel fare l’autopsia alle immagini. È una battaglia di frame mostrati e nascosti. C’è chi mostra il piede e la palla frontalmente, c’è chi li fa vedere di lato. Ogni selezione nasconde una scelta. Nasconde per modo di dire. È tutto sgamato. Ogni fermo immagine è reclutato, messo al servizio di una post-verità. Come se poi non fossimo mani e piedi dentro una civiltà che può mostrarci un video in cui Zelensky tira un pugno a Trump, oppure Trump e Netanyahu che prendono un cocktail sulla spiaggia a Gaza, dividendoci definitivamente tra chi crederà per sempre a tutto e chi smetterà per sempre di credere a ogni cosa. Segue dibattito sulla VAR, il suo scopo d’origine, la sua funzione attuale, il suo uso, versioni e perversioni. 

Alfredo Relano su Diario As ha scritto per esempio che chi sta davanti a un video per aiutare l’arbitro in campo indaga nel sesso dei polli perché gli pare che una sfida tremenda, intrisa di rivalità locale, con tantissime star in campo, più di 30 giocatori che hanno dato tutto in campo, 75.000 persone sugli spalti e milioni di spettatori in TV, si è risolta in modo assurdo. Il tifoso terrestre che è in noi si risente nel vedere che un pareggio può essere risolto con l’interpretazione esagerata di una questione banale, difficile da comprendere dopo i replay che ci sono stati offerti. La gioia del calcio non sta nel mettere un uomo in una stanza al buio alla ricerca di escrementi di mosca al rallentatore, ma nella nobile lotta sul campo.

El Pais ha mostrato il video che ha messo l’UEFA nelle condizioni di prendere la decisione, ma scrive con l’ex arbitro Eduardo Iturralde González che in questi tempi di sospetto e cospirazione che è essenziale mostrare allo spettatore subito l’inquadratura, non il giorno dopo

Rigori a due tocchi ce ne sono stati tanti nel passato, Rivista Undici ha messo in fila una rassegna di errori e orrori. Secondo The Athletic il VAR aveva tutte le ragioni del mondo a intervenire, ma lo spirito della legge dovrebbe considerare se un doppio tocco accidentale crei o meno un vantaggio. La palla sembra muoversi senza alcun cambio di direzione. Uno scivolone e un doppio tocco non sono un vantaggio oggettivo. Non è un tentativo deliberato di imbrogliare. Alvarez avrebbe anche potuto calciare altissimo

Manuel Jabois, firma culturale di El Pais con un cuore così bianco, dribbla la faccenda e rimprovera all’Atlético Madrid di non aver segnato anche un secondo gol dopo il primo. Non serve essere un esperto di calcio, basta essere un esperto del Madrid, che è uno sport a sé stante, per sapere che se segni un gol contro il Real dopo 30 secondi, devi segnarne altri due o tre nelle azioni successive. Perché quando quel gigante inciampa, goffamente, bisogna approfittarne per assestargli qualche colpo in più e lasciarlo a terra, altrimenti il Real si riorganizza. Ma come dicono i più bravi a raccontare: questa è un’altra storia. 

 

   

La morte di John Feinstein

La radio a transistor era a tutto volume. La voce arrivò forte e chiara. Ci sono 94 gradi a Washington e se state guidando verso casa dalla spiaggia, potete aspettarvi di trovare traffico intenso. I suoni tipici dell’estate. L’uomo anziano che teneva la radio scosse la testa, spense l’audio e spense pure la sigaretta sul marciapiede. Poi entrò nell’atmosfera soffocante della palestra alla Spingarn High School per guardare la sua terza partita di basket del pomeriggio. Sembrava quasi non accorgersi del caldo

Cominciava così uno dei primi articoli scritti da John Feinstein per il Washington Post. Usciva il 10 luglio 1977, un giorno in cui Feinstein firmava altri due pezzi, uno su una raccolta fondi per tentare di salvare gli Indianapolis Pacers, un altro su tre promesse dell’atletica universitaria nell’area di Washington. Nei successivi 48 anni, il Post ha pubblicato centinaia di altri suoi articoli, l’ultimo sull’allenatore di pallacanestro della squadra maschile alla Michigan State, Tom Izzo, consegnato mercoledì mattina, il giorno prima di morire all’età di 69 anni. 

Il Washington Post vive un momento di turbolenza interna. Una delle firme della sezione Opinioni si è dimessa per protesta contro la proprietà e il nuovo indirizzo pro-trumpiano dato alla rubrica. Anche nell’ultimo saluto a una vecchia firma si può rintracciare la malinconia per i tempi perduti. Il giornale ha messo in fila un campione dei suoi pezzi più belli, dalla cerimonia di inaugurazione dei Giochi di Los Angeles 1984 alla morte di Bob Knight, dal ritiro di Jack Nicklaus del 2005 a quella volta di quarant’anni fa, quando Martina Navratilova e Chris Evert ancora una volta si trovavano di fronte per una finale a Wimbledon. Un giorno se ne andranno – scrisse – un giorno emergerà una nuova campionessa. Ma non è ancora questo il momento

      

Scottie Scheffler è il miglior golfista del mondo da 95 settimane. La quarta serie più lunga di sempre, a una sola lunghezza di distanza dalla terza che appartenne a Greg Norman fra giugno 1995 e aprile 1997. Una volta che lo avrà raggiunto, davanti gli resteranno solo le due maxi-finestre di Tiger Woods, 264 settimane fra agosto ‘99 e settembre 2004, 281 settimane fra giugno 2005 e ottobre 2010. Un anno fa dal pubblico gli hanno spiritosamente gridato che gli mancano solo altri 11 anni per essere il più grande di sempre. Salvo infortuni o disastri imprevedibili, nessuno riuscirà a raggiungerlo a breve. Il suo totale di punti nel ranking è quasi il doppio di quello dei suoi rivali più vicini, da Rory McIlroy a Xander Schauffele. In un panorama così profondo di giocatori in grado di vincere un Major, la sua costanza sta raggiungendo livelli storici. The Athletic ne ha parlato con golfisti ex numeri 1 al mondo per capire qual è la natura della sfida, qual è il genere di pressione che si deve sopportare e con quale peso si regge. 

   

Sei gare vinte nei primi due anni da professionista con la maglia della Groupana-FDJ. Su Lenny Martinez si erano posati gli occhi avidi dei francesi. Uno dei loro non vince il Tour de France dall’estate del 1985. Fanno quarant’anni a luglio. Lenny ha lasciato la maglia della squadra di casa e si è accordato con la Bahrain-Victorious per proseguire il suo percorso di scalatore del futuro. Ieri se n’è andato sulla Côte de Notre-Dame-de-Sciez per dire che le sue ambizioni sono ancora tutte in piedi, anche dopo essersi sottratto alla guida di Marc Madiot per firmare a 21 anni con una squadra meno conosciuta nel suo paese e molto criticata per l’origine dei suoi finanziamenti [così dice Eurosport France]. Alla Bahrein, Martinez ha davanti Pello Bilbao [5° al Giro, 6° al Tour] e Santiago Buitrago [10° al Tour], sa che gli tocca fare la fila e la gavetta, ma è improbabile che si faccia bastare la tappa di ieri alla Parigi-Nizza. La squadra gli ha dato nuove responsabilità dopo la caduta di Buitrago mercoledì e certe volte le cose accadono per caso. Martinez passa per uno spietato, per un ciclista che non sbaglia quando sente l’odore del traguardo. Infatti si è lasciato dietro Jorgenson e Almeyda, corridori da podio nei prossimi grandi giri, dove aspettiamo di trovare presto anche lui dice Eurosport France, non in questa stagione, forse neanche nella prossima, ma il figlio di Miguel, campione olimpico di mountain bike a Sydney nel 2000, ha un talento evidente. La sua prestazione odierna non dice nulla sulla capacità di succedere a Romain Bardet, ultimo francese sul podio in una corsa di tre settimane [Tour 2017], ma dimostra che ha testa e gambe buone, la condizione per puntare in alto. Bisognerà avere ancora pazienza, ma non rimarremo delusi se la pepita della Bahrein-Victorious riuscirà a ottenere ottime prestazioni al prossimo Tour. Arrivare tra i primi-10 della classifica generale sembra un obiettivo molto ambizioso, ma Martinez ha già delle vittoria di tappe nelle gambe

LA TAPPA DI OGGI

Berre-l’Étang è un comune francese di 1.150 abitanti, posto su una pianura alluvionale formata dalla foce del fiume Arc . Durante la seconda guerra mondiale , il governo di Vichy prese in considerazione un progetto per realizzare là il più grande aeroporto dell’Europa meridionale. Prevedeva l’espropriazione di 229 proprietari terrieri. Non se ne fece niente. È curiosa la storia del primo sindaco della città, Joseph Varanchan, un commerciante di Marsiglia accusato di essersi appropriato indebitamente dei proventi derivanti dalla tassa sul sale. Il caso fu chiuso quando sua moglie divenne la balia reale nel 1727. Joseph venne così nominato sindaco di Berre con un decreto reale nel 1723, tre anni dopo la grande peste che aveva ucciso due terzi della popolazione.

 

     

 Guida allo sport in tv di oggi

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Un’anomalia chiamata Mirra Andreeva

Una Mirra Andreeva poteva finire tra di noi e passare come una fra le tante, una di quelle teenager venute da qualche marginalità con tanto appetito dentro da mangiarsi il tennis. È pieno questo sport di teenager così. Tracy Austin vinse il suo primo titolo Slam a sedici anni, Serena Williams e Steffi Graf vinsero a diciassette, Martina Hingis ne aveva già messi da parte cinque prima di compiere 19 anni, Monica Seles addirittura 8 da adolescente. 

Mirra Andreeva è finita invece in mezzo a noi adesso che è un’eccezione, in questa fase di passaggio dove una campionessa adolescente nel tennis è una rarità. Fino a quando la diciottenne Maya Joint non ha raggiunto i quarti di finale in un torneo in Messico alla fine di febbraio ed è schizzata al posto #85 del mondo, Andreeva è stata a lungo l’unica teen-nista fra le prime-100.

A questa giovane anomalia partita dalla Siberia per prendere la residenza a Cannes si è dedicata Louise Thomas sul raffinato New Yorker ipotizzando che la potenza necessaria a emergere in uno sport sempre più atletico, dove spesso si vince colpendo la palla più forte, richieda corpi completamente sviluppati. Molte veterane sono oggi in grado di allontanare il declino fisico portandosi dietro nutrizionisti, fisioterapisti, psicologi, preparatori, misurando le piccole fluttuazioni dei battiti cardiaci mentre dormono.

Quante ne sanno gli adulti per fermare i giovani. Il tennis poi si mette spesso di traverso sulla strada dei prodigi baby. Jennifer Capriati raggiunse la prima semifinale Slam a quattordici anni e venne sorpresa a rubare nei negozi. Austin ha lasciato il gioco a venti prima di un breve ritorno, Hingis si è ritirata la prima volta a 22. Seles è stata pugnalata tra le scapole da un tifoso squilibrato quando aveva 19 anni. È stato così che la WTA ha iniziato a limitare il numero di eventi a cui le giovani giocatrici possono partecipare prima di aver compiuto 18 anni. Eppure non basta. Emma Raducanu ha vinto gli US Open 2021 all’età di diciotto anni, ma sta soffrendo la nuova vita da catapultata nel mondo delle superstar. Amanda Anisimova è arrivata in semifinale al Roland-Garros a 17 anni, ma dopo la morte del padre ha giocato con parsimonia e nel 2023 si è presa una pausa di otto mesi per burnout. 

Tutto lo sport lentamente ha introdotto politiche per proteggere le più giovani, il tennis ha appena introdotto un congedo di maternità retribuito per agevolare il rientro in campo da neo-mamme. Jasmine Paolini che esplode a 29 anni è uno dei volti del cambiamento. Jessica Pegula ha ottenuto i suoi successi migliori più verso i trenta che i venti. Nel 2000 c’erano 17 adolescenti tra le prime-100, quest’anno a Melbourne Open c’erano 8 madri in tabellone.

Scrive il New Yorker che arrivano in alto in fretta quelle adolescenti già mature, com’è successo a Cori Gauff e come adesso capita a Mirra Andreeva

Ha un portamento soprannaturale – dice Louise Thomas – un’intelligenza in campo straordinaria e sembra essersi circondata di un solido supporto. La sua allenatrice è Conchita Martínez, non solo ha una mente tattica fantastica, ma è ampiamente considerata una vera adulta, cosa nient’affatto scontata nel tennis professionistico.

Il tennis di Andreeva è tutto istinto e consapevolezza. Va nel punto giusto prima ancora che la sua avversaria abbia colpito, consentendole di tenere i piedi fermi e giocare colpi precisi e piatti per restituire dall’altra parte palle che sono boomerang, portatrici della stessa velocità con cui sono arrivate. 

La sua tecnica le consente di mascherare la direzione dei colpi. Ha qualche problema quando viene mossa negli angoli del campo ma già alla fine della stagione scorsa aveva una delle migliori risposte del tour, un’abilità che si basa su un tipo di visione e di atletismo difficili da insegnare. A Dubai ha mostrato una nuova potenza al servizio. Andy Roddick ne ha parlato con entusiasmo nel suo podcast. Ha servito il settimo maggior numero di ace in tour, il 45% in più rispetto ad Aryna Sabalenka in questa stagione.

La sua virtù è la pazienza, il modo in cui mescola aggressività e difesa, la sua capacità di scivolare in uno slice, con le gambe larghe e il peso bilanciato, per poi scattare verso il centro del campo e colpire in modo aggressivo da fondo. Dice il New Yorker che c’è una sorta di semplicità nella sua ricerca dell’eccellenza. Quando un giornalista le ha chiesto cosa intendesse fare con i circa seicentomila dollari di premio appena vinti, ha detto: «Non so nemmeno io cosa voglio. Quando ci penso, sento di avere tutto ciò che avevo sempre desiderato. Volevo vincere un torneo e l’ho vinto».  Il guaio è che nel tennis ce n’è sempre un altro, la settimana dopo.

mappe

I francesi ci stanno copiando

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È da qualche anno che L’Équipe indica nel tennis italiano un modello da seguire. La federazione francese deve essersi messa prima a studiarlo e poi a imitarlo, e in effetti qualcosa si muove. Ivan Ljubicic ha dato le dimissioni da consulente dopo il disastro olimpico di Parigi ma ha fatto in tempo a dare un indirizzo.  Oggi i giocatori francesi fra i primi-100 della classifica ATP sono dieci e quelli fra i primi-200 sono 25. Che diavolo sta succedendo, Willis? 

Sta succedendo che giocano i challenger. Li giocano, li organizzano, li vincono. Siamo alla settima settimana consecutiva in cui almeno un francese porta a casa un titolo nel circuito che viene definito da Eurosport France una trappola mortale per molti, le montagne russe per tutti, un trampolino di lancio per alcuni. Così Sascha Gueymard Wayenburg ha vinto a Quimper, Ugo Blanchet a Coblenza, Arthur Bouquier a Lille, Kyrian Jacquet a Chennai e Nuova Delhi, Geoffrey Blancaneaux a Brazzaville, Valentin Royer i due tornei consecutivi giocati a Kigali. La Francia ha solo due tornei nel circuito maggiore, a parte il Roland-Garros e il Masters 1000 di Bercy. Resistono Montpellier e Marsiglia. Lione è scomparso e Metz è destinato alla stessa sorte. Ma i challenger proliferano, le wild card locali abbondano e il principio dell’emulazione si è messo in moto. In effetti assomiglia al processo visto in Italia.

    

Non ci sono campioni perché il tennis è una moda per adulti

  MARZO 1985  DI MARIO SCONCERTI

L’Italia sta giocando a Calcutta un’improbabile e per adesso anche sfortunata partita di Coppa Davis con l’India. Al di là del risultato finale è abbastanza sorprendente la nostra precarietà internazionale in uno sport che conta milioni di praticanti. C’è una sproporzione enorme tra quanti in Italia giocano a tennis e il livello medio che riusciamo ad esprimere. Le ragioni sono indubbiamente molte, ma la più importante è forse legata proprio al clamoroso benessere che il tennis in Italia è andato acquistando negli ultimi dieci anni. Il fatto che tutti giochino ha prodotto alla fine una sorta di strozzatura. Cerchiamo di esemplificare. Per i suoi costi di base (attrezzatura ed abbigliamento sempre più sofisticato, noleggio campi ed impiego di maestri) il tennis è diventato sport per soli adulti. I campi sono “venduti” dalle prime ore della mattina alle prime ore della notte seguendo in tutto e per tutto le esigenze professionali di un cliente che deve comunque essere nei confronti del tennis economicamente indipendente. Diventato moda, esercizio fisico o semplice distrazione, il tennis ha finito col soffocare la sua base tecnica. È cresciuto moltissimo il livello medio-basso, è calata altrettanto la fascia alta. In parole povere mancano materialmente perfino i campi da dedicare alla scuola dei giovani di talento. Datosi insomma a tutti, il tennis sempre meno può dare a se stesso, scivolando ormai nella quasi impossibilità di costruire qualcosa. Ad un passo dal Duemila, in piena esasperazione del professionismo, nel tennis si partecipa molto e si vince pochissimo. Non è necessariamente un male, forse è soltanto una scelta. Basta non meravigliarsi sempre e saperne accettare le conseguenze.

 

 

Napoli   Da oggi a domenica si giocano le finali di Coppa Italia di pallanuoto. Sandro Campagna, cittì della Nazionale, dice che «forse l’unica partita scontata sarà Pro Recco-Ortigia e lo dico mio malgrado da ex giocatore biancoverde. Poi le altre partite le vedo tutte molto equilibrate. Quando ci sono partite equilibrate, partite con stress, emerge il talento e quindi il grande giocatore. Queste partite e i play-off saranno molto utili per darmi informazioni, soprattutto per i più giovani perché siamo all’inizio del quadriennio olimpico. Partirò sempre dalla base dei più esperti molto forti ma bisogna pensare anche al 2028 e quindi dovrò obbligatoriamente inserire dei giovani nei quattordici della squadra. Faremo un common training con l’Ungheria dal 5 all’8 aprile a Napoli, poi continueremo da soli fino all’11. La prima partita del dopo squalifica internazionale sarà qui a Napoli, ovvero il remake Italia-Ungheria il prossimo 9 giugno. Sarà un mese intenso, faremo una partita in Grecia, un torneo probabilmente a Trapani con Spagna, Ungheria e Grecia. Giocheremo con la Croazia a Roma durante il Settecolli e a Sebenico prima di partire per i Mondiali. A maggio ci sarà un film documentario sul Settebello sulla nostra preparazione di Parigi con il finale che tutti conoscete ma anche con le grandi vittorie dal ’48 al ’60 al ’92»

   

 Cosa è successo il 14 marzo su Slalom

    Il club delle Coppe di cristallo

 2020  Alla vigilia della vittoria di Federica Brignone, parole d’autore per gli altri italiani che hanno vinto la Coppa del mondo in una disciplina invernale |  Leggi qui

   Era Meraviglioso 

 2021  In morte di Marvin Hagler |  Leggi qui

   L’uomo che saltava guardando il cielo 

 2023 Addio a Duck Fosbury, inventore di uno stile e artefice di una rivoluzione nel salto in alto |  Leggi qui

   Il Poggio è il luogo dei luoghi secondo Merckx 

 2024 L’Equipe chiede ai grandi ciclisti del passato di fare una classifica dei posti di culto del ciclismo |  Leggi qui

     

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