L’identità ucraina attraverso lo sport

 

L’identità ucraina attraverso lo sport

 

        Nel suo discorso del 24 febbraio, nel quale spiegava le motivazioni dell’attacco all’Ucraina, Vladimir Putin la descrisse come una nazione artificiale. Gli storici hanno subito smentito la sua tesi. Ci sono un popolo, una lingua e una cultura tipicamente ucraini. È il grande errore costante della Russia, rifiutare questa ovvietà, hanno detto a Le Figaro sia Jean-François Colosimo sia la politologa Alexandra Goujon, dell’Università della Borgogna. 

Su L’Equipe, Jean-Christophe Collin giunge alla stessa conclusione attraverso lo sport, dimostrando come l’Ucraina, dall’indipendenza, dimostri che non si tratti affatto di una creazione artificiale. 

Lo sport – sostiene – è il simbolo visibile dell’identità di una nazione. Tutti i tifosi del mondo sventolano bandiere del loro paese per mostrare il loro attaccamento. L’Ucraina non fa eccezione. Lo sport è stato addirittura uno dei maggiori veicoli della proclamazione dell’esistenza di questa nazione, formalmente indipendente nel 1917, poi una delle quindici repubbliche federate dell’Unione Sovietica, all’interno della quale ogni nazionalità ha avuto le sue specificità, in particolare nello sport. È così che la Georgia o l’Azerbaigian hanno brillato negli sport da combattimento come il judo e il wrestling, le nazioni baltiche come la Lituania nel basket. L’Ucraina si è distinta per la sua padronanza dell’atletica e del calcio

Gli esempi che fa l’Equipe sono numerosi. Il saltatore in alto Valery Brumel, per esempio, così amato al punto da rivaleggiare per notorietà con la star assoluta dell’URSS anni ’60, Yuri Gagarin. Il 22 luglio 1962, a Palo Alto, in California, durante un incontro USA-URSS, 80.000 persone si alzarono per applaudire il giovane atleta dopo il suo record mondiale (2,26) e la sua vittoria sul campione locale John Thomas. Nel cuore della Guerra Fredda, a poche settimane dalla crisi cubana e in un mondo sull’orlo della guerra nucleare. Se Brumel non si fosse rotto una gamba in un incidente in moto una sera dopo una festa – scrive il giornale francese – forse Dick Fosbury non avrebbe rivoluzionato la disciplina con il dorsale e avremmo continuato a saltare con il ventrale

Saltava con il ventrale anche Vladimir Yashchenko, detto il Rimbaud del salto in alto, ucraino, primatista del mondo a sua volta (2,33) , anche lui fermato da un infortunio e poi dall’alcolismo. Più recentemente, Bogdan Bondarenko (2,42) ha rinnovato l’eccellenza della scuola ucraina nel salto in alto. Così come Yaroslava Mahuchikh in campo femminile, vicecampionessa del mondo a 18 anni, bronzo olimpico la scorsa estate a Tokyo a 19. 

Nello sprint il nome di Valeri Borzov basta da solo. Fu il primo grande rivale di Pietro Mennea negli anni Settanta, primatista europeo dei 100 m (10”00), due volte campione olimpico a Monaco nei 100 e 200. Anche lui era nato a Kiev. 

Nel calcio, ricorda l’Equipe, a parte Yashin, gli altri Palloni d’oro dell’URSS erano ucraini: Oleg Blokhin (1975), Igor Belanov (1986), Andreï Shevchenko (2004). Come ucraino era il laboratorio di Lobanovski alla Dynamo Kiev o con la Nazionale sovietica ai Mondiali del 1986.

La Nazionale di calcio, dopo la guerra del Donbass e l’annessione della Crimea del 2014, ha rappresentato i valori centrali della coesione del popolo ucraino. Si è presentata a Euro 2021 – ricorda l’Equipe – indossando una maglia che portava uno stemma, sul quale la mappa dell’Ucraina comprendeva le regioni rivendicate dalla Russia. C’era scritto lo slogan: Gloria all’Ucraina, Gloria agli eroi. Il presidente Zelensky la indossava con orgoglio.

Ricorderete che la Russia protestò e agli ucraini venne vietato di indossarla.

La UEFA – dice L’Equipe – all’epoca era meno attenta ai crimini di Vladimir Putin

Silenzioso se ne sta per il momento il più famoso e glorioso fra tutti, Sergei Bubka, oro olimpico di salto con l’asta nel 1988, sei volte campione del mondo, seriale oltre i 6 metri, oggi presidente del comitato olimpico di Kiev. Ha chiesto la pace e ha comunicato la decisione del CIO di escludere la Russia dalle competizioni sportive. Stop. Interrogato da L’Équipe, non ha risposto alle domande. Fino a poco tempo fa – scrive il giornale francese – sua madre e suo fratello vivevano ancora a Donetsk, dove è cresciuto, il che potrebbe spiegare la sua riservatezza. Mentre molti giovani atleti si offrono volontari per difendere il Paese, mentre l’ex pugile e sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, è in prima linea nella resistenza, è atteso da tempo un discorso del presidente del comitato olimpico ucraino, membro del CIO

 

    Gente di Odessa

La città di Igor Belanov. Aveva 26 anni quando Odessa era sovietica e quando l’URSS stupì al Mundial in Messico con lo stile di gioco che il colonnello Lobanovski aveva sperimentato alla Dinamo Kiev. Fece quattro gol in quel mese e sei assist. Il Pallone d’oro si dava al migliore della stagione, capitava perfino all’epoca che i giurati di France Football potessero esagerare e darlo a lui. Non era così male come ci saremmo raccontato negli anni a venire per sminuire un’edizione del trofeo. Gianni Mura lo definì punta unica e magrolina, ma da prendere con le molle: scatto, dribbling, tiro, un campionario completo. A un certo punto parve vicinissimo all’Atalanta.

A Odessa era cresciuto giocando con il Chernomorets, la tipica squadra che se ti usciva al sorteggio per il primo turno delle Coppe, sentivi dire: attenzione, la loro stagione è già iniziata; se la beccavi ai quarti, il commento era: ma il loro campionato è fermo per la pausa invernale (all’epoca andava così). Quando però il Chernomorets venne a Roma nel 1975 in Coppa UEFA, prese tre gol dalla Lazio e venne eliminato. Belanov a Odessa ha una scuola calcio. 

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