
I francesi e i belgi sono sei, i tedeschi tre e gli italiani due: Alessio Gasparini e lo stagista Enea Sambinello. Non è venuto nessuno dei migliori 100 corridori al mondo. Nessuno dei partecipanti ha corso l’ultima Sanremo e nessuno correrà la prossima Roubaix. La vedette della corsa è l’eritreo Henok Mulubrahn, ma non è per questo motivo che da oggi si guarda il Giro del Rwanda.
C’è una guerra nelle regioni al confine della Repubblica Democratica del Congo e fra sette mesi la federazione ciclistica internazionale dovrebbe portare a Kigali i Mondiali su strada, per la prima volta in un paese africano. I belgi della Soudal-QuickStep hanno preferito restare a casa: potrebbe essere un tema dei prossimi mesi. Il nuovo patron Jurgen Foré ha giudicato che la situazione non fosse abbastanza tranquilla. Gli organizzatori hanno temuto che la defezione avrebbe avuto ripercussioni su altre squadre straniere. Non è successo.
Due arrivi di tappa sono posti a pochi km dai luoghi degli scontri delle scorse settimane. Goma è a nord del lago Kivu, Kubavu a sud, al secondo punto di valico tra i due Paesi coinvolti.
Da una decina di giorni molto sembra essersi calmato, la vita a Kigali non pare sia stata turbata dal conflitto. Nel 2024 la rivista Jeune Afrique ha classificata la città al 2° posto tra quelle più attraenti in Africa. Ci sono tre ore di strada fra la capitale e la guerra, fra la capitale e i vicini congolesi, “le cui ramificazioni politiche in Belgio – spiega stamattina L’Équipe alla vigilia della cronometro che apre la corsa – non sono un segreto per nessuno”.
Un diplomatico spiega che «la visione degli europei non è la stessa che abbiamo qui in Africa. Il Rwanda di Paul Kagame – dice – suscita invidia perché va contro l’ideologia postcoloniale ancora vigente in alcuni paesi europei. Come nel 1994, prima dei terribili eventi che causarono la morte di un milione di Tutsi, anche negli ultimi mesi si sono visti gli stessi segnali che annunciavano un nuovo genocidio. Nonostante i mezzi utilizzati siano stati violenti, il Rwanda si è difeso per proteggersi e non vivere la stessa tragedia 30 anni dopo».
Il fatto che l’unica squadra a essersi rifiutata di partecipare alla corsa sia belga ha causato una certa irritazione dentro i luoghi del potere a Kigali. L’annuncio fatto martedì scorso dal governo dell’interruzione degli scambi di cooperazione con Bruxelles è stato considerato una risposta politica alla defezione ciclistica. Secondo le informazioni a disposizione de L’Équipe, la decisione di Jurgen Foré di seguire le raccomandazioni del nuovo ministro degli Esteri belga ha suscitato incomprensione anche tra i componenti della squadra. I corridori volevano andare.
Le richieste di accredito per la corsa non sono invece diminuite, un giornalista locale dice che «sappiamo benissimo che non vogliono venire per seguire la corsa ma per cercare di creare polemiche con immagini che non troveranno, qui è tutto tranquillo»
Il direttore generale dell’evento, Freddy Kamuzinzi, è rimasto impassibile: «Dobbiamo organizzare una gara come facciamo da 16 anni e abbiamo sempre dimostrato di poter offrire lo stesso livello di qualità organizzativa che c’è in Europa. Il Tour del Rwanda non merita di essere al centro di un dibattito. Abbiamo a cuore tanto la sicurezza dei corridori quanto quella del pubblico. Né siamo tenuti a fornire più risposte di altri organizzatori di competizioni sportive vicini alle proprie zone di guerra».
In Germania nei giorni scorsi si è però riaccesa la polemica intorno alla sponsorizzazione sulla maglia del Bayern: Visit Rwanda. I media parlano di sportswashing del governo del paese africano.
PAROLE Biniamin Girmay ► «Ogni corridore africano sogna di vincere in Rwanda». Così dice il ciclista più famoso del continente, l’eritreo Biniam Girmay, maglia verde all’ultimo Tour de France, una storica Gand-Wevelgem vinta qualche anno fa. Più volte ha dovuto spiegare di non essere alla corsa per una scelta sportive e non politica. In una intervista con L’Équipe stamattina spiega che «sono cresciuto come tutti gli altri corridori. Probabilmente la gente presta più attenzione a me perché provengo da un paese lontano, ma nel corso degli anni ho avuto la stessa evoluzione di un corridore francese o belga. Probabilmente ricevo più attenzione perché ho vinto alcune gare importanti, ma sono la stessa persona di sempre. Quando ho battuto Greipel la prima volta avevo solo 19 anni ed era la prima volta che lasciavo l’Eritrea per andare all’estero. Sapevo chi era quel Greipel tedesco. In Eritrea seguiamo tutte le gare, conosciamo tutti i risultati. È stato il primo grande passo della carriera e mi ha dato molta fiducia. Non avevo mai avuto modo di confrontarmi con i ciclisti stranieri, non sapevo nemmeno di essere io più bravo di loro negli sprint. In quel momento ho scoperto qualcosa su me stesso. Ma battere Greipel non mi ha dato più opportunità. Ho potuto raggiungere il centro dell’UCI di Aigle per continuare a studiare il mio mestiere e poi sono stati i dirigenti di una squadra di Marsiglia a notarmi in Gabon. È grazie a loro che sono diventato un professionista. Avrei potuto passare inosservato. Ma non credo che essere africano mi penalizzi, non più che un asiatico o un sudamericano. Tutte le grandi corse sono concentrate in Europa, se non ci metti piede è certo che nessuno ti noterà. In Africa siamo stati fortunati ad avere il Tour del Rwanda con squadre professionistiche che vengono dall’Europa. Vincere una tappa là offre una possibilità, ma senza alcuna garanzia. Non è perché sono nero che i miei risultati sono diversi dagli altri, quelli dei bianchi. Quando vinco la gente mi ricorda sempre che sono il primo africano nero ad aver raggiunto quel traguardo. A volte mi dà fastidio perché dà l’impressione che l’Africa sia un solo paese, quando in realtà siamo 54 paesi diversi. Non posso rappresentare l’Africa da sola, c’è tanta differenza tra un eritreo, un marocchino o un angolano. Prima di me ci sono stati molti corridori che meritavano di avere un posto tra i professionisti, come Daniel Teklehaimanot, Merhawi Kudus, Natnael Berhane. Abbiamo sempre avuto buoni ciclisti, sprinter o scalatori forti. Si trattava solo di interessarsi un po’ di più a noi».
I giorni dei pionieri sono lontani. Tempo fa Marco Pastonesi definì il Giro del Rwanda la corsa più pazza del mondo. Scrisse sul Foglio: “La storia antica tramanda un’edizione in cui sono più numerosi i corridori all’arrivo dell’ultima tappa di quelli alla partenza della prima: un’acrobazia spiegata con l’ingresso delle squadre strada facendo. Alcune si sono presentate in tempo al pronti-via, ma senza bici, bloccate a una dogana, oppure il contrario, sono pervenute le bici ma non i corridori. Altre sono giunte in ritardo per colpa di un pullman recalcitrante, di una guerra strisciante, di un finanziamento singhiozzante. Ma sono tutte state accettate e accolte, a condizione che i corridori si allineino dal fondo della classifica. Un dettaglio, a quel punto, irrilevante. Si narra addirittura di un’edizione in cui, delle tappe, sono sempre conosciute le sedi di partenza, ma non quelle di arrivo: perché l’organizzazione avrebbe bisogno di un collaudo, di un rodaggio, di un perfezionamento impossibili a quelle latitudini, a quelle situazioni, a quelle urgenze”.
Pastonesi raccontò che all’edizione del 2015 era presente Valens Ndayisenga, vincitore dell’anno prima, 2015, nato il primo gennaio del 1994. “Lo stesso preciso giorno-mese-anno in cui è venuto alla luce Jean-Claude Uwizeye, dorsale 55. Invece il primo gennaio del 1988 è nato Joseph Biziyaremye, dorsale 52, il primo gennaio del 1993 Jérémie Karegeya, dorsale 53, il primo gennaio del 1996 Joseph Areruya, dorsale 51, e Ephrem Tuyishirmire, dorsale 105. Sei dei 15 corridori delle tre squadre nazionali del Ruanda sono nati il primo dell’anno. Strano, ma vero. La ragione sta nel genocidio del 1994 – un milione di morti in un centinaio di giorni – che ha stravolto il Ruanda. I certificati di nascita sono stati dimenticati e gli uffici anagrafici trascurati finché, per sanare la situazione, ufficiali e genitori hanno deciso di dare il pronti-via con una data simbolica: ogni inizio anno, cioè il primo gennaio, appunto”.
MAMELISMI L’italiano che corre per una squadra del Rwanda ► Alessio Gasparini ha 26 anni, veronese, è il primo ciclista italiano ingaggiato in una squadra del paese africano. Corre in maglia arancione Slalom, porterà sulla canna della bici il numero 113, nell’immaginario di noi tutti il segno di un’emergenza. Non ce ne sono nelle sue giornate in Rwanda, almeno non ne racconta a Marco Pastonesi che lo ha intervistato per Tuttobici.
Secondo di tre figli, aveva iniziato con il nuoto. Si allenava nella stessa piscina di Federica Pellegrini. A 16 anni si è stufato della famosa linea blu disegnata sul fondo della piscina e ha provato con la bici. «Altri paesaggi, altre avventure – dice – altre emozioni».
Da quasi due mesi è ospite dell’Africa Rising Cycling Center, creato nel 2014 a Ruhengeri, a 1850 metri di quota, vicinissimo al parco nazionale dei gorilla. «L’ideale per allenarsi. Non esistono rotonde – racconta Gasparini – non esistono semafori, non esiste pianura, o si sale o si scende, su e giù da 1500 a 3mila metri, e con la mountain bike si arriva anche a quota 4mila. Se Kigali, la capitale, è quasi una metropoli occidentale, il resto del Paese è ancora intatto. Foreste, laghi, villaggi. Qui bisogna fare molta attenzione ai bambini, che corrono e saltano dappertutto. E bisogna fare attenzione anche a chi va in bici, bici che sembrano aver fatto la guerra, e trasporta sacchi di patate da 100 kg, frenando con ciabatte dalle suole rinforzate con il battistrada degli pneumatici».
TESTIMONI Ivan Basso spiega l’Operación Puerto al Corriere della sera
«Contattai un medico spagnolo specializzato in trasfusioni…».
➣ Vietate.
«Ovviamente sì. A Madrid mi feci prelevare due sacche di sangue che poi mi sarei fatto iniettare prima del Tour per avere globuli rossi più freschi e andare più forte. Ma in un’operazione investigativa della polizia spagnola trovarono le sacche congelate, mie di altri, e associandole al Dna nelle banche dati della federazione mi identificarono».
➣ Perché lo fece?
«Desiderio sfrenato, incontrollabile di vincere tutto. E consapevolezza che con quel metodo avrei potuto realizzare il sogno. Ero cresciuto in quel modo e nulla avrebbe potuto fermarmi, sapevo cosa stava succedendo ma non volevo rendermene conto. Pensavo di essere nel giusto».
➣ Quindi lei non si è mai dopato?
«Non ho fatto in tempo. Ma so cos’ho fatto, riconosco le mie colpe, e mi vergogno. Ma ci sono motivazioni più profonde in quello che ho fatto».
➣ Quali?
«Come quasi tutti all’epoca, non ero educato all’etica della vittoria e della sconfitta, anzi non avevo nessuna etica. Non pensavo certo di essere nel giusto, ma mettevo davanti al giusto ma anche alla mia famiglia la voglia sfrenata di vincere. Per questo oggi l’etica è la prima cosa che cerco nei miei corridori».
➣ Nel luglio del 2006, due giorni prima della partenza del Tour de France, gli organizzatori la cacciarono dall’albergo di Strasburgo dove era in ritiro con la squadra.
«Scappai da una porta di servizio e cominciò una caduta inesorabile ma lentissima. A fine estate tornai a correre per qualche mese fino a quando non emersero prove certe e mi trovai davanti — l’anno successivo — ad Ettore Torri, l’ex capo della procura di Roma prestato all’antidoping».
➣ E con Torri?
«All’inizio negai tutto ostinatamente. Poi lui trovò le parole giuste o meglio mi portò allo sfinimento. Ammisi ogni colpa, concordai un lungo periodo di squalifica. Torri era un duro ma pieno di umanità. Quando firmai la confessione mi disse: “Basso, un giorno lei capirà di non aver bisogno di queste porcherie”. Parole ripetute tre anni dopo, e non più in un tribunale».
➣ Dove?
«Sul palco dell’Arena di Verona nel momento in cui vinsi il mio secondo Giro d’Italia. C’erano mia moglie, i miei figli, c’era Aldo Sassi, lo scienziato dello sport che fu l’unico a prendermi per mano e a guidarmi durante la squalifica. E si presentò anche Torri, il cacciatore di dopati. Mi disse: “Visto che avevo ragione?”. Essere coinvolto, smascherato in quell’operazione è stata la cosa più importante della mia vita». – intervista di marco bonarrigo e aldo cazzullo, Corriere della sera