Il discredito verso il possesso palla: in Italia c’era già 60 anni fa

   SLALOM VINTAGE 

Quando sembrava moderno lanciare lungo

21 FEBBRAIO 1965

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Uno dei luoghi più comuni della critica moderna al giuoco del calcio è quello di ritenere controproducente, assolutamente inefficace e causa di tutti i mali di una squadra il passaggio laterale e, ancor peggio, quello indietro. È un luogo comune molto spesso espresso a sproposito da osservatori superficiali o eccessivamente ansiosi di vedere sui campi le cose impossibili. Non vi è così dubbio che le azioni più belle e più entusiasmanti sarebbero quelle che partendo dal portiere facessero arrivare la palla ad un mediano o ad una mezzala i quali, rapidamente voltandosi, sapessero con un solo passaggio porre il centravanti libero davanti alla porta avversaria e, zac, goal! 

Sono le azioni che tutti i tifosi sognano nella notte tra il sabato e la domenica. E manterrebbero tutta la dolcezza che hanno i bei sogni se qualcuno o molti non pretendessero di vedere trasformate in realtà quelle visioni notturne. 

Ma la realtà del campo di gioco è assai diversa; gli avversari sono di una noiosa realtà, vivi e impertinenti, e quella palla è così difficile da dominare nella sua fastidiosa rotondità! I giocatori di calcio ormai devono essere preparati a fare troppe cose in quei novanta minuti di esibizione settimanale. Devono sapere correre e senza avere mai il fiato grosso; ciascuno deve cercare di essere più svelto del diretto avversario, quando ricevono la palla o se ne sono impossessati di forza devono saperla controllare e saperla inviare senza esitazione verso la porta avversaria o verso il compagno meglio smarcato. Questo compagno meglio smarcato, secondo i critici più qualificati e secondo le moderne regole, dettate non si sa da chi, deve essere sempre in posizione la più avanzata possibile nel vivo della difesa contraria. 

Un giocatore resistente, svelto, rapido palleggiatore non vale nulla se nel suo repertorio non figura la moderna prerogativa del passaggio sempre in profondità, sempre in avanti come pretendono i più importanti e qualificati critici dei giorni nostri. La pretesa tuttavia avrebbe una relativa influenza nel gioco delle squadre se quella parte della tifoseria che più legge non si lasciasse imbevere di questi concetti tecnici e non li facesse propri mentre assiste alle partite. 

I giocatori d’altra parte non possono non essere sensibili alle esigenze del pubblico espresse tanto rumorosamente, con tanto calore e quasi come una supplica; con la carica psicologica che hanno ricevuto prima di scendere in campo, come è ormai in uso in tutto il mondo, alla lunga non resistono più: in avanti sentono gridare dalle tribune, «lungo!», «via!»; come si fa a non sentirsi eccitati e fare proprio così quando si sa che così pretendono anche dirigenti ansiosi ed osservatori profondamente competenti? 

Ma sì – dicono molti giocatori – vogliono gioco lungo e in profondità? Oh chi se ne frega! E di ogni palla durante le gare cercano di farne un passaggio lungo ad un compagno in avanti anche se marcatissimo da uno o due avversari. Male che vada, pensano, la colpa sarà sempre del presunto destinatario del passaggio che o non si è smarcato o non ha lo scatto e i riflessi più pronti per raggiungere la palla scagliata in una zona vuota. È stato forse il diffondersi di questa mania o pazzia di dovere necessariamente e sempre giocare lungo e in profondità che ha portato le difese ai rigidi marcamenti ad uomo e alla invenzione del libero avente la funzione di raccogliere tutte quelle lunghe palle e rinviarle, altrettanto lunghe, nella metà campo avversaria. 

L’aspetto più sorprendente del gioco domenicale, fatto quasi esclusivamente di impossibile manovra con palloni rilanciati in avanti, è fornito dalla considerazione del lavoro svolto durante tutta la settimana precedente e per lunghi mesi da allenatori e giocatori. Questi infatti trascorrono ore ed ore sul campo ad insegnare e ad esercitarsi e dominare collettivamente la palla, a passarsela con rapidità e con precisione in attesa di un varco nella difesa avversaria o di un fulmineo smarcamento di un compagno per potere effettuare l’ultimo passaggio utile e tentare la via della rete. Durante la settimana i giocatori sentono i loro allenatori predicare che è preferibile dare la palla indietro ad un compagno piuttosto che lanciarla in avanti a vanvera; alla domenica la regola non vale più perché bisogna fare subito e presto, perché bisogna evitare che si dica che la squadra non rende perche gioca per linee esterne, perché si fanno troppi passaggi laterali, perche questi appartengono ormai al passato, ad un gioco superato.

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Il gioco vero è diventato soltanto quello che si svolge per linee interne, in profondità, perché soltanto con le palle lunghe si crede di arrivare nell’area di rigore avversaria. Questa frenesia, questa illusione di arrivare a segnare con un paio di passaggi in profondità ha fatto dimenticare i goal segnati al termine di una azione condotta dalla metà campo sino all’area avversaria con passaggi anche laterali e con tiro a rete finale effettuato su centro di una delle ali dalla linea di fondo. Ma sono cose di altri tempi che in molti rimpiangono e che moltissimi non possono neppure valutare, abituati come sono ormai ad assistere a travolgenti palle lunghe e a formidabili pedalate per raggiungerle. 

Nella consueta presunzione che abbonda, continuiamo a schernire quelle squadre che con metodiche giocate orizzontali continuano a macinare azioni su azioni in paziente attesa sin dal primo minuto dello spazio e dello smarcamento che consentano un passaggio ultimo utile per effettuare il tiro a rete. Il Brasile ha vinto due campionati del mondo giocando per linee esterne in fase di preparazione (Didi, Zito) e in profondità di uomini scattanti o di passaggi (Pepe, Pelé, Amarildo e Garrincha) in fase di realizzazione. La Cecoslovacchia con gli stessi criteri è andata in finale a Santiago; in tutta Europa e in Sud-America si gioca in siffatta maniera (avere quanto più a lungo il possesso della palla in attesa di potere tirare) ma noi italiani siamo i più dritti di tutti, abbiamo inventato l’acqua calda e sistematicamente ci scottiamo con quella tiepida. 

Il gioco che i nostri allenatori cercano di ottenere dalle loro squadre sarà forse quello dell’avvenire; il moderno costume calcistico vitupera giocatori e tecnici che esprimono la loro capacità professionale in un gioco ragionato, come lo è quello svolto con il fermo controllo della palla o delle zone del campo, ed efficace a ragion veduta non appena dal saldo possesso della palla si può passare ad una fase conclusiva non avventurosa. Scagli la prima pietra quel tecnico e quel giocatore che non si sente forte e tranquillo quando la sua squadra tiene la palla anche con passaggi laterali, lunghi o corti che siano. In Brasile, scusate se pigliamo sempre ad esempio i campioni del mondo, ma chi altri dovremmo prendere?, il mediano d’attacco o la mezzala centrocampista vengono chiamati «armatori del gioco» con un termine di origine navale che significa assestare la nave, completarla e rifinirla nei particolari con precisione e con ordine. Chi non ricorda il modo di giocare di armatori come Dino Sani, Didi, Zito e lo stesso pur lentissimo Mengalvio? Ricevevano la palla dal portiere o da un terzino; se la passavano tra loro con rapidi scambi anche con le punte e con le ali in attesa che un passo falso dell’avversario o uno scatto di un compagno creassero lo spazio e l’opportunità per andare a rete. Avremo visto giocare almeno cento volte Santos e Brasile e il gioco cosiddetto per linee interne lo abbiamo sempre visto effettuare a colpo sicuro dopo un più o meno lungo palleggio, per le cosiddette linee esterne. 

Ancora una volta abbiamo espresso concetti controcorrente ma abbiamo il modesto conforto non solo del Brasile di oggi e del Real Madrid del passato ma anche di tutti i tecnici operanti nel mondo e di tutti i giocatori che calcano ogni domenica i campi. È soltanto la critica esterna che la pensa diversamente ed induce allenatori e atleti ad agire contro natura, in contrasto con le loro idee per una volgare questione di pagnotta.

di giulio cappelli, la Gazzetta dello sport

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