Il film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio, rappresentante dell’Italia agli Oscar, è stato nominato nella cinquina finale che correrá per il premio. Gli altri quattro candidati sono Flee Di di Jonas Poher Rasmussen (Danimarca), Lunana: a yak in the lassroom di Pawo Choyning Dorji (Bhutan), La persona peggiore del mondo di Joachim Trier (Norvegia) e il favorito Drive my car di Ryûsuke Hamaguchi (Giappone), in corsa pure per la sceneggiatura originale, miglior film e migliore regia
Felice di non essere favorito, mi piace partire dalla panchina
Paolo Sorrentino
tracce Il calcio e il Napoli | “A Federico Fellini il calcio non interessava: «Non ho mai visto una partita in vita mia». Paolo Sorrentino non se ne perde una. Che sia un Napoli da Champions al Santiago Bernabéu o una gita a Reggio Emilia in una pizzeria di New York sulla dodicesima, conta professare. Sorrentino è un credente. Praticante. Fece la sua prima tessera ai tempi di Ruud Krol. Amava Sarri. Gli era simpatico Edy Reja. E adorava ovviamente i cavalieri che fecero l’impresa, gli eroi della sua adolescenza che a Napoli, all’anteprima del suo ultimo film, sono arrivati in massa. «Guarda invece che scienziati/che dottori/che avvocati/che folla di ministri e deputati». Sulle note di Bennato a Napoli, confusi tra i 400 presenti, c’erano anche loro, ma Paolo non aveva occhi che per Bagni. Salvatore, come suo padre. E non si sa chi fosse più commosso” – di malcom pagani, Rivista Undici
Come è stato accolto il film dalla critica USA
David Rooney, Hollywood Reporter: “Chiunque sia mai stato in Italia durante una partita importante, riconoscerà le strade deserte e l’esplosione di gioia rumorosa da ogni finestra e balcone ogni volta che la squadra locale segna. Quell’euforia collettiva, Fabietto se ne rende conto, non è meno presente nei piaceri effimeri di una sfrecciata veloce attraverso la città per aiutare la sua zia emotivamente instabile o in un pranzo in famiglia allargato. C’è una qualità adorabile nel modo in cui Sorrentino mette insieme queste scene, più simile a un mosaico coinvolgente che a una narrazione tradizionale, senza quella distanza ironica che ha spesso caratterizzato il suo lavoro e con pochi svolazzi stilistici. Non c’è autoesaltazione nell’introspezione di Sorrentino e nessun sentimentalismo appiccicoso nella sua nostalgia. Invece, c’è un intimo candore che colpisce, mentre la narrazione frammentata del film si tiene insieme in qualcosa di davvero speciale, una storia di formazione segnata da una tragedia indelebile, un dolore indicibile che diventa un compagno. La risonanza emotiva è amplificata dall’elegante fotografia di Daria D’Antonio e dalla tensione malinconica della partitura di Lele Marchitelli”.
Joe Morgenstern, Wall Street Journal: “Se avete bisogno di ulteriori prove che Dio opera in modi misteriosi, The Hand of God di Paolo Sorrentino è il posto giusto, anche se il titolo potrebbe essere fuorviante. Ho pensato in principio che un soggetto religioso di un regista italiano si aggiungesse a un film profondamente serio. Sbagliato, o parzialmente sbagliato. Questo è un pezzo gioioso di autobiografia, pieno di divertimento cattivo e di personaggi stravaganti, ricordati con affetto in immagini di una bellezza incantevole. Dio sembra penetrare nella vita del giovane eroe, in un momento che non è solo grave, ma tragico. Tuttavia, l’intervento opera attraverso lo strumento dell’impareggiabile leggenda del calcio Diego Maradona, che ha appena risposto alle preghiere dei residenti arrivando in città, tra acclamazioni deliranti, per giocare nella squadra locale. Proprio come gli appassionati di sport nella Napoli di quel tempo – cioè quasi tutti – adoravano Maradona, gli spettatori italiani dell’epoca amavano i film di Federico Fellini – per la profondità dei loro sentimenti all’inizio, poi sempre più per la loro stravaganza, la loro celebrazione del grottesco. The Hand of God crea una realtà che è a sua volta esilarante, straziante e straordinaria per grazia. È un film dalla mano di un maestro”.
Jonathan Romney, Screen Daily: “C’è una vena decisamente crudele in gran parte della commedia, sebbene Sorrentino la trasmetta come autenticamente radicata nella cultura che descrive. Ciò contribuisce a un registro abrasivo che compensa gli aspetti più delicati del film, in una delle memorie familiari meno sentimentali del cinema dai tempi di Fellini. La recitazione è ricca di personalità in tutti, con il giovane Scotti che fa una forte impressione per la sua sensibilità nervosa e il fisico spigoloso, il sempre imponente Servillo per una forma relativamente smorzata ma geniale come paterfamilias rilassato e Betti Pedrazzi nei panni dell’alta aristocratica vicina di casa della famiglia. Visivamente il film è ricco come sempre ma con molta meno stravaganza manierista”.
A.O. Scott, New York Times: “Quando i napoletani di Sorrentino non bisticciano, spettegolano o si guardano a vicenda, sono consumati dalla domanda se il grande centrocampista argentino Diego Maradona verrà mai a giocare per la squadra della città. Quando poi succede, sembra un miracolo, e scorci di lui sul campo o in televisione sono come piccole eruzioni di magia, in particolare il famigerato gol con la mano nella Coppa del Mondo del 1986 che Maradona ha attribuito all’intervento divino. Non direi che questo film è una distrazione dalla realtà, non più di quanto lo definirei un’opera di realismo. È una bellissima tautologia: un film realistico su una vita fatta per i film”.
Anthony Lane, New Yorker: “Se dovessi scegliere un film gemello di Licorice Pizza, quello di Paolo Sorrentino sarebbe la scelta ideale. Ha un protagonista, Fabietto Schisa (Filippo Scotti), che ha più o meno la stessa età di Gary Valentine. Riesco a immaginarli insieme in giro, magari saltando su uno dei lettini ad acqua di Gary, anche se Fabietto è più sognatore e meno intraprendente. Inoltre, come il film di Wes Anderson, The Hand of God cerca di catturare un periodo che sembra sia recente sia lontano, gli anni Ottanta, in particolare il 1984, quando Diego Maradona, venerato come il miglior giocatore di calcio della Terra, è pronto a firmare per il Napoli. «Non lascerà mai Barcellona, figurati se da Barcellona vene dint’’a stu cesso», questo buco di merda, dice qualcuno. Eppure il miracolo si realizza. E non meno meravigliosa è la nostra consapevolezza che, alla fine, dal buco di merda non vogliamo andarcene. Sorrentino è noto soprattutto per La Grande Bellezza (2013), il suo sontuoso panegirico di Roma. Napoli però è la sua città natale, la sua culla, mentre Roma è chiamata stavolta in modo più equivoco, come un grande inganno – una calamita da cui sono inevitabilmente attirati estranei come Fabietto – come se tutta la bellezza fosse poi una bugia”.
Stephanie Zacharek, Time: “The Hand od God è un film adorabile, a volte strano nel migliore dei modi, astuto per la maniera in cui gestisce tragedia e perdita. Ci sono sequenze che mostrano giovani e meno giovani che si godono un tuffo in mare, grandi cene all’aperto in cui gli eccentrici abitanti locali vengono presentati, esaminati, dolcemente derisi. Gli spettatori americani con codici rigorosi su quali tipi di battute siano accettabili, potranno essere infastiditi da alcune di queste scene. C’è anche il calcio: si scopre che la superstar argentina Diego Maradona, che ha elettrizzato la città quando è stato ingaggiato, ha avuto un ruolo nel salvare la vita di Fabietto e quella di Sorrentino. E quindi dobbiamo anche ringraziare lui, almeno in parte, per questo ricordo. Nel mondo di Sorrentino, Dio opera in modi misteriosi”.
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Slalom 8 febbraio 2020
Anche le Cinque Terre hanno una squadra agli Oscar con Luca
➣ Come ha fatto a convincere l’America che l’Italia non è solo Napoli-Roma-Sicilia?
«E per giunta nemmeno Venezia. Alla Pixar credono nei film personali e nelle esperienze individuali. Gli ho mostrato delle foto. Avevo disegnato un fumetto vent’anni fa con questo sfondo. Anche Amalfi e Positano hanno sapori simili ma è alle Cinque Terre che mi piace andare a correre e passeggiare. Quando l’ho proposto, gli ho parlato di questi piccoli villaggi che sembrano venuti fuori dall’acqua e si sono arrampicati sugli scogli. Un mondo che sta tra la terra e il mare. Il mondo perfetto per Luca».
➣ Ripensi agli Oscar per Mediterraneo, La vita è bella, La Grande Bellezza. Quanto c’è in Luca dell’Italia che gli americani preferiscono?
«Luca racconta l’Italia con l’occhio di un bambino curioso, un pesce fuor d’acqua che non conosce il concetto di normalità. Da Miyazaki ho preso il gusto per il dettaglio della natura. Ho cercato di riprodurre lo sguardo di un alieno, il suo wonder – come si dice – lo stupore, la meraviglia. Se c’è un’Italia pastello, si tratta di un pastello dorato che rappresenta la prima volta di Luca nella piazzetta di un paesino, la prima volta che vede il vento tra le foglie di un albero o la luce che filtra tra i rami. C’è la specificità di un borgo, le vecchiette che mangiano il gelato, un paesaggio che non è quello moderno. È forse un modo di mostrare un’Italia ferma nel tempo, in Luca ci sono gli Anni ‘50-60, magari è un’Italia idealizzata però è un’Italia bellissima».
➣ Si è chiesto che cosa succederà alle Cinque Terre dopo questo film?
«Negli ultimi mesi, scherzando, alla Pixar dicevamo che Luca sarebbe stato il biglietto più economico per vedere l’Italia, senza muoversi da casa. Silver lining lo chiamiamo qui. Un anno e mezzo fa avrei detto: meglio non fare pubblicità alle Cinque Terre. Tellaro è uno di quei paesini rimasto come una volta, dove hanno un’idea del turismo che è insieme benefica e malefica. Nel 2016 abbiamo fatto dei sopralluoghi e abbiamo intervistato tante persone, pescatori, poeti, su questo rapporto ambivalente che hanno con le crociere, con la folla. Chiedono a un turista che stia almeno una notte, che il viaggio se lo goda, di non fermarsi due ore e via. Lo posso capire. Speriamo che il film sia un invito a viaggiare di nuovo e a tornare in Italia».
Il regista Enrico Casarosa intervistato da Il Venerdì, 12 febbraio 2021