La morte del campione di baseball
Sul campo, i giocatori neri sono stati in grado di diventare dei giganti
Ma quando la carriera è finita, torniamo di nuovo sul retro dell’autobus
Hank Aaaron
Hank Aaron era nelle strisce dei Peanuts e nella Hall of Fame, era un pezzo di sport americano andato oltre lo sport americano. È morto a 86 anni, secondo USA Today per un ictus, uno dei più grandi giocatori di baseball, un manifesto in carne della lotta all’odio razzista. Era nato in Alabama da una famiglia di raccoglitori di cotone e decise di darsi al baseball dopo aver ascoltato un discorso di Jackie Robinson, primo afro-americano della Major League, dove avrebbe giocato per 23 stagioni (1954-1976) con Milwaukee e Atlanta, arrivando a casa base quasi 14 mila volte. Ha colpito 755 fuoricampo battendo da quarantenne nel 1974 il record di 714 che Babe Ruth aveva stabilito una quarantina d’anni prima. Quando successe – contro Al Downing dei Dodgers – prima abbracciò sua madre, poi prese un microfono e disse: «Grazie a Dio è finita».
Il popolarissimo radiocronista Vin Scully commentò: «Che momento meraviglioso per Atlanta, per lo stato della Georgia, per il paese. Un afro-americano sta ottenendo una standing ovation nel profondo Sud per aver battuto il record dell’idolo di tutti i tempi».
Aaron avrebbe poi rivelato nel suo libro di memorie del 1991 I Had a Hammer di aver ricevuto centinaia di lettere minacciose alla vigilia dell’impresa. Secondo il New York Post furono addirittura 930 mila nei 12 mesi precedenti. Il Boston Globe scrive che “dovette affrontare molto di più della semplice pressione di superare la più grande leggenda di un gioco”. «Io non volevo che dimenticassero Babe Ruth. Volevo che si ricordassero di Hank Aaron».
Tom Verducci per Sports Illustrated scrive che “tra i quasi 20 mila giocatori della Major League, è stato uno dei pochissimi a trascendere il gioco. Era più grande del baseball. Era un faro per i diritti civili, dell’umiltà, dell’etica del lavoro, tutte qualità che associamo con l’America migliore, non solo nello sport. Gli americani, non solo i tifosi di baseball, hanno un debito di gratitudine nei confronti di Hank Aaron. Le sue statistiche, per quanto grandiose, non raccontano il suo impatto. Non ha mai smesso di essere se stesso, anche quando l’America razzista cercava di scoraggiarlo”.
Katherine Acquavella per la CBS ha ricordato che “Aaron molte volte raccontava di essersi andato a nascondere sotto il letto da bambino quando il Ku Klux Klan marciava in strada, finché la madre non gli diceva: sono andati via, vieni fuori”.
Claire Smith per The Undefeated fa notare che “in un momento nel quale i giocatori neri non venivano celebrati ma sfidati, Aaron non è scappato dal razzismo. Ha mostrato all’America, mentre giocava nel cuore del Sud, come si poteva vivere senza paura, come si poteva essere un uomo”.
L’editorialista del Washington Post, Thomas Boswell, racconta: “Non avevo mai intervistato Aaron fino ai suoi 70 anni. È stata l’unica persona, compresi i presidenti degli Stati Uniti, che mi ha tolto il fiato quando è arrivato il momento di fare delle domande. Era tranquillo, composto, simile a un Buddha. Era come parlare a una statua di bronzo, l’uomo meno frettoloso mai vissuto. Non mi sembrò appropriato iniziare dicendogli: – sei stato uno dei miei eroi per tutta la vita per il modo in cui hai giocato, per come hai gestito l’odio razzista quando stavi battendo Ruth e per l’innata dignità messa in tutto ciò che hai fatto”.
Aaron ha fondato Chasing the Dream, istituzione che garantisce borse di studio ai bambini dai 9 ai 12 anni per i loro studi avanzati in arte, musica, danza e sport.
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