SLALOM VINTAGE
Una intervista alla vigilia della stagione ’75
Nel gennaio del ‘75 dovette esserci una specie di crisi di crescita per Adriano Panatta, a metà strada fra i 24 anni e i 25. Aveva vinto fino a quel punto tre tornei [Senigallia ‘71, Bournemouth ‘73, Firenze ‘74] e aveva perso un buon numero di finali, otto, di cui cinque nel ‘73 fra Barcellona, Madrid, Nizza contro avversari come Orantes e Nastase, una a Båstad contro Borg. Ma di sei scontri diretti contro lo svedese ne aveva vinti tre, i primi tre, in verità prima che Bjorn diventasse Bjorn.
Nel corso di quel ‘75 Panatta avrebbe trovato uno smalto nuovo, 53 vittorie in 81 partite, due titoli, a Kitzbuhel su Kodes in finale, a Stoccolma battendo Connors. Quel 10 gennaio del ‘75 stava per cominciare la stagione che lo avrebbe portato a qualificarsi per il Masters, primo italiano di sempre, con risultati sull’altalena fino a maggio, una sconfitta contro l’anziano Rod Laver sulla terra di Boston, la vittoria su Vilas e Borg a Madrid, un’altra finale contro Vilas a Buenos Aires. La Gazzetta lo intervistò con Enrico Campana.
“Com’è questo nuovo Panatta? Gli errori l’hanno cambiato? È disposto a uscire dal chiasso della dolce vita? È disposto a rinunciare alla parte del ragazzo che piace, a gettare nelle immondizie la vecchia maschera del bello superbo? Come tutti gli ex poveri ma belli – scriveva Enrico Campana – Panatta non ha ancora trovato una persona fidata che gli insegni a capire e metta ordine nella sua attività di giocatore. Non ama più il tennis ma solo i suoi vantaggi: le belle ragazze, il denaro, maligna la gente del suo ambiente. Adriano Panatta, figlio dell’ex custode del Tennis Parioli, buon profitto all’istituto per geometri (fin quando l’ha frequentato), letture impegnate e voto ai socialisti, non è un campione assolutamente privo di ogni regola. Non è il mondano che dissipa i suoi soldi al cabaret, lo sportivo che fallisce come uomo, il frescone che si spianta col lusso e i regali folli alle sue amate. No, Panatta non sarà povero. Certi suoi limiti forse, come ha indicato Nastase, nascono proprio dall’impegno di dover gestire una salda ricchezza. Panatta ha già investito parte dei suoi guadagni in una attività assicurativa, vuole prepararsi un futuro da manager“.

Lui, Adriano, ribatteva alla Gazzetta che «il successo passa troppo presto, lui ti sfugge ma tu devi essere capace di afferrare almeno la coda. La fortuna viene sempre una volta soia, non bisogna perderla».
Campana scriveva che “Panatta non vuole sprecare niente della vita. Il suo motto è: tutto nella giusta dose“. «E chi ha detto che io devo giocare solo a tennis e rinunciare alla mia personalità? Il tennis, a un certo livello, è roba da robot e io non voglio diventare un frustrato», diceva ancora Adriano. Il suo anno migliore sarebbe cominciato 12 mesi dopo: il celebre ’76 con i successi a Roma, Parigi e in Coppa Davis.
Parte da qui la vera intervista, domanda-risposta.
«Se perdo ancora tempo – ammette – il prossimo anno ne avrò 26 e non ci sarà più tempo per riparare. Io penso che l’equilibrio, la piena maturità un atleta la raggiunga proprio alla mia età e questa considerazione non la devo mica prendere a calci, per una forma di rispetto dovuta almeno a me stesso».
➣ Se le va bene, cosa farà?
«Continuerò a giocare fino a 32 anni, a patto di entrare da quest’anno in pianta stabile fra i primi 10 del mondo, altrimenti…»
➣ Altrimenti cosa?
«Continuo a ritmo ridotto, con dentro un’enorme delusione per non aver saputo vincere me stesso. Se accade una cosa del genere sono il primo ad essere dispiaciuto».
➣ Alla sua età il fisico passa la prima frettolosa revisione. Sente di aver già speso molto?
«No, il fisico è integro. Mi sono forse rotto o strappato qualche volta?».
➣ Cosa le è accaduto, di preciso, l’anno scorso?
«Non mi sono allenato come avrei dovuto. L’anno prima era stato tutto facile, mi sentivo padrone del gioco, degli avversari. invece mi sono accorto che non si può vivere di rendita e che ogni volta che arriva l’uno di gennaio bisogna ricominciare da capo».
➣ Si è mai chiesto la ragione di quell’annata buona?
«Ho frugato nella mente ma non ho trovato niente. Conoscessi la formula giocherei sempre a quel modo».
➣ Sia sincero, la radice dei suoi mali qual è?
«Non lo so».
➣ Accetta che venga discussa la sua vita privata?
«Ecco qua, la solita storia. Non capisco perché lo sportivo non abbia diritto alla sua area di privacy».
➣ Panatta si sente vittima del suo personaggio, e in che misura?
«Che verità! In Italia lo sportivo non esiste, al suo posto c’è il signor tifoso, un tipo che sembra anonimo ma che, invece, è capace di grandi crudeltà. Gli vai bene solo se vinci. Se perdi sei un mascalzone, se vinci troppo rompi».
➣ Come si sentirebbe se la gente, per strada, fingesse di non conoscerla?
«Beh, mi sentirei finalmente quello che desidero essere, un uomo non un personaggio».
➣ Questa stagione è stata programmata per la Coppa Davis o i grandi tornei?
«L’uno e l’altro. Giocherò molto, da gennaio fina a Wimbledon farò ben 19 tornei. Dopo vedrò…».
➣ Connors, Borg. Vilas. C’è un significato nella favolosa annata di questi ragazzi?
«Sì, che la voglia di vincere conta sempre di più e la classe sempre di meno».