La mattina di giovedì 26 aprile del 1945 Milano liberata si sveglia con un editoriale del Corriere della sera che avverte: “Il domani ci serba un grave compito”. Il Comitato di Liberazione Nazionale avrebbe poi imposto un mese di sospensione e il ritorno in edicola il 21 maggio con la testata Corriere d’informazione.
Anche questa è la storia di un nuovo mondo e di un nuovo sport, dopo un ventennio di divi e campioni di regime. Ne è subito consapevole Ciro Verratti, al quale tocca il compito si scrivere il primo articolo di sport dopo la fine della guerra e la cacciata dei nazisti. Ciro Verratti era stato medaglia d’oro nella scherma a squadre nove anni prima ai Giochi di Berlino. Un suo ritratto era stato eseguito a grandezza naturale nel 1932 da Lucio Fontana ed era stato esposto alla III Mostra d’Arte del sindacato regionale fascista delle Belle Arti di Lombardia. Verratti aveva fatto anche cinema e per il Corriere della sera sarebbe stato poi inviato al Giro e al Tour.
Quel 23 maggio del 1945 gli è chiarissimo cosa sta succedendo e quali parole vanno scelte. Scrive che il fascismo è stato “il grande imbonitore dello sport italiano”, ne ha fatto uno strumento della sua propaganda, “ha battuto la grancassa” attribuendosi meriti tra “spolverio e barbagli”. Lo scopo di Verratti è smarcare le vittorie italiane dalle camicie nere. “Lo sport è stato il campo in cui senza dubbio l’impostura è meglio riuscita. Ed era logico: questo era il settore delle anime semplici, degli entusiasmi immediati. Ogni nostra vittoria doveva essere una vittoria fascista. I nostri valentissimi maestri della scherma avevano preparato una generazione di campioni quasi invincibili, attraverso anni di oscuri sacrifici sulle pedane e anche questa era diventata una gloria fascista. I calciatori vincevano i campionati del mondo? Era il fascismo che aveva reso possibile questo trionfo. Carnera diventava campione mondiale di pugilato? Gli si infilava subito la camicia nera. E invece il fascismo aveva portato anche qui il suo alito greve”.
La Stampa torna in edicola più in là, il 18 luglio del 1945. A sua volta affida il primo pezzo di sport a una firma di punta del vecchio mondo. Si tratta di Vittorio Pozzo, il CT della Nazionale di calcio dei due titoli mondiali (1934 e 1938), collaboratore del giornale già durante il fascismo. Sulla sua vicinanza al regime, Giorgio Bocca scriverà (la Repubblica, 7 luglio 2006): “Era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti. Un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra è el travail”.
Fatto sta che Pozzo deve scrivere, e scrive. Disegna la sua visione del calcio post guerra. Scrive che “occorre veramente la collaborazione di tutti”. In che senso? “Ordine, disciplina, tolleranza, comprensione, spirito sereno sono condizioni indispensabili per uno sport popolare. Senza di esse, il calcio degenera in gazzarra, colla loro presenza esso diventa un passatempo dei più interessanti, un modo di ritemprare il corpo e lo spirito, una via per educare attori e spettatori al controllo di sé medesimi”. Scrive che il nuovo campionato non si potrà allontanare da una formula a carattere regionale, almeno finché le ferrovie e gli alberghi non saranno tornati a lavorare.
Il primo evento sportivo dopo la Liberazione che si tiene a Milano – presso la Società del Giardino – è proprio una gara di scherma, “sport di fulgida tradizione italica” scrive il Corriere della sera, con la partecipazione del capitano americano Paolo Kirschner. Sono anni in cui i militari USA hanno una forte influenza sullo sport italiano. Un manuale di 197 pagine stampato dal Dipartimento di guerra statunitense, datato 13 maggio 1942, è facilmente reperibile fra le truppe di stanza in Italia. È un librone che raggruppa le regole e le caratteristiche di tiro con l’arco, baseball, pallacanestro, bowling, pugilato, tennis, lotta, calcio e pallamano. Ai soldati viene recapitato di tanto in tanto qualche guantone da baseball, modello Frank McCormick GoldSmith, prodotto a Cincinnati, marchiato all’altezza del polso con la scritta Special Service US Army.
Sul numero 5 dell’annata 2015 dei Quaderni di Sport della Società italiana di Storia dello sport, Roberto Bugané ha scritto che “le truppe americane, sbarcate nel luglio del 1943 in Sicilia, nei loro momenti libertà si dedicarono al loro passatempo nazionale, il baseball. Un gioco così strano interessò certamente i siciliani ma non se ne ha notizia. È invece conosciuta una foto scattata dal fotografo militare Phil Stern del US Army 1st Ranger Battalion 1942-1943. Stern era sbarcato con la prima ondata di truppe a Licata il 10 luglio 1943. La foto ritrae due militari che stanno insegnando a battere una palla da baseball ad un ragazzino in canottiera e a piedi nudi alla stazione di Palermo”.
La rivista Nuovo Mondo, un giornale di propaganda che aveva cominciato le sue pubblicazioni il 19 marzo 1945, sotto la responsabilità dello United States Information Service, scrive che “in ogni angolo d’Italia, dove c’è stato un passaggio di truppe americane, la gente ha potuto vedere i così detti paesani lanciarsi l’un l’altro, con grande divertimento, una palla bianca. Buffi, ha detto qualcuno degli spettatori. Sciocchi, han detto altri. Uomini grandi e grossi che giocano alla palla come ragazzini. Il baseball può anche darsi che sia buffo ma sciocco non lo è di certo, a meno che non si vogliano chiamare sciocchi anche tutti gli altri sport più noti, dal calcio al rugby, dal cricket all’hockey. Perché il baseball non è né più né meno che uno dei maggiori sport mondiali e negli Stati Uniti sono così numerosi i suoi seguaci che è considerato senz’altro il gioco nazionale”.
Al baseball era stato affidato un compito diplomatico, Disarmare i partigiani che a Como non volevano deporre le armi. Il colonnello Charles Poletti, italo-americano dalle origini novaresi, capo dell’Allied Military Government dal momento dello sbarco in Sicilia, si precipita a Como il 6 maggio del 1945. Bagané scrive che il suo tentativo viene sostenuto dagli articoli del giornale Mondo Libero e dal sindaco comunista di Como. Il giornale darà risalto con un servizio di 4 pagine alla partita tra le truppe di stanza in Lombardia e quelle del Veneto. Il lancio della prima palla è di Armando Marnini del PCI che amministra la città per nomina del CLN dal 28 aprile. Anche il giornale del CLN, il Popolo Comasco scrive per tre giorni di fila della partita. Una grande operazione di propaganda. Nel suo lavoro già citato Buganè scrive di una parata cittadina aperta da due vigili urbani a cavallo, una banda che esegue marcette militari, venti jeep con a bordo i giocatori delle due squadre. Un aereo aveva lanciato su Como volantini pubblicitari.
Il baseball e il softball sarebbero stati usati come strumenti per la conquista del consenso e della simpatia presso le popolazioni italiane anche a Roma dalla sezione americana della Croce Rossa, alla quale viene attribuita addirittura la formazione di un centinaio di squadre attraverso la distribuzione di materiale per il gioco. Furono le basi militare a portare il gioco a Nettuno. Nella data del 27 giugno 1948 viene fissata la disputa della prima partita italiana, tra Baseball Milano e Yankees Milano 21-21. Scrivono Gino Cervi e Sergio Giuntini in Milano nello sport (Hoepli) che il lancio della pallina è affidato al vice console Philbert Daymon.
Nel basket l’influenza degli americani passa prima che in ogni altro luogo da un campo di prigionia in Libia nel 1941. Gli unici contatti tra la pallacanestro europea e gli USA si erano avuti ai Giochi di Berlino cinque anni prima. In Africa invece è detenuto Francesco Ferrero, campione d’Italia con la Ginnastica Roma nel 1931.
È lì che impara che cosa siano un blocco e un velo, da un libro americano, un manuale della Spalding, che gli passa un altro prigioniero. Ci sono anche le fotografie e le indicazioni per i movimenti del pivot. Mario Arceri in La leggenda del basket (Baldini&Castoldi) firmato con Valerio Bianchini, attribuisce a Ferrero l’invenzione della zona 1-3-1. Al ritorno a Roma dopo la guerra Ferrero avrebbe continuato a frequentare gli hangar di Ciampino, dove si giocavano i campionati interforze. Aldo Giordani racconta a Mario Arceri che la svolta per il basket italiano si ebbe sul campo dell’Apollodoro quando si tenne “la prima partita contro una squadra italiana di una formazione americana nella penisola. Chi ebbe la fortuna di assistervi, la ricorda ancora: c’erano due fuoriclasse, Cliff Randall e Al Harris, ma era un altro sport, un gioco totalmente nuovo e diverso rispetto a quello che si era giocato fino a quel momento in Italia. Dopo aver visto quell’esibizione, un gruppo di ventenni decise di imparare quel tipo di gioco così diverso, così nuovo, così lontano dalla pallacanestro che si era giocata fino a quell’epoca”. La cosa curiosa è qualche anno prima l’innovatore del basket in America era stato invece un giocatore di origini italiane, Angelo “Hank” Luisetti, che si era inventato il tiro a una mano presso l’Università di Stanford.
Gli americani e un futuro CT – Era da poco finita la guerra, ma gli americani erano ancora a Milano, e avevano stabilito il loro comando generale in via XX Settembre. In via Washington, al civico 33, c’era invece un campo da basket in terra battuta, ma pur sempre ufficiale, tanto che ci si giocavano partite valide per il campionato italiano, prima della guerra. Proprio lì, nell’estate del 1945, venne organizzata una partita tra la vecchia Borletti, la squadra di Milano composta da giocatori reduci dalla guerra, e i soldati americani della Quinta Armata. L’evento richiamò una gran folla di curiosi e anch’io, bambino, mi trovai uno spazio in prima fila, con il mio bel braccio al collo, reduce dalla sparatoria che mi aveva spappolato la mano soltanto pochi mesi prima. Ricordo tutto come fosse adesso. Arrivarono i nostri: erano tutti sbrindellati, con le scarpe rotte e le maglie rammendate e stinte, color rosa pallido.Poi apparvero gli americani e il pubblico rimase a bocca aperta. Erano completamente vestiti di rosso, da capo a piedi, con tanto di tuta ufficiale e, sotto, maglietta e calzoncini in raso. Ma quello che più mi sbalordiva era la brillantezza di quel rosso fuoco. Volevo indossare quella maglia a tutti i costi. Fu il mio primo vero contatto con il basket.
Anche la pallavolo mette radici in Italia attraverso l’opera delle truppe americane. Avevano già piantato il loro seme dopo la prima guerra mondiale. Nel Ventennio fascista il gioco si era diffuso con qualche tratto peculiare. In Storia sociale della pallavolo (Clueb, 2018) Daniele Serapiglia ha scritto: “Il regime, che vedeva lo sport come spazio formativo e strumento di controllo del tempo libero, inserisce la pallavolo fra le attività dell’Opera nazionale del dopolavoro come sport amatoriale, perché non rispondeva alle caratteristiche che connotavano una disciplina come “virile” (proprio per l’assenza di contatto fisico) funzionali alla costruzione dell’italiano fascista e alla sua “potenza”. Per i suoi aspetti meno “cruenti”, la pallavolo era considerata, già in questo periodo, come sport più adatto alle donne, ma, a causa del retaggio che le vedeva “angeli del focolare” prima di tutto, queste ultime faticavano a trovare spazi di pratica sportiva”.
Maria Canella ha infatti scritto in Donna e sport (Franco Angeli, 2019): “Lo sport al femminile risentiva ancora in Italia, anche nel secondo dopoguerra, di un pesante vincolo morale perbenista e velatamente maschilista che intendeva reiterare la funzione educativa, morale ed igienico salutista ereditata dal passato dello sport al femminile, ancorato ai ruoli propri delle tre emme, madre moglie e massaia, relegandola tra le mura domestiche piuttosto che in spazi pubblici per la pratica sportiva, attiva o anche solo passiva. Una visione ludico agonistica della pratica sportiva, oltre che ad allontanare dal focolare domestico e dai propri presunti compiti, necessitava di un genere di abbigliamento e di movenze, non consone per quella che veniva ancora percepita come la morale comune”.
La boxe, invece, diamine la boxe si è già creata un suo spazio vitale a Napoli e in Campania da qualche anno. Il sud è stato liberato dal 1943. Gli americani sono avanti. Tullio Pironti, il leggendario editore pugile, raccontò in una intervista a Emanuela Audisio per la Repubblica del 5 gennaio 2003 come si era avvicinato allo sport della sua vita. «Incominciai a 15 anni, a Napoli, nella palestra Olimpia in via dei Mille, la palestra più elegante della città. Era il ’52, morivamo tutti di fame. Non c’è paragone con i disgraziati di oggi, magari non mangiano, ma hanno tutti la tv, sono informati, a confronto sono benestanti. Io ero il più ricco, ma ero povero. Mio padre voleva che facessi scherma, ma dove li trovavo i soldi? Ero un ragazzo di strada, non andavo più a scuola e nemmeno lavoravo. In palestra conobbi Toritore, più di cento chili di carne, viveva presso un casino di via Chiaia, faceva il pugile con tariffa, per diecimila lire andava giù alla prima, per trentamila s’ impegnava. Era anche montaguappi. Prendeva soldi per far fare nei bar bella figura agli aspiranti guappi della malavita. Me lo ricordo in porto, dopo un combattimento con un americano, camminava come una mummia, perché s’era rubato un asciugamano e se l’era rigirato tutto attorno, sotto al cappotto. Andavamo a combattere sulle navi degli americani, che ci spruzzavano con il ddt per levare le piattole, ma pagavano bene, 50 mila a incontro, quando la mia paga normale era di 5 mila. Solo che arrivo sulla nave e vedo ‘sto nero, bello, grosso, vicino al sacco. E dissi al maestro: questo no. Il maestro chiamò un altro, uno che io battevo sempre, e quello picchiò al nero, che teneva più paura di me. Io non sono mai stato un vincente. Non ero un picchiatore. Venivo definito: ‘o giocattolo c’’a molla. Colpivo e scappavo, schivavo e cercavo di non prenderle. Ero piccolino, anche se mi misi a mangiare carne di cavallo. Forse non mi ritrovavo in quel mito un po’ troppo spinto della virilità, della mazza e delle mazzate. A me piaceva la filosofia degli scacchi: prevenire, sorprendere, anticipare».
Negli ambienti della boxe campana è accreditata la voce che durante la guerra fossero in città sia Joe Louis sia Max Baer. Ne parla anche Patrizio Oliva nella sua biografia Sparviero (Sperling&Kupfer, 2014).
Il maestro Silvestri mi racconta del suo lavoro di tramviere e dei sacrifici fatti per mettere su la Fulgor. Mi spiega che durante la guerra gli americani avevano allestito delle palestre e regalavano i guantoni ai ragazzi per farli salire sul ring. Si combatteva per qualche stecca di sigarette. Mi dice che tra i soldati c’erano due grandi campioni del mondo, Joe Louis e Max Baer che facevano footing sui binari della Cumana a Pozzuoli. Con voce calma e pacata mi racconta che ha iniziato a praticare la boxe nel ’42, quando frequentava la Libertas, una piccola palestra arrangiata in un teatrino, con il ring incastrato sul palcoscenico. Sorridendo mi confessa che era andato lì per dimagrire, ma che a poco a poco ci aveva preso gusto.
Quanto al ciclismo, sport popolare per definizione, prima e dopo la seconda guerra mondiale, gli americani sarebbero arrivati molto più in là. Andrea Schianchi su la Gazzetta dello sport stamattina ricostruisce: “Sulle ali di un entusiasmo finalmente ritrovato la Gazzetta decise che, contro ogni logica e ogni saggezza, avrebbe organizzato il Giro d’Italia del 1946. Armando Cougnet, lo stratega dell’iniziativa, cominciò a studiare il percorso, valutò i problemi (strade distrutte, ponti che non c’erano), fece installare speciali postazioni telefoniche, si assicurò che tutti i corridori avessero un alloggio per la notte in ogni città sede di tappa, e il 15 giugno si partì”.
[pubblicato in origine il 25 aprile 2020]