Il grande rito della maratona di New York

Quelli che la corrono nove settimane dopo Parigi

 

  Cielo nuvoloso, ma asciutto. Temperatura fra i 10 e i 15 gradi. Non è l’ideale per una maratona in autunno, ma è meglio dei 21 gradi registrati durante la settimana. Si comincia da Staten Island, si gira a nord attraverso Brooklyn e il Queens, e dopo i corridori si dirigono a ovest attraverso il Queensboro Bridge fino a Manhattan, a nord nel Bronx e di nuovo a Manhattan. Il traguardo è a Central Park, vicino al West 60s. 

Chi cerca un posto dove guardare l’evento che sia facilmente raggiungibile, in genere si sistema tra Fourth e Flatbush Avenue a Brooklyn, vicino alla stazione Atlantic Avenue-Barclays Center servita da nove linee della metro. Al miglio 20 del Bronx c’è il punto dove la gente fa più casino, su quello che i corridori chiamano il Muro, come se fossero alle Fiandre. Il grumo vero di folla è nel tratto della First Avenue dalla 59esima alla 96esima di Manhattan, in mezzo a bar e ristoranti. 

Insomma: la maratona di New York è anche oggi quella messa che ripete il suo rito ogni prima domenica di novembre. Ha due elementi che stavolta la rendono diversa. Viene prima delle elezioni di martedì e viene dopo le Olimpiadi di agosto. Succede una volta ogni quattro anni. C’è una manciata di corridori che allora tenta l’impresa di competere a NY dopo Parigi, quel tipo di sfida – dice The Athletic – che può mettere alla prova le certezze anche dei migliori tra i migliori

Hellen Obiri, per esempio. È la campionessa in carica a New York e la medaglia di bronzo a Parigi. La chiamano Queen Hellen e dovrebbe incrociare qualche volto che le è familiare nell’area di partenza. L’americana Dakotah Lindwurm si è classificata 12esima ai Giochi e sarà al via con il nuovo cognome di Popehn. Si è sposata domenica scorsa.

Anche Conner Mantz e Clayton Young hanno fatto le Olimpiadi, ottavo e nono posto. Gareggeranno contro i vincitori della medaglia d’oro e d’argento, l’etiope Tamirat Tola e il belga Bashir Abdi. Gli ingaggi a cinque e sei cifre che si incassano a NY sono un discreto motivo d’attrazione. Solo un corridore nella storia ha vinto la maratona olimpica in estate e quella di New York in autunno: Peres Jepchirchir nel 2021. Tola pensa di avere buone possibilità di diventare il secondo. Ha vinto a New York l’anno scorso e giovedì ha detto di essersi riposato per un mese dopo l’oro olimpico. Prima di arrivare a New York, ha fatto un giorno di allenamento assai duro: una corsa di 24 miglia al mattino e un’uscita di 8 miglia la sera.

Dice The Athletic che in generale i maratoneti sono atleti meticolosi. Si attengono alle loro collaudate routine di allenamento. La preparazione a una maratona di solito prevede 12-16 settimane di allenamento intensivo con un mix di uscite dure e brevi, altre corse lunghe e lente. Stavolta i programmi sono tutti saltati. La maratona parigina è del 10 agosto e questa di NY viene a sole nove settimane di distanza, anche se in realtà sono otto, perché durante l’ultima si fa poco in termini di preparazione. Una circostanza che ha richiesto calcoli matematici complicati, improvvisazione e una buona dose di psicologia spiega The Athletic. Ma Obiri ama New York. È la sua gara preferita: il rumore, la folla, la bellezza di Central Park. Non se la sarebbe persa per niente al mondo. 

 

E le scarpe?

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La maratona è quel posto dove negli ultimi tredici mesi sono stati battuti i due record del mondo, maschile e femminile. Il peso delle nuove scarpe magiche è ormai acclarato e riconosciuto. È un argomento perfino consumato. The Athletic lo ha chiamato il doping delle scarpe che ha cambiato per sempre i tempi della maratona, in modi che ancora non comprendiamo appieno

La novità nell’intervento di Liam Tharme consiste in una sistematizzazione della materia che rende tutto ancora più evidente, nonostante si tratti di un tema ormai esplorato. Tutto è iniziato mediaticamente cinque anni fa, in un parco di Vienna, dove Eliud Kipchoge correva la maratona più importante di sempre. Fermò il cronometro a 1h 59:40. Il primo essere umano sotto le due ore. Kipchoge era già una leggenda. Aveva vinto 10 maratone consecutive tra il 2014 e il 2019, tra cui l’oro olimpico a Rio 2016. Ma Vienna era un’altra cosa. Era il Santo Graal dello sport, dice The Athletic. Era una cosa da mettere accanto al miglio corso sotto i quattro minuti da Roger Bannister nel 1954. Il tempo di Kipchoge però non era omologabile per le condizioni in cui aveva corso: idratazione somministrata in bicicletta, un gruppo di 42 lepri a rotazione, un’auto che proiettava un raggio laser come riferimento sulla strada, per aiutare a tenere il ritmo giusto.

Eppure – dice The Athletic – Kipchoge ne uscì come un supereroe con una superscarpa”. Ci era andato vicino già due anni prima a Monza, dove aveva corso 2h 00:25 sempre in condizioni fuori norma. 

A Vienna aveva ai piedi le Alphafly di Nike, con l’ampia intersuola che abbiamo imparato a conoscere e la famosa piastra in carbonio curva. Una valanga di statistiche racconta quel che è venuto dopo. I primi 14 tempi maschili e le prime cinque prove femminili sono tutte arrivati ​​dal 2016 in avanti. Tre record mondiali maschili in quella finestra hanno abbassato il tempo di 144 secondi, un miglioramento superiore rispetto a quello registrato nel periodo 2003-2014 [118 secondi in otto record mondiali]. L’ultimo primato femminile di Ruth Chepngetich nel mese di ottobre [2 ore, 9 minuti e 57 secondi] secondo le tabelle di World Athletics è più strabiliante dei 100 metri di Flo-Jo. Vale per qualità il miglior primato del mondo attualmente in corso, quello nell’asta di Armand Duplantis, 6 metri e 26 centimetri. 

Nel 2022 e nel 2023 si sono svolte più di 100 maratone femminili sotto le 2 ore e 24 e altrettante maratone maschili sotto le 2 ore e 7 minuti.  La soglia sarà superata di nuovo quest’anno. In dodici mesi. Per trovare 105 maratone femminili sotto le 2:24 e 138 maratone maschili sotto le 2:07 bisogna mettere insieme tutte le gare svolte fra il 2001 e il 2010. Il tempo medio di una vittoria nel 2023 in una delle maratone di prima fascia [Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago, New York] è stato di 4 minuti e mezzo più veloce rispetto alla media del 2013-16 per le donne e di tre minuti e mezzo più veloce per gli uomini. 

Le Olimpiadi di quest’estate sono state un’altra dimostrazione migliore dei vantaggi delle scarpe magiche. Parigi aveva il percorso più duro di sempre per una maratona olimpica, con tre colline lunghissime nel mezzo del tracciato, in un agosto caldo e umido. Per la prima volta una leggenda come Kipchoge non è arrivata al traguardo. Kenenisa Bekele, un altro grande, è arrivato 39esimo correndo la seconda maratona più lenta della sua vita. Ma dietro il tramonto dei due fuoriclasse anziani, per la prima volta il record olimpico della maratona è stato battuto sia tra gli uomini sia tra le donne negli stessi Giochi. 

Quindi, dice The Athletic, cosa fanno realmente le scarpe?

Maxwell Muttai è un analista con un Master in biomeccanica. A lui la rivista americana ha chiesto spiegazioni. Durante la corsa sono sollecitate quattro articolazioni: quelle dell’anca, del ginocchio, delle caviglie e i metatarsi, quest’ultima chiamata MTPJ. La ricerca ha verificato che l’energia immessa nella MTPJ non viene restituita durante la fase di spinta. La piastra in carbonio è stata creata allora per aumentare la rigidità e impedire che la MTPJ si piegasse. La perdita di energia è stata ridotta. 

Il primo spunto per la ricerca si deve all’Università di Calgary a metà degli anni 2000, quando furono analizzate le prestazioni di salto e sprint in scarpe con piastre diritte in carbonio. Ne fu inserita una in una scarpa da maratona nel 2006, facendo correre atleti-cavie su dei tapis roulant, cogliendo un beneficio dell’1,3 percento in termini di riduzione di energia. Poi nessuno ha fatto più nulla per circa 15 anni.  Benno Nigg, fondatore dell’Human Performance Laboratory presso l’Università di Calgary, racconta che sono stati i suoi studenti di dottorato a riprendere in mano il fascicolo e completare quello studio. Così la Nike si è incuriosita. I ragazzi di Calgary sono andati a lavorare in Oregon e hanno inventato le Vaporfly con la piastra ricurva. Le scarpe con la piastra piatta restituivano energia in un range compreso fra 65 e 75 percento. La Nike Vaporfly arrivava all’87 percento, una condizione che aiuta a mantenere ritmo, equilibrio e costanza del passo. Muttai dice che parlare di doping delle scarpe suona un po’ duro, perché nessuno bara. Ma l’effetto è davvero simile, dice, a quello che si raggiunge prendendo l’eritropoietina. Su una cosa a The Athletic sono chiari: Cercare di prevedere esattamente dove saranno i maratoneti tra cinque anni è inutile

 

La maratona a 70 anni

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Jeré Longman, firma internazionale di lungo corso del New York Times, ha raccontato in un pezzo-confessione che oggi correrà la sua nona maratona. Forse. Dice: Mi sono allenato farcela. Ma a 70 anni, anche nelle migliori condizioni, diventa una faticaccia percorrere 26,2 miglia, più di cinque ore. Non esiste un atleta che invecchia con grazia, mi ha ricordato da tempo il mio fisioterapista. La settimana scorsa ho aggravato un infortunio all’anca. Non è il traguardo che mi preoccupa. Potrei anche non arrivare alla partenza. In ogni caso, questa sarebbe stata la mia ultima maratona. Sono vecchio e lento, sempre più distrutto nonostante i miei allenamenti diligenti. Corro di quasi due ore sopra il mio record personale di 3 ore e 57 minuti. Il mio tempo all’arrivo di una mezza maratona a settembre è stato quasi multato per bighellonaggio. Mi sento enormemente frustrato per la possibilità di dover abbandonare New York all’ultimo minuto dopo mesi di allenamento. Ma sono anche stranamente divertito e curiosamente accetto qualsiasi cosa accada domenica.

Longman continua: Forse perché sono un reporter, vedo la battuta d’arresto con un certo distacco. Ho compiuto 70 anni con interesse spassionato, quasi clinico, per ciò che accadrà dopo. È un’età in cui si sono fatte carriere, i figli sono cresciuti, la pensione chiama. I nostri corpi si sono indeboliti. Ma il brivido di una possibilità inaspettata ci attende ancora. Come settantenni, siamo liberi dalle aspettative della società. Siamo sfuggiti all’attrazione gravitazionale di una vita prescritta. Se questa maratona andasse a rotoli, rimarrebbe comunque in me un senso di gratificazione. Sono molto più in forma a 70 anni di quanto non lo fossi a 25. Ho perso 30 chili nel 1980 e ho iniziato a correre, rinnovando la mia vita attiva che si era spenta dopo il liceo. Questa maratona sarebbe la mia sesta a New York e la nona in assoluto. La mia frequenza cardiaca è tra i 45 e i 50 battiti al minuto. Il mio cardiologo mi ha dato il via libera dicendo che non ci sono molte persone prossime all’ottavo decennio in grado di andare da sole al supermercato a piedi, figuriamoci correre una maratona. Ogni sei mesi mi faccio iniettare del lubrificante nelle ginocchia. Ho anche iniziato a indossare scarpe ammortizzate.  E poi indosso calze a compressione fino alle ginocchia, dando la vaga impressione di un cameriere anziano all’Oktoberfest. Dopo oltre 40 anni di corsa, faccio ancora errori da principiante. A marzo ho messo un paio di scarpe nuove di zecca e ho corso per più di 10 miglia finché entrambi i polpacci non si sono irrigiditi. Se non correrò più maratone, potrò comunque dire di averne corsa una nel 2015 in Corea del Nord. La gara è iniziata e finita in uno stadio pieno di 50.000 persone, e in assenza di bagni chimici sul percorso, ci sono state offerte delle soste in un bar dove si tenevano dei karaoke

 

Il tracciato

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Sul giornale americano un anno fa c’era un bellissimo racconto di Talya Minsberg sul percorso dal punto di vista dei partecipanti. Alla partenza sul ponte di Verrazzano ci si arriva con un autobus prima che venga chiuso al traffico, in alternativa con una combinazione di taxi, metropolitana, traghetto. Se ti senti confuso dalle mappe – dice il New York Times – allora segui le persone che indossano strati di vestiti pelosi e trasportano banane e bottiglie d’acqua in sacchetti di plastica trasparente. Ti condurranno al villaggio di partenza. Sulla cartina vedrai un grande punto che indica la linea del via. Quello che non vedrai è la vasta area di attesa per decine di migliaia di persone che aspettano nervosamente di essere chiamate. Ci sono tende con cani da soccorso, tende con caffè, tende con gruppi che fanno stretching. Ci sono 1.700 bagni e un numero incredibile di persone in fila per fare la cacca prima di partire. Ne puoi ridere, ma presto in fila ci sarai tu

Ecco. Insomma, così. E poi il racconto prosegue e ci fa sentire la voce di Frank Sinatra che canta qualcosa lungo il percorso, ci fa vedere i cartelli scritti a mano dalla folla che occupa le strade di Brooklyn, ci fa incontrare le bande musicali sulla Fourth Avenue. Più o meno a metà della lettura, dopo aver superato Long Island City, si incontra il silenzio mentre sali sul ponte. L’unica cosa che sentirai sarà il ticchettio delle scarpe da corsa e il respiro affannoso dei maratoneti. Dopo un po’, alcuni inizieranno a esultare, sapendo che alla fine di quindici miglia avete tutti bisogno di incoraggiamento

C’è musica al Bronx, un pieno di energia utile per arrivare a Manhattan, sulla Fifth Avenue e dirigersi verso Central Park. Mancano meno di 10 chilometri e come dice il New York Times è qui che inizia davvero la corsa.

 

Quanto tempo si impiega in macchina

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David Waldstein ha percorso una volta lo stesso tracciato della maratona in macchina, un mercoledì mattina. Per capire quanto ci si impiega, pur con le necessarie deviazioni per i sensi vietati e perché non si può certo entrare dentro Central Park. Una ricerca semi-scientifica, la chiama, con il serbatoio pieno di benzina, migliaia di dollari in attrezzatura fotografica a bordo, una bottiglia d’acqua e la curiosità di un pioniere.

Racconta di aver incontrato scorci di paesaggi mai visti e persone affascinanti facendo quel che pochissime persone fanno, a meno di non essere il sindaco: toccare tutti e cinque i distretti nello stesso giorno. La macchina, se interessa, era una Subaru Impreza grigia del 2021. Spiritosamente l’impresa è stata battezzata una car-atona. È partito alle 13.56. È arrivato dopo cinque ore e 38 minuti, ma tempo effettivo di guida in 3 ore 51 minuti e 2 secondi. In una redazione direbbero che il titolo perfetto è: i kenyani vanno più veloci delle macchine. 

Al New York Times devono saperlo e allora ci avvertono, ce lo ricordano: i corridori kenioti sono inseguiti da un problema di immagine e di credibilità. Quasi trecento sono stati puniti per doping dal 2015. Se per caso vi interessasse seguire passo dopo passo uno di loro, oppure uno qualunque dei partecipanti, sappiate che esiste una app. Esiste una app per tutto. È gratuita [meno male], disponibile per Apple e Android, consente di monitorare i corridori [altro verbo che piace molto nelle redazioni] utilizzando il loro nome o il loro numero di pettorale. Che cosa ve ne fate? Boh, magari a New York avete un’amica, un parente, Slalom che ne può sapere. Uno lo dice, poi vedete voi. 

 

REWIND

Le parole per le vittorie italiane 

 

1984 Orlando Pizzolato

Il suo viso è franco, aperto. Ha una leggera peluria sulle gote scavate. Gli occhi sono timidi, verdi, con qualche sfumatura marrone. Dolcissimi, le donne impazziscono già per lui. Orlando Pizzolato, ormai è diventato per tutti Orlando. Non è mai stato un grande corridore. Lo ammette anche lui. Al trentesimo chilometro si è bloccato di colpo, ha portato una mano al petto, quindi si è toccato la gola, come usava fare Franco Fava anni fa. Tutti abbiamo pensato: è finita, la grande illusione si è spenta, poco lontano dal Queensboro. Invece, Pizzolato ha guardato alle sue spalle, non vedeva nessuno, ed è ripartito. Sono stati otto in tutto gli stop: i più drammatici alla fine. Orlando è stato protagonista della maratona più emozionante di tutti i tempi. È successo altre volte che qualcuno sia crollato proprio alla fine. Ma mai era accaduto che l’uomo in testa si fosse fermato otto volte e fosse riuscito egualmente a vincere. Pizzolato è piaciuto moltissimo agli americani, per la franchezza e il candore con i quali ha risposto alle domande. Ha vinto 50 milioni e una Mercedesdi gianni merlo, la Gazzetta dello sport

 

1985 Orlando Pizzolato

Orlando Pizzolato disputò la prima impegnativa gara della sua vita di corridore a vent’anni – ora ne ha ventisette – per sfuggire allo zio inferocito che gli aveva procurato un lavoro e si era stancato di quel nipote assenteista con il chiodo fisso degli allenamenti. Orlando staccò lo zio abbastanza nettamente e, sullo slancio. In quella fabbrica di materassi non entrò più. Fece la sua fortuna, ma questo l’ha saputo soltanto l’anno scorso a New York, quando ha vinto la sua prima grande maratona; prima, nei sei anni ostinatamente passati correndo e correndo alla ricerca della giusta formula per registrare un motore sovente inceppato, il dubbio lo colpì spesso. Aveva lasciato la sua terra vicentina e si era trasferito a Ferrara, dove esiste un’officina d’avanguardia per registrare i motori alimentati da un solido cuore e da due buone gambe: il gruppo del mezzofondo guidato da Conconi e Lenzi, che anche sulla carriera di Alberto Cova ha avuto molto peso. Ci raccontava il professor Lenzi due mesi fa a Kobe, in Giappone: «Abbiamo sottoposto i maratoneti negli ultimi anni alla cosiddetta dieta dissociata, ricchissima, di carboidrati prima della gara. Ma abbiamo scoperto che le torte, i dolci, la pasta ottenevano su Pizzolato l’effetto opposto. Quando gli abbiamo cambiato la dieta pre-gara, ha cominciato a vincere». di gianni romeo, la Stampa

 

1986 Gianni Poli

I media statunitensi hanno esitato a riconoscergli i giusti meriti, trovando difficile capire come il campione mondiale della specialità, Rob De Castella, ingaggiato con 50.000 dollari, si sia arreso al solito italiano di turno, giunto a New York con in tasca il solo biglietto aereo e il vaucer per il soggiorno. Ciò che continua a stupire è la lunga e ricca sequenza di successi che i nostri maratoneti raccolgono in ogni parte del mondo. Non ci sono segreti, nella preparazione di Poli: soltanto una ferrea determinazione nel centrare l’obiettivo. Il fascino di questa corsa e il successo dell’amico Pizzolato lo convinsero che era giunto il momento di puntare a una vittoria di prestigio. Un atleta elegante ma fragile, schivo e quasi distratto dalle attenzioni che di colpo gli sono piovute addosso. La prima telefonata dopo il trionfo è stata per la madre, con la quale Poli vive a Lumezzane. Il primo abbraccio vero è stato con l’allenatore Gabriele Rosa, medico di professione, tecnico per passione. di franco fava, Corriere della sera

 

1996 Giacomo Leone

«Martedì sono arrivato per la prima volta nella mia vita a New York, domenica ho vinto la maratona. Ho cominciato a correre quando avevo 15 anni imitando il mio allenatore e da allora mi impegno molto, correndo per Francavilla Fontana, spesso su strade sterrate, assieme a Ottavio Andriani e, fino a due anni fa, assieme al fratello gemello, che era una grande promessa dello sport ma è morto annegando in mare. È  con gli Andriani che ho cominciato a sognare. La sera della vigilia ho mangiato un piatto di pasta e una bistecca al ristorante San Domenico. Domenica mi sono svegliato alle 6 e 20, sono andato al punto di partenza, mi sono riscaldato correndo per 18 minuti e poi, come un pinguino al freddo, ho aspettato il segnale del via. La seconda volta che siamo passati per Central Park ho guardato dietro di me e ho sentito di avere la vittoria in tasca: a meno di un incidente. Ogni volta che si va forte c’è qualcuno che sostiene che la prestazione è fasulla. Non ci penso neanche a lasciare la polizia. Una vittoria dura un giorno, una carriera nella polizia tutta la vita: sono orgoglioso della mia scelta professionale, come ho già detto al capo della polizia che mi ha telefonato per congratularsi. Per quanto riguarda l’auto ho paura che sarò costretto a venderla».  

 

1998 Franca Fiacconi

«Partire sparata. Andare subito in testa, con un ritmo veloce. Questa era l’idea. Sapevo benissimo che non si può vincere New York con un tempo mediocre. Sono aggressiva, nella vita bisogna esserlo ancora di più, per combattere contro i raccomandati, contro quelli che hanno il calcio nel sedere. Mi riferisco anche all’esclusione dalle Olimpiadi di Atlanta. Le meritavo, c’è stato uno scandalo. La maratona non è come gli altri sport, dove puoi preferire un atleta a un altro perché magari ha il tocco più elegante. Decidono i tempi, i metri: cose oggettive. Dopo le Olimpiadi hanno capito e hanno punito chi aveva sbagliato. Con l’attuale ct ho un rapporto leale. Non ho rimpianti. Questa disciplina richiede anni di esperienza. Non vinci a venticinque anni. Devi aver pazienza: il sacrificio vuole i suoi tempi. C’è bisogno di maturità. Guadagno quanto basta per non lavorare, mica come i calciatori: e la fatica va moltiplicata per dieci. Alla vigilia della corsa si parlava solo della partecipazione di Gianni Morandi. È il solito vizio italiano di mescolare le carte. Comunque è stata pubblicità per la gara, va bene così». 

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