ATTESE
Benvenuti nel posto dove le dinastie non sono gradite. Benvenuti nel posto dove non si sono dati pace finché non hanno raggiunto un accettabile grado di equità, la distribuzione della gioia. Benvenuti nel posto dove negli ultimi sei anni ci sono state sei squadre campioni differenti e sei finali tutte diverse l’una dall’altra. Questo posto è la NBA, la casa del socialismo sportivo nel paese che è il tempio del capitalismo. Un tempo sono passati di qui i Boston Celtics dei nove anelli in dieci finali consecutive giocate tra ’57 e ’66, sono passati i Lakers dei cinque anelli nelle otto finali tra ’80 e ’89, sono passati i Chicago Bulls di Michael Jordan con sei anelli in otto anni (1991-1998) e i Golden State Warriors di Steph Curry con tre anelli in cinque finali di fila (2015-2019). ma ora siamo dentro “un cambiamento voluto, un drastico salto rispetto a quei principi che hanno contribuito a rendere la lega ciò che è oggi. Una lega che spera in una rottura con il suo passato per aiutare il suo futuro.
The Athletic ha dedicato al tema dei temi cinque puntate di una serie. “Per decenni – ha spiegato Mike Vorkunov – la NBA ha cavalcato stelle e dinastie, toccando vette immense. Ora sta progettando un nuovo percorso per adattarsi a un ambiente mediatico turbolento che chiede una competizione, non solo poche grandi squadre”.
Il commissioner Adam Silver ci ha sbattuto la testa per anni. “Non è una parità artificiale in cui spostiamo le fiches di qua e di là sostenendo che ogni squadra ha le stesse possibilità. È una parità di opportunità in cui vogliamo che ogni squadra sia in grado di competere”. La NBA ha legato storicamente le sue fortune ai brand, sin dagli anni Cinquanta, sin dai Minneapolis Lakers di George Mikan. Il salary cap, la luxury tax, le aliquote fiscali, la distribuzione collettiva dei proventi sono tutte misure che ci hanno progressivamente portato dove siamo. I Clippers hanno dovuto rinunciare a Paul George. I Denver Nuggets hanno perso Kentavious Caldwell-Pope. I Minnesota Timberwolves hanno ceduto Karl-Anthony Towns. Così i Phoenix Suns sono arrivati in finale nel 2021 dopo 10 stagioni consecutive in cui neppure si erano qualificati per in play-off. I Dallas Mavericks sono reduci da una prima serie per l’anello a distanza di 13 anni. I Denver Nuggets l’anello l’hanno vinto per la prima volta nella loro storia nel 2023 e i Milwaukee Bucks per la prima volta dal 1971.
Dal 1975 al 2000 c’era stata una sola finale NBA che mettesse a confronto due squadre al di fuori dei primi 12 mercati mediatici; dal 2001 ce ne sono state sei. Kevin Durant, Russell Westbrook, perfino LeBron James a Cleveland, Giannis Antetokounmpo e Nikola Jokić sono tutti entrati in NBA e sono cresciuti in popolarità giocando per franchigie di piccolo e medio mercato. Dal 1979 al 2001 ci sono stati solo tre MVP fuori dai primi 11 mercati mediatici. Dal 2002 al 2024 ce ne sono stati 14. LeBron James a Cleveland sarebbe come nel calcio Messi a Bologna.
Le montagne russe sono la perfetta rappresentazione di quel che la NBA giudica salubre per sé. Dopo aver visto passare in città il più grande di sempre, Chicago aspetta di giocare una finale da 27 anni. Gli ultimi dominatori storici, i Warriors, sono stati la peggior squadra della lega nel 2020. Prima dei Boston Celtics dell’estate scorsa, la NBA ha avuto sei campioni consecutivi che non sono riusciti a superare le 60 vittorie nella stagione regolare, alcuni non ci sono andati nemmeno vicino.
Prima dei Celtics questa primavera, abbiamo avuto tre campioni consecutivi con il totale di vittorie più basso per un campione dai tempi di Miami 2006 [52]: Denver nel 2023 e Golden State nel 2022 sono arrivate a 53, nella stagione 2021 da 72 partite anziché 82 Milwaukee si è spinta a una proporzione equivalente di 52,4. Contemporaneamente cresce la fascia media di squadre che vincono tra le 40 e le 52 partite. Nella scorsa stagione ci sono riuscite 17 squadre su 30, l’anno prima erano 16. Nelle ultime sei stagioni, la squadra senza il vantaggio del fattore campo ha vinto 14 delle 24 serie di secondo turno dei play-off. L’ultimo quinquennio ha visto una testa di serie n. 8 e due teste di serie n. 5 arrivare in finale, due teste di serie n. 7 e un’altra testa di serie n. 5 arrivare alle finali di conference. La finale Dallas-Minnesota a Ovest della scorsa primavera è stata la quarta in cinque anni senza che nessuna delle due teste di serie principali di una conference fosse presente.
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PANORAMI
IL RUOLO DEI BOSTON CELTICS
Continuerà? Questa è la domanda. I Boston Celtics con l’anello al dito sembrano i favoriti per un bis che farebbe crollare tutti questi bei discorsi di stamattina. Ma come fa notare The Athletic, si avviano verso una bolletta fiscale sbalorditiva nel 2025-26 e non hanno altra strada che tagliare il monte stipendi prima che arrivi la multa. È il freno a medio termine sulle sue ambizioni di ricreare una egemonia dopo aver scavalcato i Lakers nel palmares con il 18esimo titolo.
“Hanno storia, cultura e un know-how senza eguali nella grande lega americana” dice L’Équipe nel suo speciale di 6 pagine di stamattina. Bill Russell, morto nel 2022, avrà un ponte a lui intitolato in città: collegherà il centro alla periferia e condurrà al TD Garden, dove stanotte comincia la stagione. Per la prima volta nella storia della franchigia, Russell non sarà presente a una cerimonia di consegna dell’anello ai Celtics. Undici dei diciotto li ha vinti lui. I Celtics sono l’unica franchigia con Milwaukee ad aver giocato tutti i play-off degli ultimi otto anni. Tutti i tentativi di creare altrove un super team [Houston, Clippers, Brooklyn] si sono sbriciolati, erano artificiali. A Boston ne hanno messo in piedi uno crescendolo, giocando di cambi, prendendo quel che serviva, non quel che doveva luccicare. Sono rimasti con i piedi dentro la loro cultura del gioco, rispettando un pubblico esigente e competente. Se vogliono aggiungere un 19esimo titolo alla loro storia, devono farlo subito, prima probabilmente di chiudere questo ciclo, prima di non potersi più permettere i mega-contratti contemporanei di Brown e Tatum, più di 100 milioni di dollari in totale dopo il 2025, più di 120 milioni dopo il 2027. È già tempo che il vento della gioia soffi altrove, probabilmente arriverà presto il turno di Oklahoma o tornerà quello di San Antonio dopo una dozzina d’anni. Questo fa la NBA. Se vincere è la sola cosa che conta, be’ allora che conti un po’ per tutti.
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PROSPETTIVE
DUE CITTÀ NUOVE, LA TECNOLOGIA, LA LOTTA ALLE SCOMMESSE
Adam Silver è il commissioner che può intestarsi tutto questo. Ha firmato nuovi accordi televisivi assai vantaggiosi, una manna da 77 miliardi di dollari, e nuovi accordi sindacali, inizia il suo undicesimo anno alla guida della NBA con i punti più importanti della sua agenda già sistemati. A poche ore dall’inizio del campionato, Sports Illustrated si domanda allora che cosa gli rimanga da fare fino al termine del decennio, quando scadrà il mandato in corso. ”Per il momento, sembra che la navigazione sia tranquilla. la NBA è nella sua posizione migliore da molti anni a questa parte. L’equità competitiva, un sogno decennale, è stata raggiunta. E ora?”. Silver parla allora dei prossimi progetti, a cominciare dall’espansione in due nuove città, probabilmente il ritorno a Seattle e lo sbarco storico a Las Vegas. Gli altri due punti sono lo sfruttamento della tecnologia e la lotta alle scommesse. La NBA sta studiando qualcosa di simile all’Occhio di falco del tennis per fargli arbitrare alcune situazioni oggettive. Silver dice: «Ci sono cento dita sul parquet in ogni istante, e creare una tecnologia che possa dire istantaneamente agli arbitri da quale dito è partita una palla o quale dito l’ha toccata prima che uscisse dal campo aiuterebbe il ritmo del gioco».
Quanto alle scommesse, nello scorso mese di aprile, la NBA ha dovuto affrontare una crisi esistenziale. Jontay Porter, riserva dei Raptors, è stato colto a divulgare informazioni riservate agli scommettitori, limitando la propria partecipazione a una o più partite per quei fini. Silver lo ha bandito a vita dalla NBA e fa sapere a Sports Illustrated che probabilmente non sarà l’ultima punizione così severa nei confronti di giocatori che manipolano i risultati. Ha tutta l’aria di sapere qualcosa.
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ORIZZONTI
LE SQUADRE SENZA STAR
Tuttavia c’è ancora qualche sofferenza sparsa per il paese. Quattro delle trenta squadre non hanno neppure un giocatore considerato una star dalla Player Participation Policy della lega [PPP]. Nel 2023 sono stati introdotti due elementi per limitare i dolorini, gli acciacchetti e le assenze delle star nelle partite di stagione regolare. Il primo è stata la creazione della Player Participation Policy, che determina chi sia una star. La definizione stabilisce che lo sia un giocatore nominato in un quintetto ideale di fine stagione [All-NBA] o chiamato per un All-Star Game nelle ultime tre stagioni. Il secondo è il nuovo contratto collettivo di lavoro che prevede l’obbligo di giocare un minimo di 65 partite di stagione regolare, per almeno 20 minuti, per poter essere in corsa ai premi di fine anno.
Le quattro squadre senza star PPP sono dunque i Brooklyn Nets, i Detroit Pistons, i Washington Wizards e i Portland Trail Blazers. Brooklyn ha Simmons nel roster come unico giocatore che sia mai stato un All-Star o una delle prime cinque scelte del draft. I Pistons non hanno un All-Star da quando hanno rinunciato a Blake Griffin nel 2021 e ora contano sull’ex prima scelta assoluta Cade Cunningham per risalire. Washington non ha una star da quando ha ceduto Beal e riparte dal rookie Alexandre Sarr, seconda scelta al Draft 2024. L’ultimo All-Star di Portland è stato invece Damian Lillard, ceduto per far posto alla terza scelta 2023 Scoot Henderson.