La mappa della penisola del tesoro di Tadej Pogačar 

  La geografia di Tadej Pogačar  è una mappa fatta di puntini che cominciano da Siena e salgono fino a Torino, toccano Roma, rimontano verso Firenze, sbordano a Nizza poco oltre la Liguria, riprendono il cammino al Colle San Luca e raggiungono Bergamo, Como, a sette mesi di distanza. In mezzo ci sono il santuario di Oropa, il Mottolino, Monte Pana in Val Gardena, Bassano del Grappa e un paio di escursioni in Svizzera e in Belgio, a Zurigo e a Liegi, che in fondo sono nel nostro immaginario un pezzo di Italia con la valigia. Quasi tutto il 2024 dell’assurdo Tadej, il disumano Tadej, il matto Tadej, il dolce Tadej è scritto sul dorso dell’Italia, uno Stivale che gli calza come un guanto, scriveva L’Equipe ieri mattina. Dalle Strade Bianche di marzo al Lombardia di ottobre, passando dal Giro d’Italia e dal Tour de France che dall’Italia è partito e alle soglie dell’Italia è arrivato, in quella che stamattina Alexandre Roos sul giornale francese definisce “una stagione folle che non si vedeva da mezzo secolo”. “Quando sabato mattina è uscito dal bozzolo del pullman della sua squadra e nel cielo bergamasco si è levato il clamore di chi aspetta le stelle, l’unica sorpresa è stata la scoperta che Tadej Pogačar  aveva scelto per i pantaloncini il colore bianco. Uno slittamento estetico che gli ha permesso di scintillare, immacolato, mentre tagliava il traguardo di Como. Per il resto nulla è sfuggito al controllo del campione del mondo”. A questo siamo. A un’altra corsa trasformata in una cronometro, schiacciata con uno scatto portentoso a 48 km e mezzo dal traguardo, una volta ripresa la fuga di qualche pover’illuso scalmanato sul Sormano. Mancavano 6 km alla cima. Remco Evenepoel, quel tipino belga di 24 anni che ha vinto due volte la Liegi, una Vuelta, le Olimpiadi a cronometro e un Mondiale, gli è arrivato a 3 minuti e 16 secondi di distanza. “Il belga non ha nemmeno provato a tenere la scia dello sloveno quando quello ha attaccato, sa che è inutile, sa che non c’è niente da guadagnarci, se non farsi saltare in aria”.

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Ha messo insieme Giro e Tour rifacendo il Pantani del 1998. Ha aggiunto la maglia arcobaleno a quelle rosa e gialla rifacendo il Merckx del 1974 e il Roche del 1987. Adesso ci ha messo questo quarto Lombardia consecutivo come il Coppi del 1949, la figurina magra e sghemba che l’Equipe gli affianca stamattina in prima pagina, alle spalle, come un’ombra, come un fantasma, perché tutte ombre sembrano accanto a Pogačar , avversario ormai solo del tempo, dei grandi della storia e casomai di sé stesso. 

“Intorno a lui – scrive Roos – ormai c’è il deserto. Conoscevamo solo due veri avversari, Mathieu Van der Poel nelle classiche, Jonas Vingegaard al Tour de France, ma non siamo più sicuri che sia ancora così, anche se se non vediamo l’ora di vedere come si ricostruirà il danese in vista del mese di luglio. Nel percorso complessivo della sua carriera, quest’anno c’è stato un enorme balzo in avanti per Pogačar , ed è difficile sapere cosa possa essere attribuito ai suoi progressi, se la sua maturazione fisica o il cambio di allenatore dello scorso inverno. Così come è complicato indovinare quale direzione prenderà la sua curva prestazionale, a 26 anni, nel pieno dei suoi anni migliori, se ristagnerà, se migliorerà ulteriormente, il che farebbe paura, o se comincerà a piegarsi sotto il peso degli sforzi imposti al corpo. In ogni caso, al momento nessuno può competere con lui a questi livelli. Un fattore che inevitabilmente ha anche i suoi lati negativi”.

L’Equipe ha dato 2 stelline alla corsa, due su cinque, perché non è successo niente, se non il monologo finale di Pogačar , “gambe di fuoco e mente d’acciaio” [Yohann Hautbois], “la suspense si è affievolita nel corso di tutte queste sue epopee, le sue folli scorribande, le sue imprese diventate comuni, e se abbiamo visto crescere la sua popolarità, se ha consolidato il suo status di boss e star del suo sport, abbiamo anche avvertito una certa stanchezza farsi strada. E’ caratteristico dei regni dei despoti, ma anche della cronaca nella vita quotidiana, che poi svanisce col tempo. Oggi ricordiamo i brani da antologia della carriera di Merckx, non il sentimento di esasperazione o di scoraggiamento che la sua golosità provocava”.

Il passaggio finale è quello in cui Roos tocca le corde del sospetto da cui il povero ciclismo non si libera, quel sospetto “assai tenace in uno sport che non ama più il dominio e che viene guardato con diffidenza. Come per i campioni prima di lui, per Pogačar  esiste ciò che possiamo razionalizzare e ciò che non riusciamo a spiegare. In questa zona grigia si nasconde il dubbio, sano, naturale, essenziale. In nome del passato e degli errori commessi, il campione del mondo sa che dovrà rispondere ai dubbi di tutti. È il suo fardello, così come la sua responsabilità. Il prezzo da pagare quando aspiri ad essere il più grande”.

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