Dopo 1080 partite vinte e 227 perse, 92 titoli, 22 dello Slam, 14 sulla terra rossa del Roland-Garros, la carriera del fantastico tennista spagnolo terminerà tra un mese, in occasione delle finali di Coppa Davis a Malaga.
Ieri mattina pioveva su Parigi, forse perché Parigi sa, forse perché Parigi intuisce, “altrimenti perché avrebbe dovuto sfogare fino a tal punto le sue sofferenze nelle ore che precedevano l’annuncio del suo re? Un lenzuolo color cenere e cupo copriva il cielo del Roland-Garros, la terra che ha portato Rafa Nadal nel pantheon del suo sport e dello sport in generale”, scrive Quentin Moynet su L’Équipe per salutare l’addio al tennis dello spagnolo.
È arrivato con due anni e quattro mesi di ritardo. Il giorno che Rafa Nadal non si ritirò era quello perfetto. Stava malmenando l’ottavo miglior giocatore al mondo come fa lo scardasso con la lana, il povero Ruud avrebbe raccapezzato sei game in tutta la partita, in una finale del Roland-Garros finita 6-0 al terzo set. Fu in quel pomeriggio di inizio giugno del 2022 che il mondo del tennis credette per un bel po’ di avere sotto gli occhi l’ultima partita del giocatore che la Spagna ha chiamato extraterrestre, immortale, un Dio sceso in terra, un gladiatore, un colosso, un marziano, una leggenda, un mito, un esempio di umiltà e di resistenza, finanche uno psicopatico, un benedetto psicopatico, anzi, così hanno scritto.
Nadal stava vincendo il suo quattordicesimo torneo sulla terra rossa di Parigi, L’Équipe andava preparando una prima pagina con un gioco di parole, Pour l’eterrenité, “Per l’eterrenità”, quando cominciò a diffondersi l’indiscrezione che Rafa avesse richiesto all’organizzazione lo spazio e il tempo per una seconda conferenza stampa.
Radio Montecarlo diede la notizia che Roger Federer aveva preso un aereo per Parigi, stava arrivando anche lui, e il passaparola mondiale di questo dettaglio convinse tutti, Nadal stava preparando una meravigliosa uscita di scena: vincere, alzare la Coppa, salutarci. Lo aveva fatto Flavia Pennetta a New York, lo avrebbe ripetuto lui dopo un torneo giocato per quindici giorni sotto anestesia locale, con un dolore insopportabile al piede sinistro per la sindrome di Müller-Weiss.
Si era sottoposto a un numero dimenticato di iniezioni a radiofrequenza ai nervi sensoriali, in sostanza quel che si fa prima di un intervento chirurgico.
Così aveva potuto giocare senza dolore, ma anche privo di ogni sensazione, come quando sei intorpidito dal dentista, col grosso rischio di non avvertire nulla, non solo il dolore ma neppure il pericolo, aumentando così la stessa possibilità di distorcersi una caviglia o peggio. Era l’unico modo per darsi ancora un’occasione e vincere, vincere, vincere. Vendendo un pezzo di corpo al diavolo.
Sul match-ball Nadal ripulì la riga con la suola delle scarpe e poi cominciò la sua solita sequenza di gesti tra fronte tempia occhi, picchiò il tallone sulla racchetta per scrollarsi quella sabbia raccolta a quintali nei calzini in tutti questi anni e cavò dal dritto un tiro così s-centrato da indurci a credere che l’avesse fatto apposta, che avesse voluto sbagliare di proposito per restare in attività un punto in più.
Chiuse con un lungolinea di rovescio, come aveva fatto contro il numero uno Djokovic nei quarti di finale e scoppiò a piangere. Afferrò con le dita incerottate quel pezzo d’argento per il quale ci si batte al Roland-Garros, strinse il microfono e disse due volte merci. Ma non disse adieu. Disse «adesso non lo so, non lo so come andrà a finire, ma ci proverò ancora».
Non si ritirava, e nel dirlo mostrò come si possa sbagliare il tempo dell’ultima uscita dopo aver indovinato per milioni di colpi il momento esatto dell’impatto tra una palla e il piatto della tua racchetta.
Dentro un corpo dalle molte ferite, aveva ancora desideri in eccedenza. Nell’arco di vent’anni, fra 2003 e 2023, Nadal ha conosciuto strappi addominali e fratture da stress, si è rotto i tendini dei polsi e delle ginocchia, si sono sbriciolate un paio di costole e alla fine un piede. Si è dovuto fermare per diciotto volte.
È stato lontano dai campi per 58 mesi complessivi, significa cinque anni di assenza mentre c’era. Quando è tornato ancora un’ultima volta nel dicembre scorso, un marziano si sarebbe stupito di tanta attenzione per il numero 664 del mondo, solo che si trattava dell’umano con più Slam e più tornei vinti di tutti gli altri 663 tranne uno, anzi era quello che aveva vinto più degli altri 662 messi assieme.
Eppure, Rafa Nadal ha sempre considerato come il suo anno peggiore il 2015, quando il corpo è rimasto intatto, neppure un graffio, ma lo accompagnava in campo un disagio che sentiva tra i pensieri, un anno in cui provò ansia e perdita di fiducia. Ne uscì facendo le cose di sempre, posandosi l’asciugamano sulle gambe prima dell’inizio di una partita, bevendo da due bottiglie differenti e allineandole al cambio di campo in diagonale, scartando una delle tre palle che gli sono state offerte prima di ogni servizio, toccandosi lo slip dentro il pantaloncino, e poi la spalla sinistra, la spalla destra, l’orecchio sinistro, il naso, l’orecchio destro, una routine meccanizzata per scrollarsi le incertezze di dosso, nessuna sindrome, ma un protocollo fissato per non disordinare la coscienza, per non farsi assalire dal caos.
I 14 titoli del Roland-Garros e i 22 complessivi di Slam resteranno per sempre nel libro delle sovrumane imprese, al pari delle 28 medaglie olimpiche di Michael Phelps e degli 11 anelli NBA di Bill Russell. Nadal arrivò nel tennis come un vento selvaggio che spettinava le sciccherie di Federer, un barbaro, nel senso che al termine dà Alessandro Baricco, un mutante che sostituisce un paesaggio a un altro.
Si presentò smanicato e con il pinocchietto per contrapporsi pure nell’immagine allo svizzero ben pettinato e con il cardigan crema a Wimbledon. Venne per recitare il ruolo dell’antagonista e per riproporre il confronto di stili a cui il tennis è da sempre abituato. Sembrava un giocatore da clava contro un altro che usava il piumino per la cipria.
Sono diventati amici, come uno il prolungamento dell’altro, fino a piangere insieme, mano nella mano per l’addio di Roger.
In principio guadagnava l’80 per cento dei suoi punti con lo stesso schema: diritto in diagonale, accelerazione sull’altro lato. Ma ingannevole era quel Rafa sopra ogni cosa. Non sarebbe stato un mutante vero se non fosse mutato un po’ alla volta lui stesso, aggiungendo ogni anno qualcosa al bagaglio, una traiettoria diabolica mancina, un tocco a rete, fino a conquistarsi l’80 per cento dei punti in modo sempre diverso, una smorzata, un tiro al volo, un rovescio incrociato.
Ha smesso di giocare ogni punto come se fosse il giudizio universale, con una forza misurata in 1.176 newton. Il fisico rabberciato lo ha costretto a riscrivere i colpi e cambiare la maniera di giocare. Per alleviare il carico sul ginocchio infortunato, ha spostato il peso del corpo dalla gamba sinistra girando l’anca e portando la flessione sull’altra gamba.
Ha dovuto cambiare il rovescio a due mani, ruotando i fianchi per alleggerire il carico. Si è messo a bere acqua di mare. Il prodotto è stato un giocatore completo e meraviglioso, uno straordinario esempio di come si possa adoperare un limite per arricchirsi, fino a conquistare tifosi tra i vedovi di Roger, perché era diventato la prosecuzione di Federer con altri mezzi.
Mats Wilander, ex campione svedese oggi opinionista tv, ha detto: «Più invecchia, più mi diverto a vederlo giocare. Trovo che il suo tennis oggi sia più divertente di quello di Roger. Non voglio più commentare le partite di Nadal. Voglio solo vederlo giocare».
Il viaggio è finito, Nadal è prosciugato, tutte le montagne che poteva smuovere non sono più al loro posto. Lascerà dopo le finali di Coppa Davis a Malaga, tra un mese. L’ha annunciato un paio di giorni dopo Andrés Iniesta, il più grande calciatore dell’ultimo ventennio se non fossero esistiti Messi e Ronaldo.
Un doppio sfregio al sentimento di una generazione di spagnoli. Ma la gioia più grande per chi smette è sapere di aver lasciato un’eredità e nel suo paese ha preso il volto di Carlos Alcaraz. Sarà con Sinner l’idolo di un’età nuova.
Non sta morendo il tennis col ritiro di Nadal dopo quello di Federer, ma è un altro pezzo che si stacca dalla sua Cappella Sistina.
“È stata una saga di sudore e dolore” scrive L’Équipe, ma è vero pure che “con i quattro Major in tasca a 24 anni, il maiorchino si è gradualmente sbarazzato dell’immagine a cui i suoi detrattori amavano ridurlo, quella del brutale ronzino in canottiera e pantaloni corti che armeggia con la sua biancheria intima prima di ogni servizio. Una macchina di colpi, di vamos furiosi, pugni chiusi e sopracciglia aggrottate, senza l’eleganza o la grazia di Federer che si potrebbe dubitare abbia mai sudato. Nadal aveva il ruolo sbagliato, era l’ostacolo al circolo vizioso che privava anno dopo anno il suo rivale svizzero della corona di Porte d’Auteuil. Il pubblico ce l’ha avuta a lungo con lui, prima di imparare ad apprezzare la sua leggendaria combattività e il suo tennis sempre più completo. Tra il suo primo titolo al Roland-Garros nel 2005 e l’ultimo nel 2022, quasi tutto è cambiato nel gioco dello spagnolo: il suo gesto al servizio, che all’inizio era solo una rimessa in gioco, si è evoluto costantemente per i suoi problemi fisici alla spalla, ai muscoli addominali e alle ginocchia; il suo rovescio è diventato un laser, quasi un secondo diritto; la sua aggressività nell’abbreviare gli scambi, lontano dalle maratone che imponeva quando sapeva di essere capace di correre più veloce e più a lungo degli altri; il suo gioco a rete, una zona del campo alla quale non è stato più allergico grazie alla qualità divina della sua mano”.
Non si parla mai del tocco di Nadal, di un Raffaello si può finanche dire stamattina come fa Julien Reboullet ancora su L’Équipe, dove di che “centinaia di pagine del nostro giornale rimarranno orfane di uno dei protagonisti più ricorrenti del XXI secolo”.
In un intervento su L’Équipe, Mats Wilander scrive che “Roger Federer ha reso il tennis più emozionante per le persone che non ne erano particolarmente interessate. Lo guardavamo come guardiamo un ballerino. Rafael Nadal è stato diverso. Se ha portato il tennis così in alto, è grazie al suo investimento fisico ed emotivo. Con il suo linguaggio del corpo e il suo comportamento impeccabile. Se amiamo lo sport per i valori che trasmettono i campioni, Rafa è stato l’esempio perfetto. Lo è stato dall’inizio alla fine della sua immensa carriera. Allo stesso tempo, sembrava vulnerabile, e penso che questa cosa sia favolosa. Era letteralmente connesso alla sua sfida del giorno. Il suo Vamos non era diretto verso il suo box o verso il suo avversario, ma verso sé stesso. Era come se ringraziasse il destino per avergli permesso di vivere quei momenti in campo. Non era interessato a quello che gli era appena successo o a quello che sarebbe accaduto, Nadal era sempre nel presente. Guardare Federer significava rimanere senza parole. Guardare invece Rafa era come entrare in trance. È esattamente quello che succede oggi con Carlos Alcaraz ed è quello che mi è successo con Borg quando sono arrivato nel circuito. Mi ha insegnato a non mostrare nulla in campo. Per la nuova generazione Rafa è stato un educatore perfetto”.
El Pais è uscito con uno speciale su “la leggenda di Rafa Nadal, il ritiro di un sopravvissuto” con la ricostruzione grafica dei suoi colpi, un’indagine dentro la sua forza mentale, la riproposta una meravigliosa analisi su come rimontò la finale di Melbourne 2022 contro Medvedev. Un tennista “la cui storia – si legge – sarebbe stata sicuramente molto diversa se il suo zio-tutore fin da bambino al Tennis Club Manacor non fosse intervenuto in modo decisivo nella sua crescita”. Zio Toni, che è stato coach, insegnante della cultura classica e della sua formazione, “un uomo lontano dal concedergli un trattamento privilegiato dovuto alla parentela, una persona che ha preteso da lui il doppio che dagli altri e che lo ha condotto verso scenari che la maggior parte dei bambini non era in grado di sopportare”. Zio Toni è anche un editorialista di El Pais, dove si sono moltiplicati anche gli interventi d’autore. Manuel Jabois ha raccontato “la gran conquista di Nadal”, la finale di Wimbledon 2008, “per molti la più bella partita nella storia del tennis”, una specie di reincarnazione nel presente della finale Borg-McEnroe 1980. “Piangiamo – conclude Jabois – come gli antichi dèi quando si spegne il loro culto”.
Lo scrittore Javier Cercas ragiona sul fatto che uno passa metà della sua vita a seguire Rafa Nadal, “come un tifoso senza cervello e perfino a scrivere di lui di tanto in tanto, e alla fine non sa cosa dire. In questo momento è difficile farsi un’idea della vera grandezza di quest’uomo. L’ultimo francese a vincere al Roland Garros, Yannick Noah, è un eroe nazionale nel suo paese: ha vinto quel torneo una volta; Nadal quattordici, non so se mi spiego. Aveva un’intelligenza tennistica senza pari, che gli permetteva di vedere cose che nessuno vede. Non devi essere l’imperatore Marco Aurelio per sapere che si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie. Rafa, invece, pensava che, se uno resta autocritico e capisce di aver commesso degli errori e si sforza di correggerli, si può imparare anche dalle vittorie, anzi più dalle vittorie che dalle sconfitte. Penso che sia una grande scoperta. Albert Camus ha scritto che tutto quello che sapeva sulla moralità lo ha imparato giocando a calcio. Quanto a me, tutto quello che so sulla moralità l’ho imparato giocando a tennis. Due cose, soprattutto: il rispetto dell’avversario e il rispetto delle regole. Non me ne frega niente di come sia Nadal fuori dal campo: proprio come l’autentico sé di uno scrittore è nei suoi libri, l’autentico sé di un tennista è nel suo tennis. Quello che so è che, in campo, non ho visto nessuno comportarsi come Nadal: mai un brutto gesto con un avversario, mai una parolaccia o una mancanza di rispetto”.
TITOLI
▥ Repubblica: “Adios” ➔ Emanuela Audisio ha scritto: “È stato un Don Chisciotte riuscito. Ha sognato, lottato, ruggito, ma soprattutto ha sputato fuoco come i draghi. … Ci ha fatto capire che si può sempre risalire se non si accetta il ruolo delle vittime, se un punto alla volta ci si rimbocca le maniche e ci si mette a spalare fango, come fece lui nell’alluvione del 2018 a Maiorca (e la gente a commentare: ma come, un campione con lo spazzolone in mano?). … Adiós, Rafa. Non smetterai mai di giocare nel presente e (forse) neanche di ruggire nelle nostre vite
▥ La Stampa: “Nadal, fine di un’era” ➔ Stefano Semeraro ha scritto: “Il suo diritto mancino che frulla a 3500 giri al minuto e schiocca come una frusta sopra il capo è un patrimonio universale; sfidarlo significava addentrarsi in un deserto sempre più inospitale, arido, soffocante, esiliati in fondo al campo e nel pozzo delle proprie paure. Guai a pensare che Roger fosse la Grazia e Rafa solo la grinta, Apollo contro Dioniso, perché il Cannibale ha una mano da chirurgo, anche se gesti meno eleganti del rivale, e a rete si trova a suo agio come quando è in barca, a Manacor, a pescare con gli amici di infanzia. Cicatrici, tante, ovunque, che gli hanno impedito di giocare almeno una decina di Slam. Paure, poche: i ragni, i cani, il buio. Secondo la sorella Isabel non guida bene, ma sa tenere diritta la barra degli affetti”.
▥ Corriere della sera: “Un genio per necessità, l’evoluzione degli specialisti” ➔ Marco Imarisio ha scritto: “«Ma lei come poteva essere così duro e severo con il bambino Rafa?». Sulla terrazza del Foro Italico, lo zio Toni era arrivato al secondo Martini cocktail. Forse fu per quello che diede una risposta così sincera da mettere i brividi. «Voi scordate sempre che io non sono suo padre. Se fosse stato mio figlio, non ci sarei riuscito, non me la sarei sentita» … Gli dèi se ne vanno. Ma è stato bellissimo, e irripetibile”
▥ La Gazzetta dello sport: “Rafa che lezioni dalla terra all’erba cambiando gioco” ➔ Paolo Bertolucci ha scritto: “Alcuni anni fa, seduto accanto al mitico Borg, ad osservare proprio un match di Rafa, chiesi al biondo svedese se fosse stato in grado di competere contro di lui. Björn mi sorrise e mi disse: «Stai scherzando? Questo viaggia su un altro pianeta». Nadal è stato un Borg 2.0 e ha portato all’estremo questo sport, ma se non ci fossero stati Federer e Djokovic – pur vincendo di più – non avrebbe mai raggiunto certe vette tennistiche”.
▥ Corriere dello sport-stadio: “La volontà più forte del talento” ➔ Massimiliano Gallo ha scritto: “Di Rafael Nadal basterebbe dire che è un destro naturale. Di piede (è un calciatore sopraffino) e di braccio. A tre anni, quando impugnò per la prima volta la racchetta, lo fece con la mano destra. Fu suo zio Toni a convincerlo a imparare a giocare con la sinistra. Era certo che con l’altra mano i suoi colpi sarebbero stati più efficaci. I fatti gli hanno dato ampiamente ragione. Il piccolo Rafa ha imparato a colpire con l’altro braccio. La carriera di Nadal non poteva che nascere all’insegna dell’abnegazione. Dell’impegno per superare un ostacolo. Sarà il tratto distintivo della sua carriera”
▥ Il Fatto Quotidiano: “Devastato dai tic, Rafa resta però un sovrumano super-agonista” ➔ Andrea Scanzi ha scritto: “Nadal aveva di fatto già smesso quando il suo amico-nemesi, Roger Federer, aveva lasciato: avevano pianto insieme, mano nella mano, e Rafa aveva visto nell’addio dell’amico una sorta di flashforward di se stesso. L’ultimo Nadal è stato triste, doloroso e finale. Smunto, infortunato, spennacchiato. Invecchiato anzitempo”
▥ Il Messaggero: “Saluta il campione amato da tutti” ➔ Guglielmo Nappi ha scritto: “Nel tennis i grandi giocatori sono stati spesso divisivi. Basti pensare alla furia di John McEnroe, agli eccessi di Jimmy Connors, o al kid Andre Agassi, protagonista e vittima di una vita fuori dagli schemi. Nadal, al contrario, ha saputo unire”
▥ Il Mattino: “L’inchino a re Rafa” ➔ Marco Ciriello ha scritto: “Djokovic resta solo con la sua bulimia di titoli da bambino infinito. Nadal, invece, è invecchiato, con le sue racchette che cambiavano, il suo stile che evolveva, il suo grado di sopportazione del dolore che aumentava e la sua forza mentale che raggiungeva quella di un Lama fino a sublimarsi in una idea: della terra Nadal. Dove è nata la virtù di non arrendersi che gli ha permesso di evadere da situazioni inimmaginabili. La stessa che ora l’ha spinto ad andarsene”
▥ Corriere della sera: “Il signore in rosso” ➔ Aldo Cazzullo ha scritto: “Quando gli chiesi se avesse meno talento tennistico di Federer, Rafa rispose: «Ognuno di noi ha il suo talento. A qualcuno viene tutto facile; altri sanno resistere più a lungo sul campo. Lei può avere il talento di scrivere un buon articolo in mezz’ora; ma se un suo collega sa lavorare per sei ore di fila e tirar fuori un articolo ottimo, sarà un giornalista più talentuoso di lei». Ogni tanto rileggo quella risposta. Non ho mai sentito sul mio mestiere una cosa più intelligente. Una testa meravigliosa si è trovata montata su un corpo pieno di difetti. … Dopo la vittoria nel penultimo slam, in Australia — rimontando due set a Medvedev, più giovane di dieci anni e più alto di tredici centimetri —, il quotidiano spagnolo Marca titolò: «Quando una cosa ti sembra impossibile, pensa a Rafa». Ti penseremo spesso, Rafa”