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#1 GIORNO AL GP DI SINGAPORE
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
DISCUSSIONI
I rapper, i piloti e le parole in libertà
A un certo punto il CONI decise di punire le bestemmie che si alzavano dai prati della Serie A verso l’alto dei cieli. Fu una quindicina d’anni fa, Gianni Petrucci era il presidente e non ne poteva più – lui che dice di governare perché così vuole la divina provvidenza. A quel tempo il calcio internazionale era preso da altri peccati. L’Inghilterra aveva scoperto gli atti impuri di John Terry, desideroso della donna d’altri, e gli altri era un compagno di squadra. L’Italia si mise a cercare con la prova tv e la lettura del labiale chi nominava il nome di Dio invano. Nel 2001 da commissario in FIGC Petrucci aveva addirittura cambiato il regolamento. Ogni bestemmia prevedeva un cartellino, rosso come l’inferno. La prima squalifica per espressioni blasfeme la prese Baldini, allenatore dell’Empoli, un toscano in Toscana, e dove se no. Lo sentì il quarto uomo, scrisse tutto nel rapporto dopo averle contate. Sessantasette. Addirittura. Prese una giornata. Dopo toccò a Vavassori e a Novellino, che la prese con spirito: «Chi si accorge se Terim bestemmia in turco?». Il calcio reinventò così un reato che nel 1985 alcuni pretori avevano depenalizzato. Paolo Rosi da da telecronista aveva rischiato il posto nel ’67 perché gliene era scappata una in diretta quando si era rovesciato del caffè bollente addosso. Il festival di Sanremo aveva fatto cambiare il testo di 4 marzo 43 a Lucio Dalla, «Gioco a carte e bevo vino», anziché «bestemmio». Un prete scrisse a un giornale facendo notare che pure lui giocava a carte e beveva vino, e non gli sembrava ci fosse niente di male. In effetti.
Così finimmo nell’imbuto del paradosso. Un sacerdote ti assolve dal peccato e il giudice sportivo ti punisce. Quando ne scappò una a Buffon, il cattolicissimo Trap lo riprese: «Se non pari un rigore a Materazzi, cosa c’entra la Madonna?». Il cittì Lippi, altro toscano, confessò che «sotto stress può capitare», eppure il toscano Dante faceva strozzare dalle serpi il bestemmiatore Vanni Fucci. Risulta che bestemmiasse il Sandokan di Salgari e certi nobili nei romanzi di Matilde Serao. Il più tramandato dei casi nel calcio italiano rimane quello di Claudio Correnti, mediano del Como, capitano. La squadra vinceva 2-1 contro la Juventus, anno 1975, e lui dice quel che dice a un minuto dalla fine. L’arbitro Menegali lo sente e gli fischia una punizione contro. Tiro di Causio, deviazione di Fontolan, gol. Altre bestemmie.

Le ali della McLaren
Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, più felice sarei, candida luna, Ma forse pure sull’ala di Giacomo Leopardi avanzerebbero sospetti quelle scuderie che hanno fatto le maliziose sulla tecnologia della McLaren, tanto maliziose da spingere la FIA a intervenire. Così il team britannico è chiamato a modificarla. Giovedì nel paddock di questo ancora si parlava, dopo la prestazione di Oscar Piastri a Baku. L’alettone posteriore della sua macchina viene giudicato un mini-DRS. Lui in conferenza stampa se l’è cavata. Molto sobriamente ha detto che gli pare tutto legale, solo che le pressione della Red Bull sono aumentate. Chi meglio di loro sa riconoscere cos’è che ti mette le aaaaliiii. Così la FIA si è imposta.
Secondo L’Èquipe, tuttavia, “il fatto che avesse avuto il diritto di utilizzarla finora solleva degli interrogativi”. Fred Vasseur non ha nascosto il suo disappunto. In F1 la differenza si fa nell’interpretazione delle zone grigie del regolamento e della navigazione in quelle linee, ma per l’alettone posteriore la normativa pare chiara. È nero o è bianco. Tutti i team hanno schierato i loro fotografi a bordo pista per collezionare scatti con cui inchiodare la McLaren. Vasseur si è detto frustrato perché le corse ormai si decidono per un dettaglio e il mancato sorpasso di Leclerc in Azerbaigian gli rode. Sports Illustrated fa notare che Oscar Piastri è stato il migliore al Mondiale negli ultimi 7 GP, e invece la McLaren gli ha preferito Norris nella corsa verso il titolo.
Rode a Verstappen da sempre il circuito di Singapore. Marina Bay è l’unico circuito dove l’olandese non ha vinto mai, e le prove libere di ieri sono state un disastro [15esimo]. C’è un misterioso teorema che tortura i campioni. Pérez ha vinto nel 2022 ma più per la scarsa partenza di Leclerc che per una prestazione formidabile della sua macchina. Verstappen si piazzò settimo. «Se vogliamo andar forti per tutto il campionato, quella non è una pista rappresentativa della stagione» spiega Andrew Shovlin, direttore tecnico della Mercedes. «Lo sviluppo attuale delle macchine non favorisce quel tipo di tracciato molto unico», aggiunge Pierre Wache, direttore tecnico della Red Bull.
EUROGOL
Certi mugugni intorno alla Champions XXL
Una sola giornata di Champions XXL ha già riacceso la discussione sull’eccesso di calcio. Ha cominciato il Guardian ieri mattina, cavalcando il dimenticabile 0-0 di Manchester City-Inter per scrivere che non sono queste le partite che fanno pubblicità al calcio. Ora il dibattito prosegue qua e là. Alfredo Relano, decano dei giornalisti calcistici di Spagna, giurato del Pallone d’oro, parla su Diario AS di onnivori del calcio, mentre Jim White per il Telegraph dice che siamo reduci da una settimana in cui lo sport ha divorato sé stesso, aggiungendo al calcio l’eccesso di impegni che viene dal cricket. Ha citato un intervento del comico Mark Steel, che spiega la nuova Coppa dei Campioni come un campionato di 64 squadre che si affrontano, le prime 48 passano il turno, le ultime 16 vanno ai play-off da cui sono promosse le prime 14 mentre le ultime 2 si qualificano a uno spareggio da cui passano le prime 2. Il Telegraph dice che poi “non stava neppure esagerando così tanto. Il format della competizione ristrutturata dall’UEFA è così inutilmente gonfiato che fa del suo meglio per rendere la satira perfetta”. White suggerisce che nel leggere i risultati di questa settimana è quasi impossibile capire cosa significhino. “Nel vecchio formato, che non era certo un modello per l’economia, sapevi dove ti trovavi in ogni momento. Con due squadre qualificate e due eliminate, era chiaro che 10 punti avrebbero probabilmente garantito il passaggio del turno. Ma dopo la riforma? Non abbiamo idea di niente. Il Barcellona è 23esimo in una classifica di 36 squadre. In circostanze precedenti, avremmo parlato di una crisi imminente. Ma dato che 24 squadre avanzeranno, possiamo tranquillamente dire che no, probabilmente non sarà stavolta”.
Dopo un elogio dello sport USA, dove “il senso vero sta nell’eliminazione diretta, tutto o niente, successo o fallimento, non in questa inutile perdita di tempo”, il Telegraph attacca pure il Mondiale per club della FIFA che vedremo l’estate prossima.
L’ombra che si allunga sulla partita delle partite
L’una contro l’altra le prime due d’Inghilterra, reduci entrambi da uno 0-0 con le nerazzurre di Lombardia in Champions. Una partita che però incrocia il processo assai sottotraccia che si sta tenendo al Manchester City, accusato di 115 violazioni alle norme finanziarie della Premier League. “I giorni che precedono qualsiasi grande sfida di – racconta Barney Ronay sul Guardian – tendono a recapitare una valanga di messaggi da parte di società di gioco d’azzardo che scelgono le loro ultime esche per il giorno della partita. Le e-mail sono di nuovo fluite in queste ore come il vino, anche se con un risvolto nuovo. Da mercoledì si può accedere a una nuova gamma di scommesse su misura per le spese finanziarie del City, come se questa storia fosse in realtà solo un’altra partita di calcio”.
Il Guardian trova che la puntata per la retrocessione sia misera [pagano 6 volte la posta], “segno che queste persone conoscono davvero il loro gruppo demografico” ma soprattutto che nel processo al City ci sia in ballo molto di più, quasi la tenuta del sistema inglese. Sarà magari un argomento noioso da affrontare domenica, “le regole di redditività e sostenibilità (PSR) sono opache, nessuno va allo stadio per parlare di questo: non possiamo goderci quegli uomini corrucciati a bordo campo, vestiti di un gilet, mentre analizzano il contropressing a metà campo nel secondo tempo?”. Ehm, no, si risponde l’editorialista del Guardian, perché c’è un fantasma che passeggia nell’edificio della Premier League, “cammina per i corridoi, fa tintinnare le maniglie delle porte, sussurra attraverso i buchi delle serrature”. Il processo al City è “un promemoria del pericolo che corre la storia di una lega formatasi su liti legali, imbrogli e avidità un terzo di secolo fa. Ampliando un po’ lo sguardo, le accuse al City sono probabilmente la più grande minaccia esistenziale per la Premier League dal suo inizio”.
Il Guardian dice che l’aspetto più notevole in questa storia sono le due visioni completamente opposte che si confrontano. Il City ha comprensibilmente abbassato la saracinesca su questo argomento. Non parla, non commenta, nulla trapela. Negli altri 19 club c’è grande irritazione per la riservatezza che circonda l’intero processo, non si conoscono neppure i nomi dei tre membri della commissione giudicante. Un affare di stato. Una sola canzone ripete il City, fiducioso di essere scagionato. Parla di prove inconfutabili per la sua innocenza, “un’espressione usata così spesso – dice il Guardian – che ti chiedi se qualcuno nel team della comunicazione sappia davvero cosa significhi il termine. Inconfutabile è una cosa indiscutibile, chiara e netta, al di là di ogni ragionevole dubbio e non un’astuzia prodotta da un avvocato con una parcella da 8.000 sterline l’ora. Un’ipotesi è che il City abbia una fiducia immensa nelle proprie risorse, nel supergruppo legale di cui dispone e nella sua comprovata esperienza nel far scomparire le prove. Un’altra teoria è che il club è stato informato che alcune prove di pubblico dominio si riveleranno inammissibili. Questo spiegherebbe la sua sicurezza. Perché le prove trapelate sono innegabilmente convincenti”.
SPAGNA
Il silenzio che certe volte cala al Bernabéu
Come ogni sabato, arriva la colonna di Jorge Valdano da El Pais, e stavolta scrive del Real Madrid. Torna sul concetto espresso la settimana scorsa, su tutta questa sofferenza che al Real Madrid bisogna sopportare per gli acquisti, ma il passaggio più interessante è dedicato all’atteggiamento dei tifosi al Bernabéu, “un organismo vivo, festeggiano allo stesso modo, alla maniera madrilena, con momenti di passività, altri di indignazione, partecipando alla follia di una rimonta e sempre con la tranquillità di sapere che alla fine si vince”. Eppure, scrive Valdano, “nel fragoroso Bernabéu famoso per le rimonte, è abbastanza frequente che cali il silenzio. Non è una cosa nuova. Ai suoi tempi, a Puskas fu posta la domanda: – Perché i tifosi del Real Madrid non gridano? E lui rispose con genialità: – Perché hanno la bocca piena. Certo, la bocca piena – prosegue Valdano – di trionfi, titoli, campionati. Questo atteggiamento è nella natura di ogni tifoso, un animale abitudinario. La particolarità del madridista è che non chiede: esige. È la parte odiosa del mito, se guardata con gli occhi della squadra e dello spogliatoio. Più che invitare a vincere, obbliga. Stando così le cose, l’ho già detto in qualche occasione, il giocatore del Real Madrid corre per legittima difesa. Un mio caro amico mi ha detto: – A noi tifosi del Real Madrid non piacciono i calciatori che ci danno lezioni. L’ho scritto in riferimento a Vinicius. Al mio amico il suo atteggiamento non piace, lo mette a disagio, come se il dialogo equiparasse il dipendente ai titolari. Non ne sono così sicuro perché vedo che quando Vinicius incita, le persone si uniscono a lui. Forse il turismo sta cambiando il profilo dei tifosi. In ogni caso non è la prima volta che i tifosi del Real Madrid mi sconcertano. Come i cattivi leader, i tifosi si appropriano dei trionfi e assegnano i fallimenti ai giocatori. Dopotutto i dipendenti, vengono pagati per un motivo”.
FRANCIA
L’Équipe ha messo degli 1 in pagella al Saint-Étienne
8-0 Nel giorno del suo 120esimo anniversario, il Nizza ha segnato 8 gol al Saint-Étienne di cui sei nei primi 39 minuti. Scartando le partite del PSG, un risultato del genere in Ligue 1 non si vedeva dal 2005, dall’8-0 del Lille contro l’Istres, al Nizza poi non accadeva dal 1957, quando ne segnò sempre 8 al Sedan. Una partita per statistici, la definisce L’Équipe.
Il Saint-Étienne non prendeva otto gol in campionato dal 1951. E nessun’altra squadra della L1 aveva subito sei gol in un tempo nel XXI secolo. Nelle pagelle del giornale francese, il voto più alto per la squadra di casa è un 4. Piovono molti 3, c’è qualche 2, spuntano finanche tre 1: al portiere Larsonneur, ai centrali Batubinsika, Abdelhamid. Tre giocatori non hanno preso voto perché sono stati sostituiti sul 5-0, in balia degli eventi: Moueffek, Amougou e Cornud, il terzino sinistro e due mediani
La vocazione al turnover del nuovo PSG
Contro il Brest sabato scorso Luls Enrique ha potuto permettersi di inserire Willlan Pacho e Desire Doue al posto di Bradley Barcola. Stasera entrambi sono attesi fra i titolari a Reims, “Una scelta semza imbarazzi” la chiama L’equipe, giudicandola il segno della profondità della rosa. “Il PSG ha costruito una squadra più omogenea, meno appariscente ma che potrebbe favorire competitività interna e turnover. Tre giorni dopo il successo al debutto in Champions League (1-0 contro il Girona), il PSG a Reims torna alla normalità. C’è stato un tempo in cui alcune stelle della squadra trascinavano i piedi per questo tipo di incontri”.
Attenzione, Rabiot, passare al nemico è come camminare su un terreno minato. È la considerazione de L’Équipe stamattina, in coda a una serie di giorni in cui la Francia si è messa a discutere dell’inatteso accordo tra il centrocampista e l’Olympique Marsiglia, lui che è cresciuto nel PSG.
“I passaggi verso l’avversario si rivelano imprevedibili, e bisogna saper dare garanzie perché tutto fili liscio” ha scritto Anthony Clément. “I dirigenti del Marsiglia hanno avuto il tempo e l’opportunità, nelle ultime settimane, di pensare al modo migliore per presentare l’arrivo di un giocatore che non era destinato a unirsi a loro”. Nel 2022, quando giocava a Montpellier, Elye Wahi disse che da parigino lui non avrebbe mai vestito la celestina maglietta marsigliese, e poi nel mese di agosto ha dovuto dare delle spiegazioni, ma no, ero giovane, poi sono maturato. Domani il Marsiglia gioca a Lione.
CALCIO ITALIANO
Che cosa aspettarsi da Juventus-Napoli
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio immagina la partita di stasera fra Juventus e Napoli, e scrive che “non mancheranno i duelli tecnici, uno su tutti Yildiz-Kvaratskhelia, né quelli fisici, Bremer-Lukaku, né quelli tattici Locatelli-Lobotka. E forse non mancherà nemmeno qualche sorpresa. Thiago ci ha abituato, dentro i ragazzini, fuori Douglas Luiz costato 51 milioni e mezzo, e in Champions dentro anche l’ex “scarto” McKennie, che ha pure segnato. Ma anche Antonio ha un organico che gli offre molte scelte, sta studiando per esempio quella di McTominay. Le premesse sono ottime”
Un’intervista a Insigne. Uà Insigne, ve lo ricordate Insigne?
➣ Conte l’ha avuto in Nazionale. Che effetto le fa vederlo sulla panchina del Napoli?
«Dico la verità: un bellissimo effetto. Non pensavo che il presidente potesse fare una magia del genere, convincere un allenatore importante come Conte. Sicuramente ha influito la passione, l’amore che la gente di Napoli trasmette. Penso che lui abbia visto, quando si è vinto lo scudetto, l’energia che c’era attorno alla squadra. Lui è uno molto carismatico, aveva voglia di mettersi in mostra. Disse “quando tornerò saranno problemi per gli altri”. E io come napoletano sono contento che sia sulla nostra panchina, spero ci aiuterà a fare un grande campionato».
➣ La vita canadese come va?
«Non me l’aspettavo, ma io e le mia famiglia stiamo benissimo, al di là dell’inglese, che non parlo. Purtroppo non ho studiato da piccolo e questo ha inciso tanto, ma mi faccio capire a modo mio. Il clima invernale per fortuna lo becco poco, torno a Napoli a gennaio e poi in pre-season in posti caldi. Il campionato non è al livello di quelli europei, stanno provando a farlo crescere, ma al di là di tutto si sta molto bene».
➣ Ci pensa a un cambio d’aria, a un ritorno in Europa?
«Sì, ci ho sempre pensato. Quando vedo le partite di Champions, di campionato, sento qualcosa dentro, penso che posso ancora dare tanto, la fiamma è ancora accesa però ora sono concentrato qui: tra una settimana abbiamo la finale di Coppa canadese e poi vogliamo entrare nei playoff di Mls. Al d là di tutto, facciamo un lavoro in cui non si sa mai cosa può succedere: l’esempio è De Rossi, dalla sera alla mattina non era più allenatore della Roma. L’idea di tornare comunque ogni tanto ancora mi viene».
➣ Il tiraggiro resta il suo marchio di fabbrica?
«Sì, ma qui gioco diversamente. Non stando in Europa, non avendo tanti giocatori in squadra che si prendano delle responsabilità, viste le mie qualità l’allenatore mi chiede di costruire dal basso e quindi faccio più fatica ad arrivare sotto porta. Non fa niente, l’importante è vincere».
[intervista di davide palliggiano, Corriere dello sport-stadio]
ACQUE
Le donne? Giù dalle barche di America’s Cup
È cambiato tutto in America’s Cup. Le vele, gli scafi, le regole, il mare non si solca, si sorvola. Solo una cosa non cambia. A bordo le donne non salgono. O ti travesti da uomo come Keira Knightley quando fa Elizabeth Swann in mezzo ai pirati dei Caraibi, oppure c’è uno Jack Sparrow che ti rimanda via. Invece a terra lavora per Luna Rossa Clelia Sessa, nel reparto di meccatronica, “ un insieme di tecniche finalizzate a combinare e a far interagire tra loro l’elettronica, la meccanica e l’informatica per automatizzare al meglio i sistemi di produzione”. Ne ha scritto stamattina Emanuela Audisio nella sua newsletter settimanale S-Print per Repubblica.
Ha 26 anni, piemontese, figlia di Carlo, ex skipper del Moro di Venezia. Viene da Belgirate, un borgo sul Lago Maggiore, dove la sua famiglia è proprietaria di una società nautica.
«Ho iniziato ad andare in vela a 5 anni – dice Sessa ad Audisio – e mio padre è sempre stato il mio allenatore, quando ero piccola alla mattina uscivamo di casa insieme e se c’era un buon vento decidevamo di andare in barca. Non ho mai voluto fare la velista e basta, al contrario ho sempre desiderato capire la barca, idearla nei dettagli e gestirla. Il mio team lavora sulla progettazione, sul testing e sulla gara. Ci occupiamo di sistemi on water FCS, gestendo un sistema che unisce idraulica ed elettronica, quindi lavoriamo su software e hardware trattando anche elementi come biciclette, flaps e timone. Sento di rappresentare tutte le donne che, per la prima volta, entrano in un settore. Penso alla mia nipotina, mi piace pensare che se vorrà fare questo mestiere avrà già un percorso tracciato, vale anche per le altre professioniste che vorranno entrare in questo mondo».
ATTESE
Un altro Mondiale dei massimi
Con 96.000 spettatori che hanno il biglietto in tasca, lo stadio di Wembley stasera apre i cancelli per la difesa del titolo mondiale IBF dell’inglese Daniel Dubois contro Anthony Joshua. Dalla sua costruzione nel 2007, non c’era mai stata tanta gente nello stadio di Londra per un evento sportivo. Adele aveva venduto quasi 100.000 biglietti per un suo concerto, mentre le partite di calcio non possono accogliere più di 90.000 persone. Per il match fra Tyson Fury e Dillian Whyte nell’aprile 2022 fu toccata quota 94.000.
L’organizzazione è del saudita Turki Alalshikh, presidente della General Entertainment Authority del suo paese, che “vuole estendere il suo potere all’estero” [L’Équipe]. Dopo aver presentato il campionato WBA dei pesi superwelter tra l’americano Terence Crawford e l’uzbeko Israil Madrimov il 3 agosto al BMO Stadium di Los Angeles, adesso attacca il mercato della Gran Bretagna.
Un attimo, un attimo. Ma Usyk non aveva riunificato le quattro cinture battendo Fury? Da dove spunta ‘sto match per il titolo mondiale fra inglesi?
Spiega il giornale francese: “Per rendere più attraente Dubois-Joshua, Usyk ha accettato di rinunciare alla sua cintura IBF. Usyk resta comunque il campione del mondo indiscusso e anche senza l’etichetta mondiale Dubois-Joshua avrebbero riempito Wembley, perché è un grande match. Il fatto che entrambi siano inglesi non fa che rafforzare l’interesse del pubblico di casa”
Del match scrive da qualche giorno Dario Torromeo su Storie di Boxe, considerando che “Daniel ha pugno pesante (21-2-0 con 20 ko, significa più del 95% di successi prima del limite). Ma a me sembra decisamente lento, prevedibile. A 27 anni si muove come se stesse ancora cercando la sua vera identità. Ecco perché il combattimento di sabato sarà di un’importanza totale per il suo futuro. Lo sarà, anche e soprattutto, per fare pace con sé stesso”.
Il 26 agosto dello scorso anno, aveva mandato Usyk al tappeto ma l’arbitro aveva giudicato irregolare il colpo. Usyk si riprese dopo quasi 4 minuti e vinse per ko alla nona ripresa. “Credo che Anthony Joshua parta a pieno titolo con i favori del pronostico. Dubois ha trovato nuova credibilità con le ultime vittorie su Miller ed Hrgovic – considera Torromeo – ma resta uno che prende troppi colpi. Lo hanno tormentato i destri di Usyk, si è fatto trovare scoperto più volte dai destri di Hrgovic. Se subisse lo stesso trattamento da AJ, non finirebbe il match. L’accortezza in fase difensiva, dipenderà anche dal modo in cui AJ affronterà il mondiale. L’ho visto offrire prestazioni così diverse, da farmi passare la voglia di scommettere su di lui nei grandi eventi. Per entrambi sarà un match chiave. Chi vince volerà verso l’unificazione del mondiale, chi perde sarà definitivamente fuori dal grande giro”.
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