La morte di Sven Goran Eriksson, ritratto di un passionale incompreso

 Quando Sven Goran Eriksson venne chiamato a sedersi sulla panchina della Nazionale inglese, primo straniero di sempre a ricevere l’incarico, il Regno s’aspettava di imbattersi nel cliché dello svedese distaccato e asettico, un tecnocrate. Scoprirono sì un uomo garbato e flemmatico, ma pure schiavo di ogni tentazione. “Sebbene provenisse da una terra di ghiaccio, non ha mai saputo resistere al gioco col fuoco. Ed è questa contraddizione, molto più della sua debolezza per il 4-4-2 o per la marcatura a zona, molto più della inspiegabile decisione di portare un sedicenne Theo Walcott alla Coppa del Mondo, che spiega perché oggi stia occupando il posto più alto negli affetti nazionali”.

È l’ultimo omaggio del Telegraph all’ex cittì, un uomo che ha abitato il calcio con grazia e leggerezza, di lui non si ricorda una sfuriata. Giuseppe Melillo, direttore del Corriere dello sport-stadio prima di Antonio Ghirelli, quando negli anni ‘80 dettava i suoi pezzi lo definiva sempre, ogni volta, al primo inciso, “lo svedese che non si accende”. Portava ancora addosso la bruciatura di uno scudetto perso all’ultima giornata con la Roma, prima di andare a vincerne uno nell’altra porzione della città, la metà laziale, sempre nella coda del campionato e sempre con un finale alla Monsieur Rocambole. “La cosa che lo distingueva – dice il Telegraph – è che si rifiutava di scusarsi per i suoi difetti e la sua natura passionale gli fece guadagnare l’affetto degli inglesi”, insiste il Telegraph nel tentativo di tenere insieme nel ricordo il gossip col mestiere. “La scappatelle hanno fatto sorridere gli inglesi” dice John Percy. 

Questo è il mood di molti ricordi inglesi, ma Eriksson è stato molto di più. Philipp Cornwall sul Guardian ricorda il silenzio in cui sprofondò lo stadio di Monaco di Baviera quando l’Inghilterra andò a vincere per 5-1 in casa della Germania. Poi analizza: “Se si esaminano con occhio scettico i risultati dei restanti quattro anni e tre quarti in cui Eriksson è stato alla guida della squadra, allora Monaco stessa, e non solo quel silenzio, sembra illusoria. Fu la Germania, non l’Inghilterra , a giocare la finale Mondiale dell’anno successivo, e nessuna squadra di Eriksson arrivò nemmeno mai alle semifinali di un torneo. Ma il contesto smentisce questa affermazione”.

Il Guardian si riferisce ai risultati raggiunti dall’Inghilterra con “due allenatori prima di lui e i primi tre che sono seguiti: nessuno è mai arrivato ai quarti di finale. Nei gironi di qualificazione, fa notare il quotidiano, Eriksson lasciò 11 punti, lo stesso numero che Hoddle e Keegan hanno perso zoppicando fino a Euro 2000. Steve McClaren ne perse 13 e mandò la qualificazione a Euro 2008, ma “i giornalisti che chiesero il licenziamento di Eriksson non hanno mai recitato un mea culpa per quello che è seguito. A volte – ricorda il Guardian – sembrava che Fleet Street non potesse perdonare Eriksson per il 5-1 di Monaco, che i giornalisti non potessero perdonargli quella sera in cui furono costretti a rimangiarsi le loro parole. Il Daily Mail aveva accolto il suo arrivo con un articolo intitolato: Abbiamo venduto il nostro diritto di nascita a un fiordo, a una nazione di sette milioni di sciatori. Ogni gol dell’Inghilterra di Erkksson era un rimprovero”.

Ci sono parole d’autore oggi sui giornali italiani. Lo scrittore Alessandro Piperno, di fede laziale, scrive di Eriksson sul Corriere della sera: “So che per ricordare Sven-Göran Eriksson nel modo giusto dovrei partire dal solito adagio: l’educazione, la temperanza, la signorilità così rare in un mondo sfrontato, passionale e scurrile come quello del calcio professionistico. So che per farne un ritratto adeguato dovrei soffermarmi sul riserbo scandinavo, il mix di ironia e eleganza cosmopolita che tra le molte altre imprese gli consentirono di diventare il primo commissario tecnico dell’Inghilterra privo di passaporto britannico. Se disponessi di maggiori competenze calcistiche, potrei persino soffermarmi sulle innovazioni tattiche apportate dal suo Göteborg dei miracoli. Ma proprio non mi viene. Non ne sono capace. Per me Sven (non Eriksson, ma Sven) è l’allenatore simbolo della mia Lazio. Colui che regalò ai fortunati laziali della mia generazione sette trofei in poco meno di un lustro”

Piperno conclude così: “Niente più dello sport ti aiuta a comprendere quanto la felicità sia effimera. Mentre lo sentivo esprimersi in modo tanto semplice e garbato ho ripensato a quel bellissimo saggio di Michel de Montaigne intitolato Bisogna giudicare la nostra felicità solo dopo la morte . Ecco cosa dice: «Gli uomini, per quanta fortuna faccia loro buon viso, non si possono chiamare felici finché non si sia visto come hanno passato l’ultimo giorno della loro vita». Non posso sapere, nessuno di noi può, come il nostro Sven abbia trascorso le sue ultime ore. Ciò che so, ciò che sappiamo è che l’ultimo anno della sua bellissima vita è stato speso come meglio non si potrebbe immaginare. Nessun rancore, nessuna ostentata disperazione, solo un desiderio laico di comunicare ai tanti che gli hanno voluto bene la sua riconoscenza”.

Marco Ciriello su Domani ha scritto che “è stato un cittadino elegante del mondo del calcio, al massimo diceva «porca miseria» e la sua parola preferita in italiano era «rompipalle», lingua e carattere nascondevano una grande smania di vivere come raccontano i suoi tanti amori da rockstar. Sven-Göran Eriksson ha diretto squadre come orchestre e ha suonato la musica che gli piaceva, senza mai consegnarsi al rumore”.

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