
Fu bellissimo, e subito dopo è stato tremendo. Quando Dominic Thiem apparve sulla scena dei Fab Four retrocessi a Tre Re Maghi per le conseguenze dell’anca ballerina di Andy Murray, parve lo scompaginatore perfetto dell’ordine costituito nel tennis. “Viene da un Paese di sciatori – scrisse di lui Gianni Clerici – è non solo un regolarista, ma insieme un attaccante. Possiede un liftaccio da togliere addirittura pelo alla palla, un’eredità non facile da ottenere dal suo allenatore, un’eredità che dovrebbe mettere in guardia chi giochi diritto piatto e servizio non troppo tagliato. Ho visto tante volte l’austriaco giocare a tutto braccio la palla di rovescio, quasi avesse in mano un ombrello spalancato, e sul diritto un machete, uno di quelli che gli faceva usare il suo vecchio coach Günter Bresnik perché diventasse più forte”. Batté Nadal ai quarti degli Australian Open 2020 prendendo sette volte il nastro, non era fortuna, spiegò Wilander, era la rotazione del lift. Andò avanti 2 set a uno in finale contro Djokovic e si fece rimontare, aveva già perso due finali al Roland-Garros nel 2018 e 2019, ma nel settembre del covid a New York – senza Nadal né Federer in tabellone – dopo la squalifica di Djokovic per la pallata alla giudice di linea, Dominic Thiem arrivò fino in fondo, fino alla Coppa. Chiuse una serie di 14 slam consecutivi senza vincitori diversi dai Tre Re Maghi. Fu bellissimo, e subito dopo è stato tremendo.
Subito dopo è stato il vuoto, non tutti sanno resistere a quella sensazione che il pallavolista Andrea Lucchetta ha raccontato così ad Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu nel libro Vuoto a vincere [Absolutely Free, 2015]
«Dopo che quell’ultima palla è finita a terra c’è tutta la costruzione della gioia, le pacche sulle spalle, il divertimento, e Velasco che ti dice “dài, buttatemi in aria”, e poi il silenzio prima dell’inno, schierarsi in mezzo al campo, aspettare, chiudere gli occhi. Ma poi quando parte la musica hai il tempo per rivedere in una frazione di secondo quello che è stato tutto il tuo percorso. Esattamente come capita a un pazzo suicida che si butta giù dall’ultimo piano. È lì che hai il tempo di capire che tutto quello che avevi creato, per cui hai lottato e ti sei sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita»
Ora Thiem toglie il giubbotto, mette le scarpe, prende le racchette sotto al braccio e va a giocare il suo ultimo Slam sul campo dove vinse l’unico, e sarà uno degli ultimi tornei della carriera. Si ritirerà a fine ottobre al torneo di Vienna, all’età di 30 anni da numero 210 del mondo. Ha ottenuto una wild card per Flushing Meadows e stamattina ha ripercorso con L’Équipe alcuni momenti di una carriera che poteva essere straordinaria.
«Ero molto stressato. Era l’occasione della mia vita. Era molto strano, stadio e corridoi vuoti per il Covid. Ho iniziato male perché non mi sentivo libero. A un certo punto ho pensato che fosse finita. Ma mi sono liberato e ho ribaltato la partita. Ci sono due modi di vedere le cose. È triste aver vinto il mio unico Grande Slam davanti a 50 persone, senza pubblico, senza energia, senza atmosfera. Ma è speciale anche averlo vinto in circostanze senza precedenti, a porte chiuse. Il direttore del torneo Stacey Allaster ci pregò di non festeggiare, di non uscire dalla bolla e di restare in hotel. Obbedimmo. Eppure c’era molto da fare a Manhattan. Ho festeggiato con la mia squadra, nella mia stanza, con una pizza. È probabilmente l’unica volta nella storia che un giocatore ha festeggiato un titolo dello Slam in questo modo. Ho bevuto solo una birra, ero stanco. Non riuscivo a prendere sonno perché c’era tanta adrenalina in corpo. Ci siamo svegliati alle 6 per la maratona con la stampa, presentarsi con i postumi di una sbornia non sarebbe stata un’idea brillante.
Dopo il titolo nuotavo nell’euforia, tutto era fantastico. Ho continuato a giocare bene fino alla fine dell’anno. Sono andato in vacanza, ma quando son dovuto partire per l’Australia è stato strano, non ero per niente motivato. Mi sentivo vuoto, davvero stanco fisicamente ed emotivamente. C’era di nuovo il Covid. Col senno di poi, è stato un errore andarci. Mi ci sono voluti tre o quattro mesi per superarlo. E quando ho iniziato a sentirmi meglio, mi sono infortunato al polso destro.
Fermarsi a 31 anni è presto, ma d’altra parte ho avuto una carriera molto intensa, mi sono allenato tantissimo per molto tempo. Se guardo al mio “io tennistico”, mi sento vecchio. Le mie batterie sono scariche, la mia energia non c’è più. Come tennista, il mio tempo è scaduto. D’altra parte, sento di averne molta per fare altre cose e avere una vita piena.
Quando sono entrato in campo per le qualificazioni del Roland-Garros, sono rimasto super sorpreso. Mi sono goduto ogni secondo perché sapevo che ogni partita poteva essere l’ultima. L’atmosfera e l’energia che il pubblico mi ha trasmesso sono state incredibili. Non lo dimenticherò mai. Probabilmente è stato un addio al Roland-Garros molto migliore che se fossi stato nel tabellone principale. Sarà molto commovente lasciare. Ho vissuto tanti momenti speciali: il primo punto, la prima vittoria, il primo titolo, il primo successo contro un top-10… Vivrò una nuova prima volta: la mia ultima partita. È stata la parte più importante della mia vita. Ma sarà anche bello perché sarà finalmente l’inizio di un nuovo capitolo. Non so se piangerò, non piango spesso. Non so cosa aspettarmi. Vorrei restare in questo ambiente e contribuire a far sì che il tennis rimanga uno sport sano, soprattutto in Austria. Ho un’accademia, spero che cresca di più. Forse un giorno sarò seduto al Philippe-Chatrier o in un altro torneo del Grande Slam come allenatore, uno dei nostri ragazzi sarà lì, e per me sarà un altro sogno. Un sogno e un obiettivo».
E allora goditi il viaggio Dominic, un altro paio di lift e si ricomincia da un’altra parte.