La trave su cui la ginnastica italiana costruirà il futuro

Alice D’Amato non ha inventato niente, e neppure Manila Esposito. Non hanno gesti da consegnare al mondo. Non esistono né il D’Amato I né l’Esposito II, onestamente dire Yurchenko riempie di più la bocca. È che ci siamo cresciuti con l’idea che la ginnastica venisse tutta da lì, l’albo d’oro olimpico della trave ha solo nomi di ragazze dell’Est dal 1952 al 1992, da Nina Bocharova a Tatiana Lisenko, passando per monumenti come Vera Caslavska, Olga Korbut e Nadia Comaneci.

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L’URSS ha cambiato molti nomi e molte sigle olimpiche, durante e dopo la sua dissoluzione, ha generato eredi, figlie e figliastre fino a scomparire stavolta dalla scena, ma nel frattempo il mondo si è aperto, negli ultimi trent’anni la ginnastica ha spalancato le porte alle americane, alle cinesi, nel 2016 a una ragazza olandese, adesso finanche a una ragazza che viene da ponente, dal lontano West italiano che è la Liguria.

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Eppure, senza aver inventato salti, capriole, volteggi, Alice D’Amato ha fatto una cosa mai vista prima, sbucando da una squadra arrivata a Parigi con infortuni pesanti [Vanessa Ferrari, la gemella Asia D’Amato] ma con una qualità profonda che adesso è evidente. Prendere l’oro proprio alla trave è un simbolo potente. Con le travi si collegano pilastri, si edificano palazzi, si costruiscono movimenti. 

Emanuela Audisio su Repubblica parla della scuola tecnica di Brescia, una piccola Nasa capace di mandare in orbita corpi senza perderli in volo. E una scuola tecnica, un gruppo che conosce la giusta traiettoria per scalare il cielo. Non c’è un infinito su cui camminare e fare evoluzioni, ma 10 centimetri di larghezza e cinque metri di lunghezza. La trave vuole grande equilibrio ed enorme coraggio perché ogni caduta può provocare traumi. È l’attrezzo più difficile e pericoloso.

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Alessandra Giardini su Domani ha scritto che le chiamiamo fate ma di fatato c’è pochissimo nell’oro della ginnastica. È come le paillettes: da lontano luccicano, ma se le guardi da vicino vedi tutte le cuciture, il filo che le tiene assieme, e qualche inaspettata cicatrice. Dei risultati degli sport olimpici siamo abituati a prendere la superficie, dividiamo volentieri la gioia di quell’attimo sul podio, ci sentiamo orgogliosi, come se parte di quelle medaglie fosse per qualche inesplicabile motivo un po’ anche merito nostro, ma non saremmo disposti a spartire neanche un giorno della routine militaresca necessaria (ma non sufficiente) per diventare campioni. Le atlete che hanno portato la ginnastica femminile a livelli mai raggiunti prima le chiamiamo semplificando fate, forse perché sono leggere, colorate, e sembra che volino, e sanno fare gli incantesimi. Ma non c’è niente di magico: se saltano, se volano, se in aria sanno disegnare acrobazie, è perché hanno ripetuto quei gesti per giorni, settimane, mesi, anni, fino alla perfezione.

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Arianna Ravelli sul Corriere della sera scrive che  è successo l’impensabile  Talentuosa, la ragazza, la è sempre stata, ginnasta elegantissima. Specialista alla trave, quello no. Qualche anno fa, la voleva proprio abbandonare. C’è voluta per convincerla la dedizione di Monica Bergamelli, ex ginnasta compagna di Vanessa Ferrari, ora allenatrice a Brescia in quello scrigno di tesori che è la Brixia fondata da Enrico Casella, che è anche il ct della Nazionale. Com’è stato possibile? Con un paradosso, e sennò non saremmo in Wonderland, il paese delle meraviglie: pensando alla medaglia come a un accessorio, che poteva arrivare se lei avesse fatto il suo dovere. Alle parallele asimmetriche, in teoria la sua specialità preferita, è finita quinta.

Cosimo Cito su Repubblica aggiunge che Il padre di Alice e Asia, Massimo, è scomparso due anni fa per una malattia. Era stato vigile del fuoco, tra i primi ad arrivare sul luogo del disastro il giorno del crollo del Ponte Morandi. Com’è diverso questo agosto

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