C’era una luce viperina nelle chiome degli alberi ritagliati contro il tramonto, mentre l’Italia batteva una palla al centro e nel giro di una ventina di secondi si era già disposta a subire un gol, un altro, alla stessa maniera del primo: non per via di uno stesso gesto, non per una stessa dinamica, ma per la medesima mollezza vestita d’azzurro nel fronteggiare quel che accadeva, se fronteggiare può dirsi poi la parola giusta.
C’era una luce viperina negli occhi dei calciatori svizzeri, battuti 3-0 tre anni fa nel girone dell’Europeo vinto, e poi mai più nelle tre partite successive, tre partite una più decisiva dell’altra, le due famose dei due rigori sbagliati da Jorginho per non andare ai Mondiali in Qatar e quest’ottavo di finale giocato da una squadra di pongo, la plastilina che perfino le mani piccine dei bambini possono ridurre a poltiglia, piccole pallottole di materia informe senza nemmeno doverla stritolare. L’Italia è uscita da un Europeo grigissimo con la sua peggiore partita, anzi con una non-partita verrebbe da dire, se almeno le altre lo fossero state abbastanza.
Invece abbastanza non sono state mai. Quaranta minuti alla Spalletti contro l’Albania prima di calare nel secondo tempo, nemmeno un minuto buono dentro la disfatta truccata da punteggio dignitoso contro la Spagna, una ventina scarsi di adrenalina – erano nervi, non erano gambe – contro la Croazia, buoni per scansare il fosso dell’uscita ai gironi. Ma è un fosso grosso pure questo ottavo di finale, per la sensazione di impotenza mostrata contro un’avversaria che porta lo stesso nome e la stessa maglia di quelle Svizzere che una volta capitavano nei gironi di qualificazioni per qualcosa, e ti facevano dire: sorteggio buono.
Una volta significa più o meno mezzo secolo, quando nello stesso mese di giugno, nella stessa Germania, un’altra Italia lasciava un Mondiale con la prosopopea del proprio nome e il nulla nel motore, “C’era una luce viperina nelle chiome degli alberi ritagliati contro il tramonto”, era l’incipit del romanzo con cui Arpino trasfigurò l’esperienza del ‘74, inventando la formula dell’Azzurro Tenebra che oggi sarebbe perfino una spiegazione. Invece si rimane storditi per la totale mancanza di spiegazioni, di fronte a uno spettacolo privo di ritmo, di freschezza, di continuità e di sacrificio – e queste quattro le qualità sono state citate a fine partita da Spalletti.
1974-2024. È forse questo un elemento da cui partire per capire chi siamo, chi siamo stati, dove andiamo, se e quando ci sarà modo di rialzarsi. Lo sport nell’età digitale è fatto di gente che studia, analizza, si mette in pari, ti raggiunge, ti sorpassa. È fatto di kenyani che vincono il mondiale nel lancio del giavellotto studiando gli scandinavi su YouTube e di norvegesi che prendono l’oro olimpico nel beach volley, sotto il sole a 40 gradi. I nomi sono diventate scatole vuote, altrimenti avremmo ancora in finale ai Mondiali l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Dire che siamo l’Italia non significa più niente, invece fu lo slogan con il quale Gravina insediò Spalletti. Siamo l’Italia come il Pakistan nell’hockey su prato e Cuba nella pallavolo, dunque: fummo l’Italia. Siamo l’Italia nel calcio in cui una Georgia può battere il Portogallo, un calcio nel quale l’UEFA allarga a 24 squadre gli Europei e solo una partita su 37 si conclude con 4 gol di scarto. Il mondo si aggiorna, tutti sanno stare in campo, tutti hanno organizzazione e preparazione atletica.
Non è questione di troppi stranieri, di pochi giovani, di tutto quell’armamentario che esce dai cassetti ogni volta che l’Italia del calcio finisce azzoppata da un’esperienza. Non è neppure questione di mancanza del campione, il fuoriclasse che fa saltare gli schemi, quelli ce li aveva casomai la Spagna, ma la Svizzera? Pare un cliché anche l’argomento del cittì Spalletti che avrebbe tolto certezze a questa squadra con il suo calcio fluido e i cinque moduli cambiati. Il calcio moderno non si interpreta in un solo modo, non lo fanno più nemmeno gli allenatori che passano per integralisti di una sola idea. Quali certezze, poi, aveva questa Italia?
Non c’è stata tecnica, non c’è stata corsa, non c’è stato carattere, non c’è stata reazione, non c’è stato il palleggio che due settimane fa pareva facesse orrore, non c’è stato il catenaccio che sotto sotto veniva consigliato a Spalletti di recuperare, non c’è stato il vero nove, il finto nove, non c’è stata l’Italia che nelle difficoltà se la cava, non ci sono stati i veterani e neppure i giovani, così che molte spiegazioni e molte analisi sul Sistema-Italia pronte a invaderci sembreranno tutte boh, tutte troppo poco, troppo vecchie, troppo sentite, troppo rimasticate, soprattutto inutili. Negli ultimi due anni i club sono andati avanti, la Nazionale è rimasta al senso di impotenza del dopo-Palermo, la partita della sconfitta con la Macedonia del Nord.
Neppure cambiare radicalmente e fare reset per le qualificazioni Mondiali pare una buona idea, a meno di non credere che davvero con Pafundi e Camarda saremmo uno squadrone. Forse un’ipotesi di verità è nella foto degli stadi visti in Germania, un tempo pieni di italiani quando arrivava la Nazionale [1974-2024], stavolta sempre sempre sempre del colore di altri popoli, altre comunità di emigrati, di altri tifosi disposti a prendere un aereo e partire. Sono gli scatti – forse – di una distanza dal calcio. Del resto lo vediamo ogni giorno dai risultati che ci circondano. Il calcio conserva una sua rilevanza, ma ha smesso di essere il monolite a cui il Paese guarda. Lo diceva Aligi Pontani qualche giorno fa su Domani, quando proposito degli Europei di atletica parlava di “un vento nuovo che sta soffiando sulle passioni dei ragazzi italiani, spostandoli verso la scoperta e la pratica di altro rispetto al pallone, divenuto un gigantesco affare anche con le sue migliaia o decine di migliaia di scuole e scuolette calcio private“.
Se non ci fosse una Svizzera che batte l’Italia nel calcio, non ci sarebbe neppure un italiano che batte gli americani sui 100 metri alle Olimpiadi, non ci sarebbe un italiano numero 1 nel tennis, oppure la migliore nazionale di nuoto di sempre, un’Italia da oro olimpico per la prima volta nella pallavolo femminile. Ci sono ragazze e ragazzi italiani che guardano altrove. Otto anni fa spiazzò l’esito di una ricerca della De Agostini: i bambini non vogliono più fare i calciatori. Otto anni dopo i bambini sono adolescenti, corrono, saltano, schiacciano, nuotano, e lo fanno benissimo, come mai prima. A qualcuno, a qualcosa devono essere stati sottratti, questi fenomeni, queste teste e questi corpi che fanno benissimo molto altro, gli chef, i designer, i rapper. Forse non sarà un dramma nazionale, se non vogliono fare più i calciatori. Basta che ci sia ancora qualche oncologo.
Spettacolare
Ottima analisi