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Il dolore di Los Angeles per il suo Kobe
Mentre gli account social dei Los Angeles Lakers continuano a tacere e non sono aggiornati da sabato, la città è sotto shock. Rinviato il derby Lakers-Clippers in calendario per stanotte. L’inchiesta: elicottero al suolo a 250 km/h per la nebbia.
I murales e i post-it. Il cielo sopra lo Staples Center era dipinto di grigio, ma in basso, sotto un mare di due toni di lutto, viola e oro, spiccava questa cupa domenica. Tutto intorno a Los Angeles, i murales di Kobe Bryant e l’arena in cui ha giocato la maggior parte della sua carriera ventennale della NBA sono diventati dei santuari del ricordo. Meno di due anni fa, quando LeBron James firmò per i Lakers, i murales di James spuntarono in giro per la città ma furono altrettanto rapidamente deturpati. È stato un promemoria, dissero alcuni all’epoca, per il fatto che LeBron non sarebbe mai stato Kobe, non a Los Angeles. … Il murale di Melrose è dipinto sul lato del negozio Shoe Palace. Il titolare Ruben M. (che ha rifiutato di dare il suo cognome), non voleva che il murale fosse imbrattato dopo la notizia. Così ha iniziato a distribuire dei Post-it e una penna a chi si era raccolto lì. Presto il murale è stato punteggiato da vari messaggi su note gialle. Chiedete a chiunque a Los Angeles. da domenica, perché Kobe ha commosso la città, e la maggior parte inizia dallo stesso punto: è venuto, ha vinto, è rimasto e poi ha vinto di nuovo.
???? Mentre la NBA tende sempre più a trasferire giocatori, Kobe sembra una delle ultime superstar in campo per una sola città. La sua carriera è stata definita da un livello mitico di passione e impegni che ha generato una forma unica di lealtà. Nella sua storia, realizzata attentamente per Hollywood, si rispecchiano coloro i quali si sono trasferiti a Los Angeles, hanno lavorato duramente e l’hanno resa grande, ed è un modello di ispirazione per coloro che sono in procinto di provarci. | Paolo Uggetti, the Ringer
L’epicentro dello Staples Center. Il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti ha fatto illuminare il City Hall, il municipio, con i colori dei Los Angeles Lakers, la squadra del campione di basket. Jules Muck, una delle più note artiste di Los Angeles, ha disegnato nella notte un graffito gigantesco su un muro del Pickford Market, in centro città. È un ritratto di Kobe e Gigi, il mito e la sua inseparabile figlia, giovane promessa della pallacanestro. Un video li riprende mentre si allenano insieme. Il padre passa la palla, poi le si para davanti. Lei lo spinge via con un movimento perfetto della spalla, sale in sospensione e tira: «ciuff», canestro, ovviamente.
L’epicentro di questo dolore così profondo è lo Staples Center di Los Angeles, l’impianto in cui Kobe Bryant ha sempre giocato. Sulla rete è già partito un movimento per chiedere che sia celebrata qui la funzione funebre. Nel 2009 proprio allo Staples Center la città diede l’addio a Michael Jackson. C’era anche Bryant quel giorno sul palco. Forse non esiste un posto più appropriato di questo. Torna alla memoria il funerale di Muhammad Ali, il 10 giugno del 2016 a Louisville, in Kentucky. L’orazione dell’ex presidente Bill Clinton. Un trionfo di popolo. Probabilmente sarà così per Kobe, il Black Mamba, anche se la moglie Vanessa potrebbe scegliere di anticipare in forma privata la sepoltura del marito e di Gigi. Solo dopo ci sarebbe spazio per il ricordo pubblico. | Giuseppe Sarcina, Corriere della sera
Il suo sguardo cambiato. La testimonianza del giornalista che lo ha seguito dall’inizio
Era l’unico dei Lakers a non avere mai avuto un entourage e molte sere dopo le partite chiacchieravamo mentre camminavo con lui verso la sua macchina. Tranne quando si arrabbiò con me per quella che considerava una critica ingiusta, non ci saremmo più parlati per settimane, era un combattente raro. Ho scritto della sua prima partita e dell’ultima, e in mezzo i titoli e l’accusa di aggressione sessuale, i 60 punti di quella notte. Ho urlato dalla fila della tribuna stampa, proprio come sto urlando ora, ancora tremando, ancora incredulo. Kobe Bryant non c’è più. Abbiamo parlato solo la scorsa settimana. Gli ho mandato una email con la richiesta di parlargli del sorpasso di LeBron James che si avvicinava. Mi ha ricontattato immediatamente, come sempre. Ha cancellato degli impegni e ha trovato il tempo di parlare al telefono perché, come diceva sempre, “ci sei sempre per tutto”.
???? Ma nella nostra conversazione di 20 minuti ha mostrato un lato che non avevo mai visto prima. Le barriere erano sparite. Le braccia erano aperte. Ha sollecitato l’accettazione di LeBron. Ha predicato la calma per i tifosi dei Lakers. Ha detto che la grandezza non valeva nulla se non potevi condividerla. Dopo 5 minuti il messaggio della sua telefonata era chiaro, il Mamba dall’occhio d’acciaio stava assumendo il ruolo di un leader saggio e avvolgente di una comunità che gli aveva mostrato tanta pazienza e amore. “È pazzesco, guardare questa città e crescere con essa” mi ha detto prima di riagganciare. “Provo tanta riconoscenza, non potrò mai ripagare la città per quello che mi ha dato”. E adesso Kobe non c’è più. | Bill Plaschke, Los Angeles Times
RILEGGI
[S]lalom di ieri
A che punto è la ricostruzione. L’elicottero era partito alle 9,06 dall’aeroporto John Wayne, nonostante una nebbia così fitta che lo sceriffo della contea aveva deciso di tenere gli elicotteri a terra. Il pilota aveva ricevuto il via libera dalla torre di controllo di Burbank per navigare a vista, procedura che permette di volare fino a 500 metri d’altezza e tre chilometri di visibilità, ma serve molta esperienza. Il Sikorsky S-76B, considerato la Cadillac volante delle star per la sua affidabilità, aveva sorvolato la città, passato sopra lo stadio dei Dodgers di baseball, seguendo il percorso della freeway 5 che taglia in due Los Angeles, poi era rimasto in attesa per quindici minuti prima del via libera per l’atterraggio a Van Nuys. Lì c’è un buco nero. La torre di controllo cerca di contattare il pilota. «Stai volando troppo basso, non ti vediamo, puoi rispondere?». Non arriverà nessuna comunicazione. Problema meccanico? Errore umano? Kobe, che, dicono tutti, metteva la prudenza al primo posto, lo avrebbe permesso? … Nell’ultimo viaggio verso la morte un uomo molto prudente come Kobe Bryant potrebbe aver accettato una serie di incognite che non facevano parte della sua vita, in nome dell’unica cosa che lo ha accompagnato da sempre: l’amore per il basket. | Massimo Basile, la Repubblica
I troppi dolori di LA. Kobe Bryant è Los Angeles. Nemmeno un anno dopo aver perso l’icona hip-hop Nipsey Hussle, Los Angeles è una città con troppi dolori in un tempo troppo breve. Ma Bryant è stato anche Philadelphia in molti modi. È quella la città che ha alimentato e affinato il suo immenso talento. È la città in cui suo padre si è radicato nella comunità del basket con i Sixers, come assistente di LaSalle e con il famoso Sonny Hill. | Tony Jones, The Athletic
La reazione del tifoso Jack Nicholson. “È la stessa di quasi tutta Los Angeles. Improvvisamente, dove tutto era solido, c’è un grosso buco nel muro. Ero così abituato a vedere e parlare con Kobe che … questa cosa ti uccide. È un evento terribile. Mi sedevo proprio dietro il posto da cui tirava, sul lato sinistro. Potevo vederlo salire, e potevo dire dal primo istante se la palla era dentro o no. L’ho preso in giro la prima volta che ci siamo incontrati. Era al Madison Square Garden di New York, io gli offrii un pallone da basket e gli chiesi se voleva che lo autografassi per lui. Mi ha guardato come se fossi stato pazzo. Una volta mi ha chiamato al telefono e ha detto: Jack, so che non vorrai farlo, ma mi hanno detto di chiedertelo. Stava preparando un documentario o qualcosa del genere. E questo dice tanto della sensibilità di Kobe. Penseremo sempre a lui e ci mancherà”. | Intervista alla CBS
Lui è Los Angeles. Ha preso il nome da una carne bovina del Giappone. Ha trascorso gran parte della sua infanzia in Italia. Era una leggenda del basket del liceo a Philadelphia. Ed era tutto il resto a Los Angeles. È stato amato, insultato e, alla fine, riverito. È diventato padre qui, si è ritirato qui, ha continuato a vivere qui e qui ha avviato le sue attività. Los Angeles lo ha visto crescere. Los Angeles lo ha visto inciampare. Los Angeles lo ha visto rialzarsi. Los Angeles lo ha visto passare alla mezza età. Indipendentemente dal punto di vista complesso sull’accusa di aggressione sessuale contro di lui, lasciata cadere dopo un accordo extragiudiziale, Bryant è stato innegabilmente l’atleta che ha rappresentato di più questa città negli ultimi 30 anni.
???? Era l’incarnazione fisica di una filosofia divenuta l’ethos non ufficiale di questa città. Bryant era l’opposto di Magic Johnson, la superstar dei Lakers della generazione precedente. Johnson, pure lui per tutta la carriera con i Lakers, era compiacente. Era socievole. Era un uomo dagli assist spettacolari. Irradiava gioia in campo. Con Bryant ci siamo imbattuti più in un ossessivo, alla maniera di un Michael Jordan ma senza quel sorriso ingannevolmente caldo. Kobe ringhiava. Non conosceva compromessi.
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[S]lalom 12 ottobre 2019
La perseveranza e l’individualismo che ci ha mostrati sono diventati marchi di fabbrica a cui questa città di trapiantati e di immigrati è legata. I trionfi di Kobe sono diventati simbolici delle ambizioni di LA. Portando i Lakers al titolo NBA del 2000, Bryant e Shaquille O’Neal ripristinarono l’orgoglio di Los Angeles, che non aveva vinceva un campionato importante dalle World Series dei Dodgers del 1988.
???? Vincendo anche i campionati nel 2001 e 2002, Bryant e O’Neal hanno ricalibrato le aspettative di una città. Hanno fatto vivere i titoli come se fossero un diritto di nascita. Da allora, qualsiasi squadra che ha finito con qualcosa di meno di una vittoria in campionato è stata considerata un fallimento. I Dodgers ne sanno qualcosa negli ultimi anni. Anche LeBron James ne farà esperienza se i Lakers non vinceranno tutto in questa stagione. … Una volta ritiratosi, ha vinto un Oscar per il cortometraggio animato, scritto e narrato da lui, come se potesse esserci qualcosa in più a Los Angeles. Nella buona e nella cattiva sorte, Kobe era un ritratto della città. Lo è ancora. | Dylan Hernández, Los Angeles Times
“ Noi tifosi dei Celtics non credevamo che Kobe potesse spaccarci il cuore ancora una volta. Ci sbagliavamo Sean Grande, speaker dei Boston Celtics
Il libro. “Ora strapperò la bozza del nostro libro”. Lo scrittore Paulo Coelho ha rivelato con un tweet che avevano un progetto comune, di scrivere un libro insieme. “Caro Kobe Bryant, eri molto di più di un grande giocatore. Dall’interazione con te ho imparato molto. Adesso strapperò le bozze, il libro ha perso la sua ragione di essere”.
Il lato buono di un’ossessione. Ci siamo innamorati di Kobe perché si è preso la responsabilità di essere quel che avrebbe voluto e non si è mai tirato indietro, ha effettuato 36 tiri vincenti negli ultimi 10 secondi, ammesso i propri errori e provato a ripararli; perché ci ha mostrato il lato buono di un’ossessione, l’intensità di un desiderio; perché ha peccato di arroganza ma ha dichiarato, in uno dei suoi ultimi gesti, il rispetto per chi (LeBron James) lo aveva appena superato. | Gabriele Romagnoli, la Repubblica
Marco Belinelli. ➣ Come lo è diventato, il suo eroe, Kobe Bryant? «Come poteva non esserlo? Giocavo nel suo stesso ruolo, in lui vedevo qualità fantastiche. Cercavo di copiarlo in ogni cosa, dai numeri che faceva in campo alle cose più banali, il polsino, il calzettone, le scarpe. Per me era un esempio vivente».
➣ E poi è arrivato il momento di giocarci contro. «E ho dovuto anche marcarlo… Insomma, marcarlo, diciamo che ci ho provato. Già conoscerlo è stata un’emozione per me. Toccarlo, cercare di rubargli la palla, vederlo da vicino. Prima della partita mi ha salutato: “ciao Marco” mi ha detto, in italiano. Mi conosceva, conosceva il mio nome e mi parlava in italiano. Il mio idolo! Mi sono sciolto…».
➣ Poi siete diventati amici. «L’ho affrontato tante volte, in ogni partita lo guardavo per imparare qualcosa. E forse per il fatto che sono italiano ogni volta chiacchieravamo un po’ insieme. L’Italia gli piaceva, era evidente. Avevamo lo stesso sponsor, è capitato di fare cose insieme per la Nike. Parlavamo anche di calcio, io interista lui milanista. Poi un giorno leggo sui giornali una sua intervista in cui parla bene di me come giocatore: mi sono venuti i brividi. … Sarà difficile ripartire. Kobe lascia un vuoto pazzesco. È qualcosa di incredibile, lui va oltre il basket giocato. È un patrimonio del mondo. E il mondo si è fermato per lui. Un tributo universale. Solo una cosa mi ha dato fastidio».
➣ Che cosa? «Sono rimasto deluso dal fatto che in Italia le prime pagine abbiano dato più spazio al calcio che a lui. Sono andato a vedermi tutti i giornali: lasciamo perdere gli Stati Uniti, dove da ieri non si parla d’altro, ma in Spagna, in Francia… solo lui. In Italia invece niente: e pensare che era un po’ italiano anche lui. Imperdonabile». | Intervista di Roberto De Ponti, Corriere della sera
Gallinari. Mi ha chiamato un amico da Los Angeles, era in lacrime. Non capivo cosa stesse succedendo, perché lui piangeva e non riusciva a parlare. Poi ho capito, ho saputo che Kobe Bryant era morto. Kobe è un idolo, non solo per me. Ed è stato uno dei pochi giocatori, forse addirittura l’unico, contro cui l’ho percepito. Quella sensazione strana, come se stessi giocando contro Michael Jordan. Non mi era mai capitato prima, non mi è più capitato dopo. | Danilo Gallinari, la Gazzetta dello sport
Gigi. Gianna Maria Onore è morta a 13 anni, in quell’età indefinita, ancora sospesa tra l’infanzia e l’adolescenza, e tutta racchiusa in una foto, in quello sguardo e nel sorriso che distoglie dall’obiettivo per rivolgerli a suo padre, accanto a lei. Doveva essere molto orgogliosa, GiGi, come la chiamavano a casa, quando accompagnava suo papà a vedere una partita di pallacanestro allo Staples Center, o in tv da Jimmy Kimmel, o anche solo a camminare per una strada di Los Angeles, dove in tutta quella luce sembrava fluttuare in mezzo alla gente e ai loro sguardi, mentre vedeva che non c’era persona che non lo conoscesse e lo salutasse, come se fosse il re delle favole che visita i suoi sudditi. … Una volta i suoi fan lo avvicinarono mentre era con Gianna Maria e gli dissero: «Devi fare un figlio maschio per portare avanti la tua eredità. E allora intervenne lei, dicendo: Tranquilli, ci penso io». | Pierangelo Sapegno, la Stampa
LeBron su Instagram. Non sono pronto, ma ecco qua. Sono seduto davanti al pc cercando di scrivere qualcosa su questo post ma ogni volta che ci provo inizio a piangere al solo pensiero di te, di Gigi e dell’amicizia, del legame e della fratellanza che ci univa! Ho letteralmente sentito la tua voce domenica mattina prima di lasciare Philadelphia per tornare a Los Angeles. Non avrei mai e poi mai pensato che quella sarebbe stata la nostra ultima conversazione. WTF! Ho il cuore a pezzi, sono distrutto fratello mio!!! Ti amo come un fratello maggiore, i miei pensieri ora vanno a Vanessa e alle bambine. Ti prometto che raccoglierò io il tuo testimone! Hai voluto dire così tanto per tutti noi qui — noi della #LakersNation — per cui sento come una mia responsabilità quella di caricarmi sulle spalle la tua eredità e continuare quello che hai fatto!! Chiedo al cielo di darmi la forza e di assistermi in questa missione: a NOI ora ci penso io. Ci sono tante altre cose che vorrei dire ma ora proprio non ci riesco, non riesco ad andare avanti! Fino alla prossima volta in cui ci rivedremo, fratello.
La notte scorsa in NBA. Toccante momento prima della gara tra Pistons e Cavaliers: tutti i giocatori di Detroit sono scesi in campo con le maglie numero 8 e 24 in onore di Kobe, rivolgendo poi le loro preghiere e i loro pensieri al cielo prima della palla a due. Chris Paul (Oklahoma) ha deciso di non giocare la partita contro i Mavericks, così come fatto ieri da Kyrie Irving (Brooklyn) poco prima del derby di New York. CP3 era molto legato a Bryant, così come lo erano James Harden e Russell Westbrook – che adducendo ragioni diverse sono rimasti lontani dal parquet per una sera anche loro. UConn ha reso omaggio a Gigi Bryant. Una sedia con un mazzo di fiori e una maglia n°2 per ricordare quella che a detta di tutti resterà “Husky per sempre”. | Sky Sport online