Aiuto, il calcisticamente scorretto. Stiamo vedendo gli Europei del dis-possesso palla

Al quarto giorno degli Europei in Germania, tre partite sono andate tutte allo stesso modo. Voi tenete la palla, noi facciamo gol. La formula è esemplare, irraggiungibile, insuperabile. Quando funziona. È quando non funziona che pare antica, primitiva, sorpassata, pare uno strumento in mano a dei cavernicoli sopravvissuti chissà come a qualche era glaciale.

La formula in effetti ha un suo tasso di scaltrezza e finanche di nobiltà quando è uno strumento tra le mani degli indigenti. Ognuno fa con quel che ha. Non c’è niente di male. Stona casomai quando Bertoldo diventa Machiavelli, quando il cervello fino si fa cinismo, quando l’uso sistematico del contro-gioco è gestito da qualche galattico assemblaggio di stelle costate più di una spedizione della NASA e pagate quanto… quanto… quanto dei calciatori.

Le tre partite di lunedì 17 sono andate tutte così. Ha vinto sempre la squadra con la percentuale inferiore di possesso palla: la Romania con il 29% sull’Ucraina, la Slovacchia con il 39% sul Belgio, la Francia con il 48% sull’Austria. Tre non è un campione, lo dicono a ogni corso di statistica. Ma nel complesso siamo già a 4 vittorie così su 8, con un 50-50 di possesso nel caso del 3-1 della Svizzera sull’Ungheria.

Se diventeranno gli Europei del dis-possesso palla, si vedrà. Un  risultato ha acceso comunque una spia, la vittoria della Spagna sulla Croazia dal basso di un 47% di possesso palla, la prima volta dopo 136 partite che una Roja ha lasciato il pallone tra i piedi dell’avversaria. Non succedeva dalla finale degli Europei del 2008 contro la Germania, l’alba del regno del tiki-taka, quando Luis Aragonés aveva appena finito la sua semina. Spagna-Croazia è stata allora la fodera dell’abito indossato ai Mondiali con Luis Enrique, è stata il risvolto di quel 77% con 1.019 passaggi esibiti contro il Marocco. Perdendo.

Juan Irigoyen su El Pais ha quasi sospirato per la fine del culto del pallone, simbolo della migliore Spagna di tutti i tempi”, lo stile di gioco che più corrispondeva all’ascesa anche economica, politica della Spagna dentro il perimetro della Ue, gli anni delle riforme di Zapatero, quando la sinistra di tutto il continente si tormentava, si tormentava e si rammaricava, maledizione, perché questo campione è toccato a loro e non a noi, perché non ce lo danno insieme a Xavi e Iniesta?

Lamine e Nico sono ora le due frecce su cui la Spagna conta per seppellire un’era. Iñako Díaz-Guerra su El Mundo ha scritto che “una volta ritirato definitivamente, e tardivamente, il tiqui-taca, che ci ha regalato cinque anni di gloria e dieci di torpore, la modernità è arrivata in Nazionale e l’unico dubbio è se lo spirito conservatore di Luis de la Fuente sia capace di comprenderla, di lasciare che la gioia fluisca.

Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra, cantava Gaber a un certo punto del suo percorso, quando iniziò a dare un’interpretazione – diciamo così – meno ideologica della propria militanza politica. Ma cos’è moderno, ma cos’è antiquato, dovremmo domandarci noi che stiamo con la testa e coi pensieri dentro il calcio. Noi italiani chiamiamo modernità quel che gli spagnoli stanno rigettando. È l’effetto che fanno le dittature e i regimi illiberali. A un certo punto dimentichi il loro segno oggettivo, sono rossi o sono neri: sono da abbattere.

Il dibattito per la verità sta in giro da un po’. Gli Europei francesi del 2016 iniziarono in un clima di sospetto verso il tiki-taka, dopo una Premier andata ai signori del contropiede a Leicester e una finale di Champions conquistata dal cholismo di casa all’Atlético Madrid. Venne l’Islanda a darci conferma del ribaltone. Lars Lagerbaeck fu il terzo rivoltoso dell’anno accanto a Ranieri e Simeone. La sua squadra tenne il pallone fra i piedi solo per il 35 percento del tempo, circa trentuno minuti e mezzo secondo i dati Opta, meno di tutte le altre ventitré nazionali, eppure si spinse fra le migliori otto d’Europa, senza avere una storia o una tradizione alle spalle. Quasi non avevano una trama, sbagliavano in media quattro passaggi su dieci. Era la sollevazione del calcisticamente scorretto negli anni del pensiero unico del tiki-taka. Delle otto nazionali che in Francia avevano tenuto più spesso il pallone fra i piedi nei gironi, cinque tornarono subito a casa: oltre alla Spagna, pure Inghilterra, Svizzera, Ucraina e Austria, quest’ultima come rappresentazione estrema della vanità di certe contorte reti di gioco. Aveva segnato un gol in tre partite.

Simeone da Madrid ci spiegava che esiste una raffinatezza anche nella ricerca tattica applicata alla difesa, e lo faceva grazie al lavoro di Oscar Ortega, uno dei suoi vice, un uruguayano, ex allenatore di rugby. Dal suo vecchio sport aveva estratto il sistema difensivo per quadrilateri e lo aveva applicato al calcio. Quel primo Atlético dell’insurrezione si difendeva portando pressione e tackle dove non voleva che finisse il pallone, cancellando così l’anomalia del calcio, lo sport che non ha un tempo limite per l’azione offensiva, contrariamente al volley [tre tocchi], al basket [24 secondi] e alla pallanuoto [30 secondi], tutti sport nei quali il gioco non lo puoi controllare né congelare, il gioco è verticale, tutt’e due le squadre hanno in teoria a disposizione uno stesso numero di occasioni, il resto dipende dai rimbalzi, i muri, la superiorità numerica. La differenza si fa limitando efficacia e numero degli attacchi altrui. Sono sport in cui la differenza, la qualità, significa difesa. 

Siamo solo al giorno-4 degli Europei 2024, ma prendiamo questi pensieri e con una puntina e li mettiamo là. Chi lo sa se il 14 luglio non possano servirci. 

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