Quarant’anni di Roma-Liverpool, notte di molte lacrime e poche preghiere

Oggi è quella volta delle notti di pizze fredde e di calzoni, notte di sogni, di coppe e di campioni. Il sommo dolore nel tifo romanista, inciso nella carne. C’è gente disposta a sostenere seriamente che la finale con il Liverpool nella realtà non fu mai giocata, per un motivo, un altro, non fu mai giocata e dunque non esiste la sconfitta ai rigori, non esiste il rifiuto di Paulo Roberto Falcao di batterne uno, non esistono gli errori di Conti e Graziani, non esistono le gambe sghembe e ballerine di Bruce Grobbelaar. La beffa suprema venne consumata su Telemontecarlo la sera dopo. La tv aveva comprato i diritti per mandare la replica della partita 24 ore dopo, immaginando ascolti magnifici. Non esistevano ancora i videoregistratori, chi avrebbe voluto rivederla sarebbe dovuto passare sul numero 7 del telecomando. Invece dovettero mandare in onda il funerale cantato dell’Olimpico, lo stadio più solenne al mondo nel salutare l’ingresso delle squadre in campo, il più struggente di tutti nel salutare la sua squadra anche nelle sconfitte più atroci. 

 

 

Candido Cannavò scrisse sulla Gazzetta: IÈ come se un demone fosse disceso dal Nord a violentare il sogno di una città, che aveva inventato la sua gioia ancor prima di assaporaria dal vero. Antonello Venditti aveva un concerto al Circo Massimo. Lo tenne lo stesso. Fu una carezza agli spiriti affranti. La delusione è immensa – scrisse Cannavò –  ma, dinanzi alle sentenze dello sport, per crudeli che siano, non resta che inchinersi. In un’interpretazione popolare, con tutto il rispetto per l’impegno dei giallorossi, con tutta la solidarietà per le loro fortune, la Roma ci ha tradito come la Juve un anno addietro. Grande per mesi e mesi è caduta sull’ultime traquardo.

Cannavò trovò la chiave di tutto nella emozione mascherata, lo strees, una spaventosa prcssione ambientale che avevano reso febbrile la vigilia della Roma e  hanno finito col tagliarle le gambe. Che razza di Roma era quella che non ha saputo neanche cogliere la scintilla al gol di Pruzzo che le aveva dato il pareggio e aveva fatto scattare in piedi anche Pertini, tra gli ottantamila dell’Olimpico? Ma il seguito è stato malinconico. Nessun verdetto dello sport può costituire dramma, ma l’amarezza è grande e la delusione ancora più pesante. Non era questa la Roma che ci si aspeltava. La notte dell’Ollmpico non ha avuto nulla di magico.

 

Pertini lasciò lo stadio a passo svelto, raccogllendo tutta la sua amara deluslone in questa secca replica al telecronista: «Ma che vuole che le dica?» [Mario Pennacchia, la Gazzetta]. 

Qualche giorno più tardi, sul Guerin Sportivo, Adalberto Bortolotti criticò gli interventi che erano stati molto duri con la Roma e con Liedholm, sottolineando come dei loro rigoristi abituali, ben tre erano fuori causa. Pruzzo e Cerezo avevano lasciato il campo infortunati, Maldera era bloccato dalla squalifica. Restava Di Bartolomei, restava il prode Righetti, e poi? Falcao declinava l’incarico, nê Liedholm poteva assumersi la tremenda responsabilità (è facile parlare a cose fatte) di mandare sulla piazzuola di tiro un giocatore mentalmente già predisposto all’errore. Ha preferito affidarsi al cuore di Ciccio Graziani e al sinistro tante volte fatato di Bruno Conti. L’uno e l’altro hanno ciccato e il Liverpool si è cinto del suo quarto titolo europeo. Come spesso accade, di fronte a una conclusione amara si è violentemente attaccato il regolamento. Meglio sarebbe stata la ripetizione della partita, si è detto e scritto. Mille volte meglio, amici miei. E infatti così si è proceduto sino a qualche anno fa, sin quando cioè i problemi logistici e organizzativi non si sono dimostrati insormontabili. Abbiamo visto tutti cos’è successo dopo la partita. Pensate un momento alle conseguenze di «fermare» a Roma per altri due giorni le migliaia di tifosi del Liverpool. Ma certo qualcosa andrebbe cambiato: magari sposare anche per le due Coppe principali la formula dell’Uefa, andata e ritorno. Sarebbe un modo sicuro per diluire la tensione della sfida unica, ormai arrivata a livelli insostenibili, ma non affrancherebbe dal rischio dei rigori”.

A dieci anni di distanza, Agostino Di Bartolomei, capitano di quella Roma, si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola. Molto di è dibattuto sulla coincidenza delle due date, stamattina ne scrive Marco Ciriello su Domani

Come Virginia Woolf, prima di andarsene, aveva contato i giorni, le ore, i minuti, soprattutto quelli di una partita che non era riuscito a cancellare: la finale di Coppa dei Campioni del 30 maggio 1984, persa dalla Roma, all’Olimpico, contro il Liverpool, e sui calci di rigore. È probabile che avesse scelto quel giorno perché era una stanza che conosceva bene, o forse era solo l’assurda geometria di un dolore che gli è cresciuto dentro per dieci anni, che dovevano essere quelli della maturità e invece divennero quelli dell’assenza: dal campo, dai progetti, dagli amici, dalla vita che voleva. Era difficile capire Agostino Di Bartolomei, un nome lungo come un lancio, un gesto che cominciava a essere una semplificazione sui campi, quasi una vigliaccata, stava arrivando un altro calcio e lui apparteneva al mondo vecchio che moriva, che usciva di lato dopo essere stato a lungo e da protagonista al centro del gioco. Di Bartolomei come Armonica di C’era una volta il West era uno straniero che doveva rimettere a posto le cose, in un mondo che non poteva appartenergli: non era un uomo da pressing perché non tirava nessuno per la giacca, non era un calciatore da un tocco e via, perché non era mai stato superficiale. Era complicato. Un nodo.

 

Alla figura di Di Bartolomei, uno dei casi più clamorosi di calciatore senza neppure una presenza in nazionale [come Virdis, come Beccalossi, come Vignola], Giorgio Porrà dedicò tempo fa una delle puntate del suo programma L’Uomo della Domenica, su Sky

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