GLI ANNI CON IL QUATTRO
C’è chi vuol vincere e chi vuol essere simpatico
Noi simpatici non saremo mai
Giorgio Chinaglia
CHE COSA ERA IL CALCIO NELL’ITALIA DEGLI ANNI ’70
L’eredità con cui comincia il decennio è complessa. Gli anni Sessanta sono stati pieni di successi internazionali per le due squadre milanesi, l’Inter e il Milan, ma devastanti per la Nazionale, che ai Mondiali del 1966 ha vissuto la sua disfatta più atroce con l’eliminazione da parte dell’improbabile Corea del Nord. Una sconfitta che ha prolungato la chiusura delle frontiere, lo stop ai calciatori stranieri in serie A, e la fine del fenomeno della naturalizzazione dei sudamericani, i famosi oriundi. Il campionato si è votato all’autarchia più per disperazione che per convinzione. Il calcio italiano è stato quasi costretto a scoprire nuovi giovani protagonisti da proporre alle folle.
Questo azzeramento degli antichi valori e questa nuova partenza producono un effetto impressionante sui risultati: nel decennio 1970-1979 vincono lo scudetto sei squadre differenti. Non succedeva da mezzo secolo, dall’età dei pionieri. Dopo la tragedia del Grande Torino a Superga (1949), venti campionati su ventiquattro se li erano spartiti solamente in tre: la Juventus, l’Inter e il Milan. Gli anni Settanta redistribuiscono le vittorie. C’è meno frustrazione diffusa, cresce l’interesse generale. Gli stadi si riempiono come mai prima. I Mondiali del ’70 contribuiscono ad accendere l’interesse. Giocata in piena notte e trasmessa in diretta tv, la semifinale Italia-Germania diventa un pezzo di memoria popolare collettiva e lancia la moda dei caroselli in piazza per festeggiare le vittorie di una squadra. Un precedente tentativo di poche sere prima, a Varese, per il successo della Ignis di basket, era stato represso dai vigili urbani.
La media spettatori della serie A sfonda per la prima volta le 30mila presenze a partita e arriva a 34mila nel ’78. Gli italiani sono disposti a spendere più di prima per andare a vedere il calcio. Il prezzo medio dei biglietti aumenta da 1.600 lire [1970] a 4.300 lire [1979].
Come scrive Mario Sconcerti in Storie delle idee del calcio, la serie A naviga in un’età di mezzo, tra il “non più” e il “non ancora”. Fa le prove generali della sua futura egemonia. Diventa un motore di aggregazione sociale. Nascono i primi gruppi ultras nelle curve. L’Italia si sta ammalando di pallone. Per vedere la partita non c’è ancora un luogo diverso dallo stadio: i giovani con minori disponibilità economiche aspettano che si aprano i cancelli all’uscita, per intrufolarsi all’interno e assistere ai dieci-quindici minuti finali, quando parte della folla si sta avviando in anticipo verso casa per evitare gli ingorghi del traffico.
La potenza emotiva del calcio straripa, e quella invece non è più un’esclusiva dello stadio. La Rai è ancora in regime di monopolio e intuisce che può trasformare il calcio in qualcosa di diverso, un contenuto si direbbe oggi. Diventa un fenomeno di massa l’ascolto delle cronache alla radio dei secondi tempi delle partite con la trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, un rito che modifica le abitudini delle famiglie e che spinge finanche gli spettatori da stadio a portarsi dietro un apparecchio a transistor. In televisione gli aggiornamenti dei risultati cominciano ad arrivare in diretta, in sovrimpressione, con una strisciolina in basso sullo schermo, durante le trasmissioni di intrattenimento della domenica pomeriggio. Per vedere i gol si devono attendere le cinque e quarantacinque della sera, con un nuovo programma che si chiama Novantesimo minuto. È cominciato nel settembre 1970. Verso sera arriva la sintesi registrata del secondo tempo di una partita, mai comunicata in anticipo. È quasi sempre quella della Juventus.
“Era una specie di cerimonia sentimentale” scrive ancora Mario Sconcerti nel libro Il calcio dei ricchi. Il calcio degli anni Settanta – è questa la sua tesi – si presenta come un grande brindisi dell’anima, “un gioco il cui svolgimento e risultato erano molto meno importanti di come quel gioco e quel risultato fossero arrivati”.
La tiratura della Gazzetta dello sport raddoppia. Passa da 160mila a 320mila copie. Nel 1976 va a dirigere il giornale Gino Palumbo. Rivoluziona l’informazione sportiva e l’intero giornalismo. Sulle pagine non c’è più solo la tecnica, ma polemiche, interviste, nasce la creazione dei personaggi. Palumbo inventa un modello che sarà imitato altrove, nelle pagine della politica. Il calcio cerca nuovi proseliti fra i più giovani e li trova. Costruisce i suoi clienti del futuro. La rivista per ragazzi Il Monello lancia l’inserto Io proprio io pensato per adolescenti, con biografie e interviste a cantanti, attori e calciatori. Le figurine Panini mandano in pensione la colla e diventano adesive, sono più pratiche, più moderne. Nasce un proto-marketing con la collezione di bambole Effe Franca che riproduce i principali calciatori italiani. Vanno in commercio diari e quaderni scolastici ispirati alle squadre più seguite. Non c’è più solo il pallone con cui scendere in strada, arrivano il Subbuteo, il Giocagoal, Il gioco dello scudetto della Editrice Giochi. Il calcio è dentro le case

LA LAZIO, QUELLA LAZIO. RADICI E IDENTITÀ
La Lazio è tra le sei differenti squadre italiane capaci di vincere lo scudetto negli anni Settanta. Non c’era mai riuscita prima, in tre quarti di secolo. È una novità che scuote la routine nello sport più seguito, quattro anni dopo l’impresa altrettanto storica del Cagliari
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Ai vertici del calcio italiano la Lazio arriva senza averlo progettato. La società è nelle mani di Umberto Lenzini, un costruttore edile nato in Colorado, figlio di emigranti dell’Abetone rientrati in Italia dopo aver fatto fortuna. Un uomo che presto si scopre isolato, senza alcun supporto da parte della città e neppure da parte dei fratelli, che anzi lo accusano di sprecare i beni di famiglia.
Retrocessa in serie B nel 1971, la Lazio si riscatta nel giro di un anno resistendo alla tentazione di far soldi vendendo il suo campione, Giorgio Chinaglia. Intorno a lui, si forma un gruppo di calciatori che non sembra adeguato a un progetto ambizioso. Si tratta di giovani poco noti e di scarsa esperienza, di ex promesse mai esplose, oppure di vecchi scarti altrui. Grandi mezzi economici non ce ne sono.
Eppure, affidato all’allenatore Tommaso Maestrelli, a sua volta reduce da qualche delusione passata, questo gruppo fa miracoli. Vince il campionato di serie B nel ’72, l’anno dopo arriva al terzo posto in serie A perdendo lo scudetto solo all’ultima giornata e in circostanze ambigue, nel ’74 è campione d’Italia. L’ascesa è imperiosa, rapida è la caduta. Nel ’75 Chinaglia si impunta per trasferirsi in America. Nel ’76 va davvero via e la Lazio rischia di nuovo la B.
Ma questo breve ciclo di vittorie è una grande rivincita, un vero spartiacque per i suoi tifosi e per l’intero calcio italiano.
Se la Roma è la squadra dello strato popolare della città, quella che rappresenta il proletariato urbano e le borgate, la Lazio raduna attorno a sé una folla più eterogenea, multiforme, intricata e interessante da raccontare. Il cliché attribuisce al tifoso laziale una precisa identità per censo e ideologia politica, in realtà si tratta di una genia molto più molecolare. Ne ha scritto Stefano Ciavatta in #Vola, il manuale del tifo edito da Fandango. Non esiste un laziale uguale a un altro: la fede per la squadra unisce aristocratici, fascisti, nobili decaduti, sottoproletari, paesani arricchiti. Tutti in preda a un complesso di inferiorità verso la Roma, tutti accompagnati da un senso di solitudine, come nudi in una trincea, sempre in difesa, di fronte a un pregiudizio da cui si sentono inseguiti. Nella “lazialità” convivono dramma e commedia, poeti e mascalzoni. Un sentimento di costante sofferenza. Una passione che si alimenta di tormento. Lo scrittore Alessandro Piperno lo ha spiegato così: «L’orgoglio ha senso solo se coltivato privatamente. Se lo ostenti, diventa triviale e insincero. I veri libertini non vanno in giro a raccontare le loro scopate».
In questo senso, la Lazio che negli anni ’70 vive divisa in due bande è fortemente evocativa di un destino. Una squadra che è uno stato d’animo. Tifosi della Lazio nel mondo dello spettacolo: Dario e Asia Argento, Christian De Sica, Nancy Brilli, Sandra Milo, Violante Placido, Pino Insegno, Enrico Montesano, Raoul Bova, Giorgio Pasotti, Ilaria D’Amico, Margherita Buy, Enrico Brignano, Paola Cortellesi, i fratelli De Angelis, Riccardo Garrone, Franco Gasparri, Eleonora Giorgi, Francesca Neri, Francesco Pannofino, Paola Turci.
Scrittori tifosi della Lazio: Trilussa, Edoardo Albinati, Marco Lodoli, Franco Cordelli, Gabriele La Porta, Alessandro Piperno.
LA CORNICE. L’ITALIA ANNI SETTANTA
Pure l’Italia è spaccata. Stanno cominciando gli anni di piombo e la strategia della tensione. Con le molotov e le P38 in piazza. Tra l’ottobre del ’71 e il gennaio del ’77, il lasso di tempo del ciclo della Lazio, il Paese incrocia i processi per la strage di piazza Fontana, la nascita e l’ascesa delle Brigate Rosse, l’esplosione dell’ordigno che ammazza Feltrinelli, l’assassinio del commissario Calabresi, l’escalation degli scontri tra militanti di destra e sinistra, gli omicidi politici, la bomba in piazza della Loggia a Brescia, la strage sull’Italicus, il caso Pasolini, l’uccisione dei magistrati Coco e Occorsio, gli incidenti nelle scuole e nelle università.
Sono gli anni delle battaglie ideologiche sul divorzio, sull’aborto, per l’edilizia popolare.
In economia si esaurisce l’età del boom. Le lotte dei lavoratori conducono all’abolizione delle gabbie salariali e alla nascita dello Statuto. Ma l’innalzamento degli stipendi ottenuto dai sindacati porta all’aumento del costo del lavoro e a una diminuzione degli investimenti e della produzione. Il sistema economico italiano denuncia così tutte le sue pecche, si rivela arretrato e fragile, sostanzialmente costruito su un equilibrio che si reggeva sul basso costo del lavoro. La crisi energetica ci coinvolge e mette in crisi un Paese che tocca i più alti livelli di inflazione d’Europa. Di domenica le auto si devono fermare per l’austerity.
È il design a vivere il suo momento di lustro. Arrivano i forni a micro-onde, gli arredi hi-tech, le lampade orientabili da tavolo. Nelle case entrano le poltrone per guardare meglio la tv. L’arredamento vira su tonalità molto forti. Il bianco e il nero vengono sostituiti da fiori e decorazioni, specialmente in bagno e nelle camere da letto. I colori che si impongono sono il verde brillante, il turchese, il giallo oro, il marrone.
Il mondo giovanile vive un profondo cambiamento. La cultura hippy, ancora solida a inizio decennio, va lentamente sfumando. Le sale da ballo con orchestre e musica dal vivo si trasformano in discoteche, non più aperte solo la domenica sera. Diventano luoghi di ritrovo dove si sfoggiano abbigliamenti e capigliature stravaganti, e in cui si impongono il consumo di droga e il sesso occasionale. Nasce la figura del dee-jay che istituisce la consuetudine di alternare cinque brani veloci a cinque lenti. La discografia internazionale si adegua, cominciando a produrre pezzi adatti al nuovo fenomeno. È la nascita della discomusic. Gli interni dei locali sono pieni di specchi, luci al neon, pedane luminose. Cominciano a somigliare alle astronavi di quei film di fantascienza che si stanno affermando nel cinema americano. Sono la proiezione estetica dell’elogio della fuga dal reale.
In mezzo alle tensioni sociali, il ruolo di blandire il Paese viene assegnato alla tv e ai suoi programmi di maggior presa popolare: Canzonissima, Carosello, Rischiatutto. In generale i media entrano con prepotenza nella vita pubblica delle persone, mentre il cinema produce in massa film poliziotteschi e si vota all’impegno civile. Petri e Rosi vengono premiati a Cannes con film come Indagine su un cittadino, La classe operaia va in paradiso e Il caso Mattei.
IL RIFLESSO DI UN PAESE
Il calcio non che è un’idea declinata secondo una interpretazione. È una maniera di stare al mondo trasferita su un prato di undicimila metri quadri. È un’idea che stava a cuore a Mario Sconcerti, la colonna ideologica intorno alla quale ha scritto i suoi libri preziosi: la maniera prevalente con cui si gioca a calcio è lo specchio di un Paese. L’Austria diventa una potenza calcistica negli anni ’20-’30 quando smette di esserlo politicamente, per reazione, per rivalsa. L’Ungheria tocca la sua vetta a metà anni ’50 quando i carri armati dei sovietici stanno per invaderla. Il ’68 invece ha generato il calcio totale, il calcio dell’uguaglianza tra gli uomini in campo, l’eclettismo dei figli della borghesia. Un calcio libero, spensierato e aperto negli anni ’70 non poteva che fiorire nell’Olanda di Erasmo da Rotterdam e Spinoza, il luogo del diritto al pensiero, e poi dell’amore libero, del fumo libero.
Sconcerti si domanda: che cosa siamo allora noi? Di cosa è specchio il calcio italiano?
Il calcio italiano degli anni Settanta vive quella che definisce l’età del poco. Siamo diventati i maestri del sistema difensivistico chiamato catenaccio. Prima regola: non prenderle. Meglio uno 0-0 che rischiare di perdere. Rintanarsi, far avanzare e colpire, come gli Orazi con i Curiazi, spiegherà Arrigo Sacchi per illustrare l’ideologia che avversa: aspettare che l’avversario si stanchi per ferirlo a tradimento. L’inganno. L’astuzia. La trappola. Questo è il pensiero egemone.
È una forma di pensiero calcistico che finisce per caratterizzare l’Italia in campo internazionale, dove restiamo il Paese di Machiavelli, il Paese che nelle due guerre mondiali ha cambiato in corsa per due volte campo e alleati. In Italia è stato inventato un nuovo ruolo, il libero, un ultimo difensore piazzato davanti al portiere, con il compito di ripulire l’area di rigore dalle insidie, rifinendo il lavoro sporco degli altri. Una figura che secondo l’indole dei suoi interpreti si colloca a metà strada tra l’artigianato di qualità e l’operaismo. I tedeschi rifiuteranno sempre di coniare una parola corrispondente nel loro vocabolario. Pur forniti di una lingua fatta di parole composte e di neologismi, in Germania usano la parola in italiano: “libero”. Attaccare per noi è un lusso. Attaccare è uno spreco. L’Italia soffre la crisi energetica. Non c’è proprio nulla da sperperare, fa notare sempre Sconcerti.
Esecrato all’estero per questa tendenza anti-estetica, indifferente allo spettacolo, il calcio italiano va fiero della sua furbizia. Da queste radici ideologiche fioriscono le teorie di Gianni Brera, il più celebrato dei giornalisti italiani sportivi di sempre. Etnologia e antropologia: secondo la sua visione la fragile razza italiana, carente di proteine, non può che generare squadre sottomesse, in grado solo con scaltrezza di ribaltare una sorte altrimenti immutabile. Gli italiani sono dunque per natura adatti a chiudersi in difesa e colpire in contropiede. Lo 0-0 è il risultato della perfezione. È il prodotto di una partita senza errori. Essendo Brera il signore della critica, la sua concezione si diffonde e s’impone nell’intero ambiente, insieme ai geniali soprannomi che imprime ai calciatori.
Ancora Mario Sconcerti, in Storia delle idee del calcio ritiene che “eravamo un Paese di fascisti che stava imparando a essere social-comunista rimanendo rigorosamente attaccato alle regole della Chiesa. Avevamo troppe religioni da rispettare, abbiamo cercato una via di mezzo”.
Il calcio italiano degli anni Settanta diventa perciò il calcio del compromesso, parola che contemporaneamente in politica sta contrassegnando il tentativo firmato da Aldo Moro di far convivere gli equilibri della Dc con la spinta del Pci.
In questo quadro si muove la Lazio. Tommaso Maestrelli si ispira ai principi del calcio olandese e all’eclettismo, e lo fa da piccolo grande eretico non dichiarato. Cambia ruolo ai giocatori, li rende universali, in grado di ricoprire più posizioni, chiedendo loro di provare a imporre un gioco offensivista.
ANTROPOLOGIA DEL CALCIATORE ITALIANO ANNI SETTANTA
Il Parlamento si è preoccupato di colmare il vuoto giuridico presente a lungo nel calcio italiano solo nel 1981, quando viene approvata la legge che regola l’organizzazione, introducendo una disciplina nei rapporti tra società e calciatori, e formalizzando la prestazione sportiva come un’attività professionale da riconoscere e regolamentare attraverso un contratto di lavoro.
Prima d’allora, compresi gli anni del ciclo della Lazio, i calciatori sono vincolati senza data di scadenza alle società per le quali giocano, titolari del “cartellino”, autorizzate a trasferirli o a cederli altrove senza chiedere né dover ottenere il consenso del diretto interessato. Negli anni Settanta un calciatore è proprietà di un presidente, con il quale ridiscute personalmente il proprio compenso annuale ogni estate, prima che cominci il campionato, senza il sostegno di un legale, di un agente o di un procuratore, con la minaccia di essere tenuto fermo, fuori squadra, in caso di rifiuto della cifra proposta.
Claudio Gentile, difensore della Juventus e della Nazionale, quando nel 1984 lascerà la sua vecchia squadra dopo undici anni, per passare alla Fiorentina grazie alla legge sullo svincolo, commenterà così: «Le differenze tra ieri e oggi sono enormi e sono in meglio. Lo svincolo è un’evoluzione assoluta. Ed ha accresciuto la professionalità del giocatore: perché se uno è legato da contratto con la società per due o tre anni, deve dare sempre l’anima, visto che solo in questa maniera potrà trovare, alla scadenza, un accordo altrettanto valido».
LA FORMAZIONE
Le modalità d’accesso al grande calcio negli anni Settanta sono profondamente diverse da quelle d’oggi. I ragazzi dell’epoca si accostano al pallone frequentando l’oratorio, la strada o le piccole squadre dei paesi d’origine. Il calcio è un gioco prima ancora che un’opportunità di lavoro. I giovani vengono segnalati ai grandi club da dirigenti di periferia, in molti casi da sacerdoti, e sono sottoposti a provini dalle società metropolitane o di vertice.
È una selezione naturale. Sono ragazzi totalmente immersi nel loro tessuto sociale di provenienza, spesso inconsapevoli del fatto che il divertimento dietro un pallone possa diventare un mezzo di sostentamento. Chi ha interrotto gli studi prima del diploma è già impiegato in un’attività familiare o in un lavoro – spesso umile – al proprio paese. Qualcun altro s’è iscritto nel frattempo all’università e proseguirà gli studi pur facendo il calciatore.
Un panorama oggi stravolto. Non c’è più nulla di artigianale nella selezione. Il percorso verso la serie A segue criteri industriali. Iscrivendosi a una scuola calcio, gli stessi ragazzi italiani scelgono di intraprendere un cammino didattico-sportivo e di addestramento alla professione, alla stessa stregua di chi si prepara a diventare medico, ingegnere, avvocato. Si diventa calciatore all’interno di un gigantesco sistema di allevamento, impegnato sin dall’inizio a istruire i suoi piccoli praticanti. Una coltura che si realizza attraverso metodi e norme para-professionali inculcate sin dall’infanzia, non solo sul piano tecnico o tattico, ma con una serie di precetti che riguardano pure l’alimentazione e il tempo libero.
I GUADAGNI
Allettato dalla prospettiva di un ingaggio milionario che sistemi l’intera famiglia, il genitore contemporaneo indirizza, incoraggia e stimola il proprio figlio lungo la strada dell’agonismo. Con eccessi isterici di cui la cronaca spesso finisce per occuparsi, tali da far dire a Paolo Pulici, calciatore del Torino anni ’70 e oggi istruttore di calcio giovanile: «Il mio sogno è allenare una squadra di orfani».
Il calciatore italiano degli anni ’70 ha di frequente alle spalle una famiglia che non vede di buon occhio la sua passione per il pallone, la contrasta. Sembra una perdita di tempo, un’evasione sterile dalla scuola e dall’avviamento al lavoro. I guadagni non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli di oggi. I campioni sono benestanti, non dei magnati. Non sono più di cinque o sei i calciatori italiani che a metà degli anni ’70 guadagnano 100 milioni all’anno: in base al calcolo di rivalutazione monetaria quei 100 milioni equivalgono peraltro a circa 600mila euro attuali. Nella serie A contemporanea i calciatori che guadagnano sopra i 600mila euro sono l’ottanta per cento.
Gli appartamenti in cui abitano i calciatori anni Settanta, possono ancora sembrare quelli di un qualunque italiano che vada allo stadio da spettatore. Le tante foto che era ancora possibile scattare tra le mura domestiche, svelano un’intimità fatta di interni semplici. Con i suoi guadagni, il calciatore in genere compra una villa in campagna, o fuori città. Investe in un’attività commerciale. Apre un’agenzia assicurativa. Molti di essi oggi vivono della pensione Enpals per calciatori, istituita nel 1973: in media si tratta di una cifra intorno ai 2mila euro al mese.
LA FISIOLOGIA
L’altezza media di un ragazzo maschio italiano negli anni Settanta è di un metro e 63. Sopra il metro e ottanta rientra soltanto il 6% della popolazione: oggi la percentuale è superiore al 20%. Il fisico di un calciatore dell’epoca non è a tutti i costi quello di un Superman. Sono anni in cui stanno cambiando le conoscenze mediche e tecnologiche applicate allo sport. L’introduzione dei ritiri – quelli lunghi in altura d’estate per prepararsi al campionato e quelli in albergo alla vigilia delle partite – modifica il concetto di atleta. Cominciano le limitazioni alle sigarette e agli alcolici. Vengono introdotti dei menù fissi che i calciatori sono invitati a seguire dal mercoledì in avanti, lasciando libertà nell’alimentazione per i due giorni successivi alla partita.
Tra morale cattolica e famiglie tradizionali, il vero tormento è il sesso, una fobia che il calcio non riesce a vincere. Il sesso è considerato un pericolo per l’atleta. Meglio che non sia straordinario. Le società spingono affinché i calciatori si sposino in fretta e abbiano presto dei figli, intorno ai 22-23 anni, spesso con la storica fidanzatina del paese. Non è ancora compiuta la commistione calcio-spettacolo, né la frequentazione degli stessi ambienti. Pure in questo ambito, la Lazio anni ’70 costituisce un’eccezione, con frequentatori accaniti delle notti romane e del sesso libero.