La mezza parità per le donne: porte aperte al professionismo ma con tanti dubbi

Lo sport in Italia è maschilista

e conservatore

Josefa Idem

 

sport e società

La mezza parità per le donne

 

La commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento alla manovra per equiparare le atlete agli atleti, estendendo le tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo e promuovendo il professionismo nello sport femminile con un esonero contributivo al 100% per tre anni per le società sportive. Ma restano dubbi sulla sua attuazione. 

 

Ora tocca alle federazioni. Adesso la palla passa alle federazioni, cui spetta la decisione ultima sul passaggio al professionismo, ma sarà difficile non approfittare di un’opportunità che oltre a tutelare le atlete, come è giusto che sia e come da tempo avviene in molte realtà europee e d’oltreoceano (al seguitissimo Mondiale di calcio in Francia le azzurre erano le uniche non professioniste tra le migliori otto nazionali), favorisce anche la sostenibilità del sistema, con 11 milioni di sgravi fiscali serviti sul piatto per il triennio 2020-2022 (3 per il primo anno, 4 per il secondo e il terzo). | Elisabetta Esposito, la Gazzetta dello sport

 

Una riforma nata in campo e negli spogliatoi. Katia Serra, rappresentante sindacale delle calciatrici e membro della divisione in Figc lo vede come «un passo fondamentale. Non significa professionismo, è un modo per costruirne le basi. Io alleno la nazionale delle parlamentari e le nostre partite servono per il confronto. Credo che molta spinta sia arrivata anche da quel campo». L’emendamento parla di tre anni e poi? E poi sta al calcio femminile crescere tanto da meritarsi altro sostegno o addirittura stare in piedi da solo. | Giulia Zonca, La Stampa

 

Ma se i ricavi non cresceranno, si tornerà indietro. Perché oltre il coro di applausi, esistono alcune criticità. Intanto, la durata: lo sgravio contributivo dura 3 anni. Se per il 2022 il movimento non sarà stato capace di aumentare i propri ricavi (oggi i diritti tv valgono appena 300 mila euro), è concreto il rischio che le società chiedano di tornare indietro, per evitare di veder raddoppiare i costi. Oppure di rifinanziare il progetto. Poi il limite degli 8 mila euro: chi guadagnasse di più, graverebbe molto sulle casse delle società. Il terzo: trasformare le società femminili in professionistiche rischia di compromettere le piccole realtà locali oggi in Serie A, come il Tavagnacco. E di “regalare” sgravi contributivi a colossi come Juve, Roma, Milan, Inter, entrate nel mondo del calcio donne. | Matteo Pinci, la Repubblica

 

Lo scetticismo dei club. Perché il calcio e le sue sorelle entrino in una nuova era, insomma, c’è da lavorare. Lo sa bene Sara Gama, capitano della Nazionale e della Juve nel consiglio della Figc: «Un passo importante, però c’è ancora tanta strada da fare». Proprio in consiglio, infatti, andrà sconfitto lo scetticismo dei presidenti costretti dalla riforma del 2015 – firmata dal vituperato presidente Tavecchio e dall’allora dg Uva – ad aprire i settori femminili che popolano l’attuale serie A: contro il rallentamento del processo di crescita del calcio femminile, attraverso la concessione delle licenze, nell’ultimo consiglio federale ha votato solo il sindacato. | Gaia Piccardi, Corriere della sera

 

Al momento è solo uno spot. Professionismo vuol dire raddoppiare i costi e, conseguentemente, gli investimenti e i ricavi. Perché il circuito virtuoso della crescita si metta in moto è necessario costruire una retorica sportiva fatta di parole e di immagini. Sono i media la vera variabile di questa sfida. E in primo luogo la tv pubblica, che sul calcio femminile solo di recente ha dimostrato un certo coraggio, ripagato peraltro dagli alti ascolti del Mondiale. Ma ai sette milioni che hanno tifato per le azzurre in estate fanno riscontro ancora le cifre risibili delle praticanti: appena 24 mila su 60 milioni di abitanti. C’è molto da fare per cambiare. Molto più di uno spot. | Alessandro Barbano, Corriere dello Sport-Stadio

 

Laura Giuliani. «La differenza tra l’Italia e la Germania, dove ho giocato dal 2012 al 2017», ha spiegato in un’intervista a Undici, «è il professionismo: lì sei una professionista, almeno sulla carta. Poi è vero che non tutte le squadre fanno professionismo, a volte sono delle “dilettanti professioniste”, se così si può dire, per cui tante ragazze si allenano tutti i giorni, ma vanno anche a scuola o fanno Ausbildung [un percorso di formazione professionale, nda] e si allenano il pomeriggio tardi o la sera». | Intervista a Undici, 4 novembre 

 

Barbara Bonansea. «In assoluto penso che gli stipendi dei calciatori sono spesso troppo alti. Personalmente non mi interessano quelle cifre, vorrei semplicemente che le donne venissero riconosciute come professioniste, e quindi pagate il giusto per gli sforzi e i sacrifici che fanno, che spesso sono maggiori di quelli degli uomini». | Intervista a Undici, 25 giugno

 

L’ultima barriera caduta: Sara Gama sull’Almanacco Panini. La capitana della Nazionale e della Juventus, Sara Gama, in maglia azzurra è la prima donna in copertina nella storia dell’Almanacco Panini, la cui nuova edizione  è appena arrivata in edicola. 

 

Victoria Azarenka, una battaglia nel tennis. Si è lanciata in una battaglia (vinta) con la WTA per ottenere una maggiore tutela per le tenniste mamme. Adesso, chi torna nel circuito dopo aver messo al mondo un figlio può godere del ranking protetto per più tornei e per un periodo fino a tre anni dopo il parto. Forse condizionata dalle tante udienze in tribunale, Vika non si è fermata qui: il suo sogno è che le tenniste ottengano una sorta di indennizzo, un compenso economico se lasciano il circuito per avere un figlio. “Credo che un congedo di maternità retribuito sia davvero importante” ha detto la scorsa estate. Pur avendo guadagnato moltissimo, dunque potendo permettersi tutti i babysitter che vuole, la Azarenka ha scelto di trascorrere più tempo possibile con il figlio e questo le ha tolto parecchie energie. | Riccardo Bisti, Tennis World Italia

 

Il gender gap nella vela è basato sulla scaramanzia. Dopo quattro Olimpiadi e un palmares lungo da qui a lì, Giulia Conti è arrivata alla fine della prima tappa della sua carriera. Dopo il quarto posto di Rio, ha deciso di dire addio alle classi olimpiche. E il futuro le si è mostrato più ostile di quanto pensasse. «Il sistema sportivo italiano – spiega – incoraggia e aiuta l’atleta, soprattutto se può portare medaglie alle Olimpiadi, ma lascia la donna in stato di sostanziale abbandono». Così può succedere di tutto, anche di dover fare i conti, senza alcuno strumento, con un ambiente che discrimina su basi scaramantiche.

Scusi può spiegare meglio questa cosa delle donne che portano jella?

«Eh, c’è poco da spiegare. Vi siete mai chiesti per quale motivo non c’è mai nemmeno una donna negli equipaggi italiani delle barche grandi? Mica è vietato… Sinceramente l’origine di questa credenza diffusa non la so con esattezza nemmeno io. Credo sia antica… So che un giorno, tanti anni fa, l’ha spiegata Cino Ricci su una rivista di settore». | Marco Mensurati, la Repubblica, 19 ottobre 2016

 

Se ora vogliamo darci una prossima sida. I bambini italiani sono sempre più obesi e in sovrappeso. Condividiamo con Grecia e Spagna il primato di essere i più grassi d’Europa e il sud del paese non riesce a scrollarsi di dosso la maglia nera della sedentarietà e dell’obesità giovanile che, ovviamente. vanno di pari passo. Facendo solo basket, pallavolo o qualsiasi altro sport quell’ora di attività giornaliera non si raggiunge (al massimo sono due o tre ore alla settimana) e quasi sempre i bambini dopo le cinque ore di scuola sono assorbiti da tv, videogiochi e telefonini oltre che dai compiti a casa, con buona pace dei genitori che pensano di avere un bambino che fa sport solo perché iscritto a un corso di due ore alla settimana. Urgono rimedi seri e ognuno deve cominciare a fare la sua parte: innanzitutto la scuola. | Gianfranco Beltrami, la Stampa

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