ciclismo
Vita parallela di Peter Sagan e Chris Froome
Peter Sagan aveva vinto 114 corse in vita sua, tre volte un Mondiale, ma per uno come lui finirne 24 senza mai arrivare primo, era come l’avviso di un tramonto, a soli 31 anni. Si è sbloccato ieri a Mataró, sesta tappa del Giro di Catalogna, alla maniera antica, uno sprint, sette giorni dopo un dignitosissimo quarto posto alla Sanremo.
Sono stati giorni per vecchi leoni. Martedì scorso, dopo una volata e una cronometro alla Settimana internazionale Coppi e Bartali, la maglia di leader a Gatteo se l’era presa Mark Cavendish. Quel Cavendish da 146 vittorie, campione del mondo 2011, la Sanremo due anni prima, ma sempre fermo a quota 146 dall’8 febbraio del 2018, dalla tappa a Fujairah del Giro di Dubai. Giovedì a Port Ainé, sempre in Catalogna, è arrivato primo Esteban Chaves, che nel 2016 era stato secondo al Giro e terzo alla Vuelta, senza braccia alzate da due anni, dalla tappa italiana di San Martino di Castrozza.
Mentre Sagan tagliava il traguardo bruciando altri 91 corridori dopo 193 km e 800 metri, tra quei 91 mancava il solo ciclista che possa andare a luglio al Tour de France per conquistarne un quinto, Chris Froome, giunto con 4 minuti e 35 secondi di distacco. Il suo mistero non ha fine. Non vince una corsa da tre anni, da quando a Bardonecchia prese tappa e maglia rosa, difesa a Cervinia il giorno dopo e portata fino a Roma il 27 maggio del 2018. Da allora più nulla, nemmeno una maglia di leader in una corsa secondaria.
Dodici mesi dopo il Giro, prima della cronometro di Roanne al Delfinato, andò a sfracellarsi contro un muretto: frattura di femore, gomito, costole, l’anca danneggiata. Il vero Froome da allora non c’è. È passato alla Israel Start-Up Nation perché la Ineos ha cominciato a preferirgli altri capitani, ma nelle ultime 34 corse è arrivato con lo stesso tempo del vincitore, o nel gruppo principale, solo per tre volte. Alla Israel dicono che lo aspettano. Del resto che possono dire.
Oggi la Gand-Wevelgem
La saga delle corse del Nord aggiunge oggi alla corona la Gand-Wevelgem, per molto tempo trattata come la cugina di campagna, direbbe Battistuzzi del Foglio perché adatta ai maltrattatissimi velocisti. C’è van Aert, mancano Alaphilippe e van der Poel.
Gabriele Gentili per Bici Pro ha individuato una novità tattica. L’uso dei divisori della carreggiata per scattare. Mentre tutti si muovono sulla sinistra, quello che si è fatto scivolare in fondo, in coda a tutti, scatta sulla destra. L’ha fatto Asgreen per la sua azione decisiva nell’Harelbeke e prima ci aveva provato Naesen. “Questo particolare sta diventando sempre più un fattore, soprattutto nelle parti finali delle corse quando non c’è un gruppo compatto. È come se si offrisse al corridore l’opportunità di nascondersi e avere quel brevissimo intervallo utile per fiondarsi in avanti senza essere visto”. Vale due-tre secondi di vantaggio.
Il nandrolone nel ciclismo britannico
C’è un nuovo sviluppo nelle faccende di doping legate al ciclismo britannico. In due pagine di inchiesta a cura di Nick Harris, il Mail on Sunday rivela che in vista dei Giochi del 2012 l’agenzia britannica dell’antidoping (UKAD) avvertiva in privato e autorizzava la federazione a condurre dei test interni, privati e segreti su casi sospetti, che non venivano segnalati alla WADA, l’agenzia mondiale. La quale adesso ha aperto un’inchiesta. Il quotidiano inglese pubblica il contenuto delle mail di cui è venuto in possesso e con Oliver Holt si domanda: quanto possiamo ancora credere all’età dell’oro?
“L’estate del 2012 – si legge stamattina sul Mail on Sunday – è stata salutata come un trionfo per lo sport britannico, con l’oro che pioveva sui Giochi di Londra, il maggior successo in 104 anni. Delle 65 medaglie complessive, 19 delle quali d’oro, 12 sono arrivate da un unico sport: il ciclismo. I corridori britannici hanno vinto da soli otto medaglie d’oro, con sette record mondiali e nove olimpici. Nessun’altra nazione ha vinto più di un oro in questo sport”.
Le cose, secondo l’inchiesta del Mail on Sunday, andavano così.
“Uno suppone che quelli dell’UKAD siano i supervisori indipendenti dello sport pulito in Gran Bretagna, ma il loro atteggiamento laissez-faire negli anni prima dei Giochi, scoperto da questa indagine, li ha messi nel mirino della WADA. Un portavoce ha confermato che esiste un’inchiesta in corso. L’illustrazione più evidente della vicinanza tra UKAD e British Cycling – scrive il quotidiano inglese – ruota attorno a un episodio: il campione di urina di un ciclista, durante un test fuori competizione del 2010, conteneva livelli irregolari di nandrolone. Anziché perseguire questo caso per scoprire la causa del campione anomalo – come prescriveva il codice WADA in vigore all’epoca – l’UKAD ha avvertito il senior management team della British Cycling, che ha condotto le proprie indagini in segreto. Il campione anomalo proveniva da un ciclista di alto profilo. A un piccolo numero di loro è stato chiesto da British Cycling di sottoporsi a uno screening privato”.
Il Mail on Sunday scrive di conoscere l’identità dei corridori selezionati e di averli contattati uno per uno per avere un commento. Hanno tutti rifiutato di farlo apertamente. Ma si capisce che qualcosa – come si dice: a taccuini chiusi – hanno raccontato. Nella ricostruzione, la soffiata alla British Cycling è arrivata dall’allora capo dell’UKAD, Graham Arthur. La squadra era composta dal direttore tecnico Dave Brailsford, dal direttore medico Steve Peters, dal medico della squadra Richard Freeman e dall’allenatore Shane Sutton. Gli stessi nomi coinvolti qualche settimana fa nella vicenda relativa al team Sky. Il dottor Freeman ha perso l’abilitazione per decisione del tribunale medico, in attesa dell’appello: giudicato colpevole di aver ordinato 30 bustine di un gel di testosterone vietato e averlo fatto arrivare nel maggio 2011 al velodromo di Manchester, «sapendo o credendo» che potesse migliorare le prestazioni di un ciclista, non ancora identificato.
L’indagine della WADA a questo punto promette ulteriori sviluppi.