L’antisemitismo riapparso nella curva della Lazio

 

CALCIO ITALIANO

L’antisemitismo riapparso nella curva della Lazio

 

Cori razzisti e una maglia inneggiante a Hitler. Il derby di una quota di ultrà laziali è andato così. La comunità ebraica si chiede: possibile che si faccia finta di nulla? Il settore è a rischio chiusura. La Stampa dedica alla storia una pagina in cronaca. Matteo De Santis scrive del ritrovamento dei video dei cori, delle foto della maglietta, fioccano gli attestati di solidarietà, accompagnati da promesse interventiste: sembra quasi di rivivere, all’indomani dello squallido spettacolo tra spalti, campo e spogliatoi proposto dal derby romano, un altro Giorno della marmotta della vergogna (non solo) curvaiola

Il giudice sportivo potrebbe disporre la chiusura della Nord per la partita con la Juve. La curva laziale era già sotto esame per gli stessi cori antisemiti nel derby d’andata e nelle trasferte con Sassuolo, Lecce e Napoli. L’indossatore della maglia è vicino a essere identificato e rischia il Daspo.

 

«In caso di mancata identificazione dei responsabili è necessario un intervento sulle società per le quali fanno il tifo» | Il prefetto Giuseppe Pecoraro, coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, ex capo della Procura Figc al tempo degli adesivi raffiguranti Anna Frank

 

Simboli e canti intollerabili. Sarebbero reati da punire ma si vince con la conoscenza | Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah a la Stampa

 

Abbiamo dato il peggio, scrive Marco Tardelli nella sua colonna d’opinione su La Stampa. La tolleranza indifferente ed ipocrita applicata fin qui, con oggi deve finire. Gridiamo tutti insieme basta

Luca Valdiserri sul Corriere della sera ragiona con amarezza sul fatto che Lazio e Roma devono gestire il tesoro di una passione enorme, chi è alla loro guida ha anche un compito «educativo» (ma anche questa per molti è diventata una parolaccia). Lo dice perché gli pare che parlare di fair play nel calcio italiano spedisce chi lo fa nella categoria dei «buonisti», come se non essere cattivi fosse un difetto

Paolo Berizzi su Repubblica interviene in un editoriale per chiedersi se gli stadi sono ancora territorio italiano oppure zona extraterritoriale. Valgono anche lì le leggi applicate (poco, peraltro) altrove o sono sospese? In particolare una: la legge Mancino, che dal 1993 agisce contro ogni forma di propaganda o di incitamento alle teorie nazifasciste, coprendo quindi anche le motivazioni etniche, razziali e religiose

Berizzi domanda al ministro Piantedosi. Come si pone, ministro, rispetto alla Mancino? Sgombri il campo dai sospetti e dai retropensieri di chi non può non ricordare come e quanto proprio la Mancino sia, da anni, nel mirino della Lega di Matteo Salvini; ovvero il partito che ha portato il prefetto Piantedosi al vertice del dicastero che coordina le forze di polizia, tutela l’ordine e la sicurezza e i diritti civili, ivi compresi quelli “delle confessioni religiose, di cittadinanza, immigrazione e asilo”. «La cancelleremo», tuonò il segretario federale leghista a Pontida,era il 2017. Toc toc: c’è qualcuno al Viminale? Chi spegne la musica al rave antisemita delle curve?

 

 40  Gli anni di divieto di ingresso allo stadio inflitti dal PSV Eindhoven al proprio tifoso che ha aggredito Dmitrovic, portiere del Siviglia

 

Trasferendoci sul piano sportivo, Matteo Pinci su Repubblica anticipa da cosa è attesa invece la Romaa, dopo un  derby che definisce un saloon con colonna sonora di cori antisemiti. Roma oggi è un problema. Prima di tutto politico. La squadra più odiata d’Italia. Addirittura «inarbitrabile»: così un arbitro ha definito la Roma parlando con i dirigenti, e la parola è perfetta per spiegare il livello del nervosismo che arriva dalla panchina romanista sul campo da gioco. È la strategia della tensione che ama Mourinho: organizzare un caos di cui hai le briglie, per farlo volgere a tuo favore. Quando non ci riesce, il tappo esplode. Le sceneggiate di domenica in campo saranno puniti con almeno 9 giornate di squalifica complessive

 

LA LEVA CALCISTICA  DEL MARTEDÌ

 

SOLE SUL TETTO DEI PALAZZI IN COSTRUZIONE Dal Basso

Rivista Undici: Far progredire la manovra in modo ragionato, senza buttare avanti la palla. Come tutti gli argomenti che riguardano il gioco, la polarizzazione delle opinioni è inevitabile: c’è chi ne fa un caposaldo strategico ma anche filosofico, c’è chi la avversa in maniera poco lucida e anche sconveniente, in fondo. Perché la tendenza a utilizzare questa strategia è diventata trasversale, anzi universale, per un motivo molto semplice e molto valido: le statistiche avanzate dimostrano la sua efficacia nel medio-lungo periodo, sulle dieci partite e sull’intera stagione. È anche in virtù di questo cambiamento che una delle situazioni di gioco più insignificanti, almeno in apparenza, è diventata una parte fondamentale dell’identità tattica di una squadra. Stiamo parlando delle rimesse dal fondo, a cui The Athletic ha dedicato un lungo articolo di approfondimento.

Insomma, dimmi come rimetti il pallone in gioco e ti dirò chi sei: la rimessa dal fondo, che un tempo era utilizzata semplicemente per guadagnare metri in campo, come se fosse il calcio d’invio di una partita di rugby, ora è un indicatore fedele dell’identità tattica di una squadra, una sorta di biglietto da visita da esibire alla partita, al pubblico, agli avversari. La tendenza è chiara: sempre più squadre costruiscono il gioco con passaggi non troppo lunghi già a partire dal primo tocco del portiere, perché in fondo battere corto è più conveniente. Lo dicono i numeri: nella Premier League di questa stagione, il 13% dei rinvii lunghi ha portato a un pallone giocato nell’area di rigore avversaria. La stessa cifra, se guardiamo ai rinvii corti, sale al 15%. Potrebbe sembrare una differenza minima ma in realtà non lo è, e per rendersene conto basta proiettare questo dato a tutte le rimesse dal fondo di tutte le squadre.

 

E NEVE E POLVERE CHE TIRA VENTO I danni di Infantino

Nuovo editoriale feroce dall’Inghilterra contro Gianni Infantini, neo rieletto presidente della FIFA. È di Sean Ingle sul Guardian. Lo definisce il leader più grossolano dello sport mondiale a proposito del paragone fatto tra la ripresa del Ruanda dal genocidio e le sue battaglie per essere eletto. Ma le azioni di Gianni Infantino alla Fifa restano più pericolose delle sue parole. Lui che si è avvicinato a Vladimir Putin e Mohammed bin Salman, ci stava mostrando il suo vero volto. Forse ha imparato qualcosa dal sovrano russo.  L’amicizia di Infantino con Putin può essersi intanto raffreddata, altre si sono fatti rinsaldate. Il “caro presidente” a cui si riferiva Infantino in Rwanda, sarebbe Paul Kagame, che ha ottenuto il 98,79% dei voti nel 2017

I fatti che il Guardian rimprovera alla FIFA sono noti: la Coppa del Mondo gonfiata a 48 squadre come un allevatore di pollame che riempie carne di pollo cruda con acqua salata e additivi, certo, sembra più grande, ma provate ad assaggiarla, il Mondiale per club allargato ogni quattro anni, messo in piedi senza consultarsi con le leghe, compresa la Premier League, tutte contrarie.  

Il Guardian ricorda come molti sospettino che Infantino non solo fosse a conoscenza della Superlega Europea, ma ci fosse dietro, fino a quando non ha cominciato a sgretolarsi. Per essere onesti con la Fifa – continua l’editoriale – molte delle controversie si applicano ad altre federazioni sportive. Potreste giustamente sottolineare che anche il governo britannico corteggia l’Arabia Saudita. E che cercare di rispedite in Ruanda dei richiedenti asilo politico è molto peggio di qualsiasi cosa la Fifa possa immaginare. Ma almeno nel Regno Unito le elezioni generali sono vicine. Le cose possono cambiare. Con la Fifa ci aspettano altri otto anni del Progetto Infantino. Good night and good luck

 

E POI MAGARI PIOVE Conte, lo cacciano o no? In settimana

Jack Pitt Brooke, The Athletic: Conte è rimasto al suo posto. Che fosse in grado di sopravvivere ai fatti dei giorni scorsi, può sembrare una sorpresa. Ma il Tottenham, nonostante le recenti delusioni, ha ancora qualcosa di importante da giocarsi nelle 10 partite di campionato che rimangono. Solo perché Conte ha superato la domenica e il lunedì, non significa che il suo lavoro sia al sicuro. La situazione rimane in bilico. Gli Spurs hanno l’abitudine di annunciare gli esoneri di ​​lunedì mattina. È successo con Nuno Espirito Santo, José Mourinho e Andre Villas-Boas, l’ultimo alle ore 11.03. Quando Conte è arrivato al centro all’ora di pranzo, ad alcuni è sembrato strano. Ma i tre esoneri del lunedì erano avvenuti in una fase della stagione di routine. Ora è diverso. Mancano ancora due settimane alla prossima partita. C’è ancora molto tempo perché Levy e Paratici decidano se Conte può continuare o meno. Quando venne mandato via Mauricio Pochettino per sostituirlo con Mourinho, l’annuncio non arrivò fino al martedì della seconda settimana di sosta, 10 giorni dopo l’ultima partita dell’argentino. Questa settimana al campo si allenano in pochi, c’è meno pressione sul club affinché prenda una decisione veloce. Se Conte resta, dovrebbe affrontare i giocatori che ha maltrattato non prima di sabato. Se Levy decide di regolarsi come due anni fa, e lasciare le redini della squadra al vice allenatore Mason, sarebbe importante dargli l’occasione di lavorare tutta la prossima settimana con la squadra al completo. C’è ovviamente la questione della rescissione del contratto dell’italiano. Gli restano poco più di tre mesi di accordo e gli danno diritto a circa 4 milioni di sterline, in caso di licenziamento

 

  CON LE SCARPETTE DI GOMMA DURA Il mani di Rabiot

Il Corriere della sera ritorna sulle polemiche seguite al gol della Juventus nella partita con l’Inter. Paolo Casarin ieri mattina era propenso a non considerare il tocco da punire, per la sua accidentalità e il braccio attaccato al corpo. Fatto sta che la tecnologia introdotta per fare chiarezza sta generando nuovi problemi e i soliti veleni scrive stamattina il Corriere parlando di Var West

Carlos Passerini e Paolo Tomaselli scrivono che le immagini a disposizione (non poche) non danno certezze assolute sul tocco di braccio di Rabiot, quindi è stato giusto non fischiare. Tutta da vedere anche la volontarietà, in quella che viene considerata una possibile carambola fortuita. Evidentemente come quella sul braccio di Vlahovic nella stessa azione che ha deciso la sfida di San Siro tra Inter e Juve: anche se qui i dubbi aumentano, come la frustrazione di chi il gol l’ha poi subito. E l’ha subito da pollo, ma questo è un altro discorso.

Il Corriere tuttavia ricorda altre due vette della stagione che riguardano sempre Juve e Inter, ma a parti invertite: il gol convalidato a Candreva della Salernitana contro i bianconeri e il rigore non dato al Barcellona per il tocco di mano, altrettanto presunto ma probabile di Dumfries nella sfida di andata in Champions, a conti fatti decisiva per il passaggio del girone.

Torti e favori si possono compensare, anche se la stessa Juve e lo stesso Rabiot la settimana scorsa contro la Sampdoria erano stati protagonisti di una situazione simile. E bisogna pur dire che nessuno può dare lezioni agli altri, nascondendosi dietro la mitica frase «sapete che non parlo mai di arbitri ma…», che solitamente introduce uno sfogo. Nessuno mai che ammetta di averla scampata – è la conclusione – tanto se non è colpa dell’arbitro, è colpa della tecnologia.

 

  IL CUORE PIENO DI PAURA Il calcio dell’Iraq

Rivista Undici: Calcio, torture e terrore nell’Iraq di Saddam” – Giulia Bassi ha scritto un reportage dall’Iraq ricostruendo le violenze di Uday Hussein, figlio di Saddam, nascoste dietro l’età dell’oro del calcio iracheno: A raccontare alla stampa le torture subite fu, tra gli altri, Abbas Rahim Zair, cui per sorte (ma ancor di più per decisione personale visto che nessun altro si rese disponibile) toccò calciare il rigore decisivo nella finale dei Giochi Panarabi del 1999 contro la Giordania. Rigore sbagliato, a cui seguì, una volta tornato a Baghdad, una sorta di processo nella sede del comitato olimpico e poi il confinamento di tre settimane nel solito carcere, dopo essere stato bendato e torturato. Tra i “metodi” di Uday, alcuni erano particolarmente cruenti. Li ha raccontati soprattutto chi poi ha lasciato l’Iraq per andare a vivere all’estero, come Sharar Haidar, difensore della Nazionale dall’89 al ’92: lui e altri due ex compagni, coi piedi legati, vennero trascinati con la schiena sull’asfalto. Sui tagli veniva gettata sabbia e i giocatori, infine, venivano fatti entrare in vasche di liquami per far infettare le ferite. Ahmed Radi, altro ex calciatore, riuscì a scherzare sul fatto che per loro, all’epoca, era normale pensare di avere tre case: quella dove abitavano, lo stadio e la prigione di Al Radwaniyah.

 

  Corriere della sera: Le bombe, il calcio, l’Isis e l’iPhone. Storia di Mohamed che compie 20 anni come il nuovo Iraq” – «Sogno il pallone. Le elezioni? Non voterò»

 

HANNO APPESO LE SCARPE Le Brigate Troisi [De Giovanni vi dà un terno]

Il Napoli è più forte della scaramanzia, dice il giallista Maurizio De Giovanni, oggi è su Repubblica. Per smantellare uno degli stereotipi più consolidati della cultura pop del paese intorno alla sua città, la città che ama, la città che intende affidargli il rilancio del Premio Napoli di cui furono presidenti Antonio Ghirelli e Ermanno Rea, De Giovanni indica su una pagina tre numeri da giocare al lotto. Non ve li ripeto nemmeno. Le Brigate Troisi si arrendono e annunciano il loro scioglimento. 

«Premetto di essere stato sempre tifoso moderato. Vivendo a Nola, città appena fuori Napoli, sostenevo quella squadra che aveva i colori bianconeri, da qui un trasferimento di simpatia. Ma niente più. Sono impaurito dal fatto che la gioia si trasformi in corrida e la corrida in oltraggio ai nostri monumenti. Perciò ho invocato la sospensione delle attività di colorazione. I monumenti, le statue, le fontane lasciamole al loro marmo, alla loro bellezza. Io temo il fuoco d’artificio perché ti fa sognare ma un attimo dopo scompare. Non voglio assistere a quelle gioie esagerate che esondano poi nella volgarità e soprattutto sono regine dell’effimero» | Il sindaco Gaetano Manfredi intervistato da Antonello Caporale, Il Fatto quotidiano

 

L’ALLENATORE SEMBRAVA CONTENTO Non sarà una pec a confermare Spalletti

Antonio Giordano, Corriere dello sport-stadio:Quando questa stagione finirà, Luciano Spalletti avrà il suo contratto in scadenza, che però potrà essere rinnovato semplicemente inviando una pec che attivi il diritto di opzione della società: ma dopo due anni a questi livelli, e risultati che appartengono alla Storia del calcio, De Laurentiis non si affiderà a quel patto di maggio 2021, perché i manager sanno riconoscere dove finisca la retorica delle convenzioni e dove inizi il diritto alla riconoscenza e alla competenza. Parlarsi sarà scontato e servirà anche per invitare Giuntoli, il diesse, al tavolo della concertazione per lanciarsi nel futuro. Tra tre mesi, gli accordi ballerini saranno quelli di Zielinski e di Lozano, eventualmente liberi a parametro zero nel 2024, ci sarà da riflettere sull’eventuale riscatto di Ndombele, sui desideri di Demme, poi, affinché un velo di ipocrisia non cali su un’analisi a tutto campo, diventerà inevitabile fronteggiare il prevedibile assalto ad Osimhen”

 

IL CUORE DENTRO ALLE SCARPE Il senso del tifoso Linus per l’idea di sport

 ➣  Fino a qualche anno fa, a Torino, si scendeva per le strade anche per festeggiare gli Scudetti. Ora la situazione è ben diversa. Da tifoso della Juventus, come vive questo momento?  

«Lo shock è stato forte alla fine dello scorso anno, quando è esploso il caso plusvalenze. Ma l’essere umano è fatto per ripartire e il tifoso ha la stessa dinamica mentale. Piano piano ci si adegua alle nuove realtà. Anche se… il problema è che non sappiamo quale sarà la nuova realtà. Sia la sentenza precedente che quelle che arriveranno sono tutte da definire e da verificare. Potrebbe essere che finisca tutto in una bolla di sapone oppure in una maniera drammatica. Io spero che ci sia una via di mezzo: se la cosa si sgonfiasse completamente e venisse invalidato il processo soltanto per un cavillo giudiziario, beh, probabilmente come squadra e come tifosi ci troveremmo a sentirci dire che abbiamo truffato, che abbiamo imbrogliato… A me piacerebbe che ciò che è successo fosse anche un punto di partenza per ricostruirci un rapporto con il resto del mondo del calcio». intervista di fabio riva, Tuttosport

 

Tuttosport: Domino in Procura  Torino chiama  Cagliari risponde” – Nessun nuovo iscritto al registro degli indagati, ma… Aperto un fascicolo sul passaggio  di Cerri in rossoblù, sulla base delle carte dell’Inchiesta Prisma. Lunedì a Torino  scatta l’udienza preliminare davanti al gup Picco. Nei giorni scorsi si è attivata anche la Procura di Genova  per i conti Samp  

 

ENTRÒ NELL’AREA TIRÒ SENZA GUARDARE Il gol da Clàsico di Kessié

Daniele V. Morrone, Ultimo Uomo: Nell’ennesima palla crossata con troppa foga e poca precisione da parte del Real Madrid arriva la transizione offensiva con cui Kessié si mostra decisivo: il pallone viene giocato nella trequarti del Barcellona e arriva a Baldé a sinistra. Kessié legge lo spazio libero e va ad occupare il posto di attaccante centrale accanto a Ansu Fati, lasciato libero da Lewandowski che si era allargato a sinistra per ricevere libero dalla marcatura di Militao. La gestione del polacco è ancora una volta perfetta quando riceve il passaggio in verticale di Baldé: dopo aver attratto su di sé l’intervento di Militao, con un colpo di tacco ridà il pallone sulla corsa di Baldé che, totalmente libero in area, può crossare rasoterra sul secondo palo, dove si è inserito con tempismo perfetto proprio Kessié. È il primo gol di Kessié in Liga, eppure potrebbe essere quello che ha consegnato la Liga alla squadra di Xavi. Già solo questo varrebbe la scommessa fatta dal tecnico catalano nei suoi confronti.

 

IL RAGAZZO SI FARÀ Che resta del Viareggio

Gabriele Fredianelli, Contrasti: È lecito chiedersi se il Torneo di Viareggio sia da riformare profondamente (ma come?) per tornare ai fasti di un tempo oppure se, più semplicemente, nell’era del calcio globale, di un decennio di Youth League e dei match-analist già nelle sfide della Scuola Calcio, non ci sia più spazio praticabile per una competizione di questo tipo, per il sogno di vederci giocare, magari prima di tutti, il campioncino di domani, di scoprirci il potenziale fuoriclasse.

Quelli che erano Gabriel Batistuta col Deportivo Italiano nel 1989, Robert Prosinecki che nell’87 con la Dinamo Zagabria aveva segnato il gol di apertura del Torneo contro l’Inter, o ancora Philipp Lahm e Bastian Schweinsteiger con il Bayern del 2002, Edinson Cavani con il Danubio nel 2006, Romelu Lukaku con l’Anderlecht nel 2009. Dopo di allora, se si guardano anche soltanto i premiati come migliori giocatori della manifestazione, ad alti livelli sono arrivati soltanto Immobile, Cristante e Spinazzola e in parte Bonazzoli. Guido Marilungo fu il “golden boy” del 2009. Oggi gioca alla Recanatese in Serie C: quando passò dal Viareggio era considerato tra i 100 giocatori top d’Europa.

 

E il caso Pafundi

Francesco Velluzzi sulla Gazzetta scrive del giocatorino dell’Udinese, diventato il pupillo del Ct Mancini. «Prima viene Pafundi, poi il resto. Ha qualità incredibili e la speranza è che possa giocare in Serie A. Crediamo molto in lui», ha detto il Ct. Solo che Pafundi non gioca. Non gioca mai.

Nativo di Monfalcone, figlio di Salvatore, per tutti Totò, e Luisa, napoletani, si allena con la prima squadra dell’Udinese già dai tempi di Luca Gotti (2020). In campo stupisce e colpisce. Eppure, finora Simone ha giocato solo 9 minuti. Non ha ancora un procuratore. Nonostante fuori da casa ci sia la fila. Ma papà Totò vuol scegliere con attenzione.

Dice: «Spero che mio figlio abbia un’opportunità di mettersi in luce, ma sono orgoglioso della stima del ct». L’opportunità – si legge sulla Gazzetta – sarebbe innanzitutto la Primavera. Nei corridoi si sussurra che la società tema qualche brutto infortunio. Il dg Pierpaolo Marino: «Non gli permettiamo di andare in Primavera, non gli serve. È un bocciolo d’orchidea. Condivido le parole del ct. Con Gravina parlai del progetto su Pafundi in cui crediamo. Infatti lo stiamo allenando al meglio».

 

CON LA MAGLIA NUMERO 7 Kylian Mbappé

Didier Deschamps pare aver deciso e l’Équipe ci fa la prima pagina: Kylian Mbappé sarà il nuovo capitano della Nazionale francese. Vincent Deluc scrive nell’editoriale: In generale, il potere viene preso più di quanto venga concesso, in Francia e altrove. Quando viene concesso, è meglio che il prescelto abbia già delimitato il suo territorio, ed è preferibile non confondere un capitano con il leader che nello spogliatoio parla più forte, come Patrice Évra nel 2010.

Quello di Mbappé, allora, è un potere mediatico e popolare, oltre che sportivo: è lui che ha messo in discussione gli accordi tra i Blues e la federazione sulla sponsorizzazione, quello che ha partecipato alla caduta di Noël Le Graët postando un tweet visto più di 100 milioni di volte, la sera della goffa uscita dell’ex presidente su Zinédine Zidane, quello che ha segnato tre gol nella finale dei Mondiali

Michel Platini aveva 24 anni e 2 mesi quando è diventato capitano, Deschamps 25 anni, Kylian Mbappé ci arriva a 24 anni e 3 mesi. Non esiste un’età giusta, dice il giornale francese. C’erano altri due candidati, ma per una questione di orizzonte (Olivier Giroud) e una di temperamento (Antoine Griezmann), Didier Deschamps li avrebbe scartati. Ora bisogna chiedersi, scrive Duluc, cosa farà Mbappé di questo potere e cosa farà il potere di lui. Finora ha saputo essere positivo per la squadra curando se stesso, la fascia lo costringerà a diventare positivo rivolgendosi agli altri

 

 

    Corriere della sera: Intervista a Luigi de Siervo. «Regole e lotta alla pirateria. Stadi nuovi e la serie A vola»

 ➣   Stavolta i tempi sono maturi per una partnership fra la Lega e i fondi di investimento?

«Il miliardo e mezzo che le società hanno perso a causa del Covid non è stato rimborsato da nessuno, neanche dai calciatori che non hanno fatto un euro di sconto. Altre realtà, come la Liga e la Ligue 1, hanno accettato forme di investimento da parte dei fondi di private equity. La Lega sta effettuando una riflessione: chiudiamo l’argomento o facciamo un approfondimento? La serie A ha voglia di lavorare con soggetti finanziari? E se sì in che forma? Il finanziamento è la strada che per ora sta raccogliendo il maggior consenso».

 ➣   A cosa servirebbe un ulteriore indebitamento?

«Le risorse servirebbero a commercializzare i diritti. La Lega potrebbe avanzare un’offerta diretta di contenuti al mercato».

 ➣  Per comprare Sky, come si è vociferato?

«È una delle ipotesi che ci è stata raccontata ma sarà l’assemblea a decidere. Tra le idee suggestive ricevute c’è anche quella di acquisire altre piattaforme, come Dazn, da utilizzare per trasmettere il canale della Lega». – intervista di monica colombo e daniele dallera, Corriere della sera

 

    La Gazzetta dello sport: È già partita la rivoluzione. Strappo Brozo, dubbio Lukaku. Correa, è finita. Mezza squadra può salutare a giugno. Da Handa a Skriniar, big senza rinnovi. E anche Gosens valuta se rimanere

 ◇  Alberto Polverosi, Corriere dello sport-stadio: Il problema dell’Inter non è Lukaku. È Dybala. Che c’entra? C’entra, c’entra. Dybala era il giocatore che serviva all’Inter, ancora più di quanto serve alla Roma. Avrebbe costretto Inzaghi a non rifugiarsi sempre nel comodo e arcinoto porto del 3-5-2. Simone avrebbe dovuto pensare, decidere, scegliere di volta in volta, con Dybala e due punte, con Dybala e Dzeko, o con Lautaro, o con Lukaku. L’acquisto dell’argentino avrebbe garantito una varietà tecnica che all’Inter manca, soprattutto ora che Lukaku proprio non c’è. Avrebbe allargato anche l’orizzonte di Simone, rendendo più imprevedibile, più fantasiosa una squadra (e un modo di giocare) che tutti conoscono a memoria e che tutti ormai sanno come frenare. Mancando la controprova siamo solo nel campo delle ipotesi, ma la coppia argentina campione del mondo, Dybala-Lautaro, sarebbe stata perfetta.

 

   L’Équipe: La grande giostra di primavera Mentre il PSG gira in tondo dentro e fuori dal campo, sorgono diverse domande che mettono sotto pressione anche la coppia Christophe Galtier-Luis Campos. Galtier dà l’impressione di non sapere più dove sta andando. Un gran numero di infortuni sollevano interrogativi

   L’Équipe: Sanchez gioca alla Ibra” –  Un  po’ come l’attaccante svedese quando è arrivato al PSG, il nazionale cileno ha portato più intensità in squadra al Marsiglia, dove è diventato un leader con l’esempio

 

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