Il futuro a rischio di Sports Illustrated

 

La notizia è arrivata su Zoom alle due del pomeriggio, probabilmente l’avranno chiamata una call. Sono piene di call ormai le giornate di lavoro, ma i cronisti di Sports Illustrated presto potrebbero non averne più. Quella di venerdì è durata sette minuti. Hanno saputo che l’azienda ha intenzione di licenziare un bel po’ di dipendenti, mettendo a rischio il futuro di quella che The Athletic chiama un’istituzione culturale americana e il New York Times definisce la Bibbia dello sport

Sono sul punto di essere buttati fuori in un numero significativo, forse tutti. Authentic Brands Group (ABG), il gruppo che possiede il marchio, ha revocato la licenza di pubblicazione a The Arena. Ottanta sono i redattori sindacalizzati, un’altra ventina non ha copertura. Jason Frankl, responsabile della trasformazione aziendale di Arena, ha detto allo staff che Sports Illustrated continuerà a essere pubblicato «in qualche forma», anche se ha ammesso che i dettagli del piano sono ancora in divenire. Parla sia di contenuti online sia di contenuti su carta. ABG ha revocato la licenza quando Arena ha saltato una rata trimestrale del pagamento da circa 3 milioni e 750mila dollari all’inizio di questo mese, nonostante un avviso di violazione, e adesso fa sapere che garantirà «la prosperità del marchio» e «la completa integrità dell’eredità». 

Formule vaghe. I redattori hanno ricevuto anche un’e-mail ufficiale che li informa dei licenziamenti in arrivo. Il messaggio dice che tutti riceveranno un’indennità di fine rapporto. Dovrebbe accadere nel giro di 90 giorni. C’è un gruppo di dipendenti che si è già visto disattivare la posta elettronica aziendale.

Sports Illustrated esiste dal 16 agosto 1954, al culmine della sua diffusione raggiungeva oltre tre milioni di abbonati. È stato venduto ad ABG dalla Meredith Corporation per 110 milioni di dollari nel 2019, Il Gruppo Arena ha successivamente ricevuto una licenza per gestire le attività editoriali, scorporate da quelle dell’area marketing. L’edizione su carta è passata da settimanale a bisettimanale nel 2018, nel 2020 è diventata mensile. La redazione fa sapere in via informale che il numero di febbraio 2024 è pronto, i lettori lo riceveranno il 25 gennaio. La chiusura del numero di marzo è prevista per la fine di gennaio e sarà in vendita il 22 febbraio. Al personale che lavora per la rivista di carta è stato comunicato di regolarsi come se quel numero fosse ancora in uscita. Frankl ha detto che la società «deve concentrarsi su altre aree di riduzione dei costi». A novembre Futurism aveva riferito che su Sports Illustrated erano presenti articoli con nomi di autori falsi, apparentemente scritti dall’intelligenza artificiale.

«Ho fatto per un anno atletica leggera all’Università del Delaware e circa dieci anni fa hanno chiuso la squadra – dice Jeff Pearlman, firma del New York Times, redattore a Sports Illustrated dal 1996 al 2003. «Quando succede, inizi a chiederti se quella cosa felice sia mai realmente esistita. È così che mi sento oggi. Sports Illustrated è stato il posto migliore in cui abbia mai lavorato. È il mio giornale preferito in assoluto. L’idea che possa morire è incredibile».  

La notizia dei licenziamenti arriva insieme ad altri cambiamenti nel settore dell’informazione. La direzione del Los Angeles Times ha comunicato ai suoi dipendenti che intende licenziare diversi redattori, dove diversi sta per molti. Molti giornalisti in posizioni di vertice hanno lasciato il Washington Post. Una società specializzata ha pubblicato un rapporto a dicembre secondo cui il settore dei media ha subito 20.342 tagli ai posti di lavoro, la cifra più alta dal 2020. «Le persone qui – dice a The Athletic uno dei sindacalisti di Sports Illustrated restando anonimo – erano depresse da un po’ di tempo. La storia dell’intelligenza artificiale è stata dura. Il morale è molto basso».  

 

Il precedente al New York Times

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Nel mese di settembre le stesse email e le stesse call hanno attraversato la storica sezione di sport al New York Times, dove Kurt Streeter raccontava il tennis e altro con uno stile tutto suo, perché dentro una partita scorgeva altro, per esempio «l’onnipresente eredità del razzismo» che aveva sconvolto la nazione dopo la morte di George Floyd e di Breonna Taylor – entrambi per mano della polizia. Era stato la settimana precedente a Flushing Meadows per il primo Slam di Cori Gauff, a un anno di distanza dall’addio di Serena Williams. Nei giorni in cui lo stavano strappando dal suo mondo, Streeter diceva su X di non essere stato mai «interessato al tipo di partite urlate che riempiono gran parte del giornalismo sportivo. Il mio obiettivo era scrivere in modo misurato di come sport e atleti incrociano le questioni sociali che agitano la nostra cultura. Ho cercato di essere una voce in questo spazio e di aggiungere un pizzico di narrazione, qualche pezzo occasionale condito di sfacciato divertimento».

Aveva scritto di pickleball e di flopping, la tendenza che esiste nel basket ad accentuare i falli per farsi fischiare uno sfondamento. «Più di ogni altra cosa – raccontava Streeter – ho cercato di vivere e testimoniare il più collaudato dei credo giornalistici: confortare gli afflitti e affliggere chi si sente a suo agio – oppure, nel mio linguaggio, combattere dalla parte degli outsider e degli esclusi, degli invisibili e dei trascurati». 

La notizia che il New York Times avrebbe chiuso la sezione sportiva era stata annunciata un paio di mesi prima. Il sindacato ha resistito per un po’ – forte di un mancato preavviso. La notizia era arrivata con un sms sul telefono un attimo prima di entrare in riunione. Una chiusura legata al successo di The Athletic, il web-magazine acquistato all’inizio del 2022 per 550 milioni di dollari, un fenomeno editoriale, l’astro nascente dell’informazione di settore, un nuovo modello per la sua copertura di altissima qualità di ogni cronaca e di ogni squadra, 150 pezzi quotidiani fra analisi, interviste, anticipazioni. Questo pesciolino un poco alla volta ha mangiato la balena dall’interno. La sezione online di sport del New York Times ora porta in cima alla home page la dicitura From The Athletic. Se ne occupano loro. L’ultima pagina di sport del New York Times non è stata una storia di licenziamenti. Nessuno ha perso il lavoro, tutti hanno perso un poco del loro mondo: agende, relazioni, sentimenti. Da tutti gli articoli di congedo pubblicati in quei giorni, emergeva un pezzo di vita sospeso, come ha scritto Juliet Macur: «Ho iniziato a lavorare in questa redazione 19 anni e mezzo fa e questo momento mi spezza il cuore».

La copertina dell’ultima edizione del lunedì a cura della storia sezione era dedicata alla storia di una calciatrice afghana a cui tempo fa hanno sparato, per costringerla a lasciare la casa. Kurt Streeter è stato trasferito a scrivere «articoli sulle meraviglie, la complessità, i problemi dell’America». Non è un incarico di poco conto, ma quando vieni dallo sport, da una certa idea di sport, ti pare che di quelle stesse cose ti stavi già occupando. Certe volte ti pare che lo stavi facendo perfino in modo più profondo e più onesto, soprattutto con quel famoso «sfacciato divertimento». [tutto qui]

 

Nelle parole con cui il New York Times racconta la vicenda di Sports Illustrated si può immaginare che ci sia un riflesso di quanto vissuto a loro volta. Kevin Draper e Benjamin Mullin raccontano di un declino della rivista in atto da anni, da quando Internet ha annientato le riviste cartacee. Scrivono che se anche Sports Illustrated sopravvivesse in qualche modo, ne uscirebbe gravemente ridimensionato. Parlano di un umore in redazione che è un misto di rabbia, di frustrazione e di confusione. C’è stato un tempo in cui arrivare sulla copertina di Sports Illustrated – ricordano – era l’ambizione massima, anche nell’era della televisione e di Internet. Il numero annuale in costume da bagno era un fenomeno della cultura pop. Non è solo una questione di carta, scrivono. Persino le startup che un tempo venivano acclamate come il futuro dell’industria dei media – fenomeni come BuzzFeed e Vice – hanno abbandonato o ridotto drasticamente i loro sforzi. Le azioni del Gruppo Arena valevano 14,20 dollari fino a giovedì. Venerdì venivano scambiate per meno di 1 dollaro.

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