La prima bici e il sassofono. A 59 anni Cassani è ancora lì che sogna, vive di progetti, di traguardi da inseguire, di strade da scoprire. Altre le sa a memoria, e percorrerle vuol dire tornare a casa. «Sono nato a Faenza perché a Solarolo non c’è l’ospedale. La mia casa era in via Molinello 2, a San Mauro, in campagna. Ho abitato lì ventotto anni, la mia mamma era figlia di mezzadri, papà faceva il camionista. Ancora adesso casa è la Romagna, quando sono qui sono in pace col mondo, esco tutti i giorni in bici, sto bene. Il mio lavoro è ancora una passione, forse è per questo che non mi pesa aver fatto anche l’anno che è appena passato centomila chilometri in macchina e aver dormito otto mesi in albergo, lontano da casa. In bici sono arrivato a 11.200 chilometri proprio l’ultimo dell’anno, ho fatto il Passo della Colla e poi sono tornato a Faenza».
Cassani è convinto che nella vita ci siano due giorni che contano più degli altri. «Il primo è il giorno che nasci, l’altro è quello in cui capisci il perché». Lui questa cosa della bici ce l’ebbe chiara a 7 anni, quel sabato in cui si mise sui Tre Monti ad aspettare il Mondiale. Quel giorno era andato lì per Gimondi e invece vinse Adorni. E Davide capì perché era venuto al mondo. «Per la prima bici però dovetti aspettare ancora, mio padre quando diceva una cosa era quella. Mi disse che non mi avrebbe mai pagato il motorino, e così fece. Per la bicicletta disse che avrei dovuto aspettare di avere 14 anni, e così fu». A Solarolo giocava in attacco e suonava nella banda del paese. «Il sassofono me l’aveva comprato mio padre a Bologna spendendo 240.000 lire, me lo ricordo ancora. Dopo le medie volevo andare al conservatorio ma mia madre non ne volle sapere di mandarmi a studiare a Bologna così piccolo, e allora andai a Faenza, a fare ragioneria». | Alessandra Giardini, Corriere dello sport-Stadio