Esiste una grazia nella sconfitta. Lo dice Ben Affleck

Ben Affleck se lo ricorda bene il momento in cui ha capito che non sarebbe mai diventato un  giocatore di basket professionista. Stamattina lo racconta alla rivista francese L’Équipe Magazine, nell’intervista di copertina, in occasione del successo al cinema di Air, il film che racconta come la Nike nel 1984 abbia sedotto un giovane Michael Jordan, sorpassando l’Adidas. Affleck racconta come fu che ebbe il suo primo paio di Jordan, il suo amore per le squadre di Boston e racconta perché una volta si è rifiutato di mettere un cappellino dei New York Yankees. Questi sono alcuni passaggi dell’intervista. 

 

 ➣  Lei aveva 12 anni quando Michael Jordan è stato arruolato da Nike nel 1984. Cosa ricorda?  

«Ero tifoso della squadra della mia città natale, i Boston Celtics, quell’anno vinsero il campionato. Mi piaceva Patrick Ewing, una star a Georgetown, aveva giocato la finale NCAA contro Michael Jordan quando North Carolina aveva vinto le Final Four nel 1982. Ewing aveva frequentato il mio liceo, viveva vicino a me. Era un eroe locale. Per questo ho visto Jordan segnare il tiro della vittoria, perché seguivo lui. Ma ero un ragazzino e non avevo modo di capire chi sarebbe diventato un giocatore speciale. Non saprei nemmeno dire in quale ​​momento mi sono reso conto di quanto fosse grande. È successo lentamente, nel corso degli anni».

 ➣  Che sneakers indossava in ​​quel momento?  

«Ho chiesto a mia madre alcuni dei suoi album fotografici e ho trovato una foto di me e mio fratello, tra la fine del 1985 e l’inizio del 1986, con le Jordan ai piedi. Ma prima – e l’ho messo nel film – era popolare Adidas. I ragazzi che volevano diventare breakdancer o rapper erano attratti da quel marchio e dalle sue tute. Nike era visto come un marchio per hippy di mezza età, gente della West Coast, era un’azienda di successo ma nella corsa, non nel basket. E me lo ricordo il passaggio a Nike. Ricordo distintamente quando Adidas ha smesso di essere cool e quando Nike ha iniziato a esserlo per gli adolescenti nelle grandi città americane».

 ➣  Com’è successo? 

«Frequentavo una scuola dove metà degli studenti erano afroamericani. Erano i ragazzi a cui volevi assomigliare. Era una specie di microcosmo, una finestra su come funzionano la cultura o la musica in America, spesso influenzata dagli afroamericani, per lo più in contesti urbani, prima di diventare mainstream. Oggi il rap fa parte della musica pop. È diverso dai tempi di Elvis Presley, quando gli artisti neri creavano musica, Elvis la riproduceva ed era lui che aveva successo. Il contributo dei neri alla cultura americana, nella musica e nella moda, è più riconosciuto rispetto a cinquant’anni fa. Ricordo i ragazzini afroamericani del quartiere che indossavano un abbigliamento particolare e che seguivano una certa squadra. Così, quello che facevano loro diventava la cosa interessante per tutti. Ne ho parlato con mia moglie [Jennifer Lopez, ndSl], anche lei cresciuta in una grande città, anche lei conosce molto bene la moda, la musica e la cultura. Ha confermato questa mia percezione».

 ➣  Air in definitiva è un film che riguarda più la cultura americana che lo sport.

«Direi che la cultura è la materia prima che oggi esportiamo di più. Non produciamo più niente negli Stati Uniti. E l’influenza della cultura afroamericana negli Stati Uniti è cresciuta. Deloris Jordan, la madre di Michael interpretata da Viola Davis, rappresenta quella generazione che merita di essere premiata per il contributo alla cultura. Il film è stato criticato come una celebrazione del capitalismo, credo che sia una visione ristretta. È una celebrazione di coloro che sono stati emarginati e trattati ingiustamente all’interno del capitalismo, in questo caso per via del razzismo».

 ➣  Il regista David Fincher racconta che le riprese di “Gone Girl” del 2014 sono state interrotte per diversi giorni, perché lei si è rifiutato di indossare un cappellino dei New York Yankees, nemici storici dei Boston Red Sox, prima di trovare un compromesso con un cappellino dei New York Mets. È vera questa storia? 

«David è un bugiardo con un grande senso dell’esagerazione, soprattutto quando ha la possibilità di sfottermi. Gli piace parlare di questo aneddoto in modo sempre più assurdo, per vedere se la stampa pubblicherà una storia totalmente folle senza verificare o farsi delle domande. L’idea che avremmo interrotto le riprese per una settimana perché mi sono rifiutato di indossare un cappellino degli Yankees è pazzesca. C’è una scena in cui il mio personaggio compra un berretto all’aeroporto e David voleva che fosse un berretto degli Yankees. Ho detto che non pensavo fosse una buona idea. La verità è che non solo non volevo mettere il cappello della squadra avversaria della mia, durante l’infanzia, ma pensavo che l’immagine avrebbe potuto sviare l’attenzione dello spettatore. Si sa che sono tifoso dei Red Sox. L’ho spiegato a David. La conversazione sarà dura venti minuti in tutto. Sono molto amico di David. Lo adoro. È un regista brillante. Lavorare con lui rimarrà una delle migliori esperienze della mia vita. Farei qualsiasi cosa per lui. Tranne indossare un berretto degli Yankees. Tutto questo l’ha divertito moltissimo. Mi considera una persona ragionevole, all’inizio credeva fosse il capriccio di un attore. Quando gli ho spiegato le mie ragioni, ha capito. Non c’è stato alcun ritardo nelle riprese. Ma forse non dovrei distruggere in questo modo una leggenda. Non bisogna rovinarla con la verità».

Qual è il suo ricordo più bello da tifoso?  

«Il titolo dei Red Sox alle World Series. Non vincevano dal 1918, quasi un secolo. Pensavamo che ci fosse una maledizione. I Celtics sono forti quest’anno. Li ho visti giocare a Los Angeles all’inizio della stagione. Sono ottimista. Ma quando ero bambino, a Boston le squadre professionistiche erano pessime. I Patriots erano terribili. I Celtics pure. I Red Sox perdevano sempre. Essere appassionato di sport mi ha insegnato ad accettare il fatto che si potrebbe anche non vincere mai, ma che nella sconfitta esiste una sorta di nobiltà, una specie di grazia» – intervista di loïc pialat, L’Équipe Magazine

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