Il cervello di un portiere è differente

 

La gente vuole il gol. Anche la FIFA vuole il gol. Hanno cambiato le regole, per quello. Quando vede una partita di calcio, la gente vuole il gol. Meglio se più di uno. Già questo rende il portiere un uomo solo. Il nemico dei desideri pubblici. Uno che sta di qua, perché le sedie di là sono tutte occupate. È il tipo che su e giù cammina come sentinella [Questo è Umberto Saba]. Il tipo a cui si può dedicare una poesia beffarda, quasi una filastrocca, come fece Alfonso Gatto per il suo Boccaccio [E difatti il buon Boccaccio / col berretto e col gallone, / mani pronte e spazzolone, / oggi è a guardia d’un portone / dove passano persone / che fermare egli non può, / dieci venti cento e più] oppure un romanzo come Peter Handke, un romanzo che diventa un film d’autore con Wim Wenders. Difficilmente una canzone. Nelle canzoni, casomai, un gol il portiere lo fece passare. 

Il portiere è un uomo solo perché spesso è stato un ragazzo solo. Nelle vite dei portieri ci sono certe circostanze così eccezionali che paiono inventate. Il rumeno Adamache morì annegato nel giorno in cui portò sua moglie in barca al lago per far pace con lei, il nordirlandese Harry Gregg tirò fuori i compagni del Manchester United dalla carcassa dell’aereo distrutto nell’incidente, il polacco Edward Madejski è stato arrestato in vita sua prima dal regime nazista e poi dal governo comunista. Il portiere della nostra squadra da ragazzi invece veniva alle feste per mettere i dischi. Per dire. Se non c’era un portiere vero, in porta ci andavano i più scarsi. Anche se avevano gli occhiali. Il trucco, se eri scarso e avevi gli occhiali, consisteva nel portare pallone. Era l’arma del ricatto. In porta io? Ciao, e te ne andavi. 

Per sentirsi meno soli, qualche volta si giocava a portiere volante, il portiere che può scendere anche in attacco. In realtà, come dimostra Provedel, non c’è nessuna regola che lo impedisca, in nessun caso. Oppure si giocava a porta americana, una sorta di soluzione obbligata in caso di partecipanti dispari. Il portiere è uno, il dispari, e tutt’e due le squadre dovevano far gol a lui. Più solo che mai, in quel caso. Il più solo fra i soli.

Amare il ruolo del portiere è un gesto d’opposizione. Giocava portiere Josè Saramago: Mi attirava quella posizione solitaria, lontana da tutti, costretto ad una sorta di incomunicabilità, il portiere è l’uomo sul quale ricadono tutte le angustie del calcio. Chi occupa quel ruolo deve avere rispetto degli altri, una gran forza d’animo e molta sicurezza. Di portieri ha scritto Cesare Pavese: Il mestiere del portiere sviluppa le attitudini meditative. Si vede il mondo arrabbattarsi davanti e si fa niente. Qualche volta ti para un colpo dell’avversa fortuna. [L’acqua del Po]. Giocava portiere Albert Camus e diceva quella frase ormai famosa assai: Tutto quello che ho imparato dalla vita l’ho saputo dal calcio. Giocava in porta, raccontano, perché aveva un solo paio di scarpe, sua nonna lo convinse che così si sarebbero consumate di meno. Amavano giocare in porta Vladimir Nabokov e Che Guevara. Una voce dal fondo dice: pure Julio Iglesias.

 

Qualche settimana fa, Marco Ciriello ha scritto su Domani che il portiere è il principio, lo scarto, la maglia differente, quello che la può prendere con le mani – sempre meno – avvolte dai guanti come Burt Lancaster nel Gattopardo, a volte anche ballando, il limite e soprattutto la follia che sta sulla linea a sorvegliare la gabbia. Più di un secolo di calcio ci dice che per andare in porta serve essere un po’ Yanez, un po’ San Sebastiano, un po’ Petit o per dirla in un tweet: un Lama salgariano. Pazienza e audacia. La corda pazza ce l’hanno tutti, poi c’è chi la declina in silenzi e dimissioni sciasciane come Dino Zoff, chi in esplicitazioni clownesche come Bruce Grobbelaar e chi in gol come Ivan Provedel.

 

 

Questa diversità del portiere così facilmente percepita da scritti e biografie, adesso pare sia riconosciuta anche dalla scienza. Il cervello dei portieri è differente. Sembra sviluppi la capacità di unire più rapidamente i puntini presenti nella realtà. Una volta Brad Friedel disse che per poter fare bene questo lavoro, bisogna essere in grado di pensare fuori dagli schemi. C’è uno studio, pubblicato da Current Biology e rilanciato dal Guardian, che gli dà ragione. Ha scoperto che i portieri hanno meno tempo per prendere una decisione. Nel senso che percepiscono il mondo in modo diverso e reagiscono più in fretta. Molti studi precedenti avevano sottolineato differenze fisiologiche e prestazionali, ma nulla si sapeva delle capacità percettive o cognitive. 

Michael Quinn, ex portiere della Premiership irlandese, sta studiando per un master in neuroscienze comportamentali all’Università Collegio Dublino e dice: «A differenza di altri giocatori di calcio, i portieri sono tenuti a prendere migliaia di decisioni molto velocemente, basandosi su informazioni sensoriali limitate o incomplete». La sua abilità dipende dunque dalla maggiore o minore capacità di combinare più informazioni provenienti da sensi diversi. Quinn e i ricercatori della Dublin City University e dell’University College di Dublino hanno reclutato 60 portieri professionisti, altri giocatori di movimento e persone che a calcio non giocano affatto, per una serie di test, indagando nelle differenze emerse per distinguere una serie di suoni separati gli uni dagli altri. Così hanno misurato l’intervallo di tempo in cui i diversi segnali sensoriali vengono fusi insieme nel cervello.

I portieri si sono rivelati i più rapidi a unirli, ma pure i più bravi a tenerli separati. Ci riescono, secondo lo studio, perché la loro è un’attività multisensoriale. Non richiede solo informazioni visive, ma anche uditive. In alcuni casi, non vedono la palla, ma devono immaginare dove possa finire dal rumore. 

Il Guardian dice che non è ancora chiaro se queste differenze derivino dal tipo di allenamento oppure se una certa abilità naturale spinge giovani giocatori verso quel ruolo là. Ora i ricercatori stanno considerando uno studio analogo nel calcio femminile. 

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