A piangere, andiamo a piangere, titola stamattina L’Équipe in prima pagina, dopo la sconfitta della Francia per 29-28 nei quarti di finale contro il Sudafrica. “Queste lacrime saranno eterne”, considera Renaud Borel, perché “una delle più belle squadre mai avute dalla Francia è caduta, davanti a un Sudafrica meno talentuoso ma di un realismo clinico. Il fallimento pareggia la delusione: immenso”.
Antoine Dupont, probabilmente oggi il miglior giocatore al mondo, così atteso, così cercato, è andato in campo com’era previsto, con il caschetto protettivo, ma non è bastato. La Francia è stata eliminata, secondo Borel, “al termine di una partita mostruosa per intensità e intelligenza tattica”. C’è anche il rammarico per un’azione considerata irregolare, 22esimo minuto, la malizia di Cheslin Kolbe che avanza verso un tentativo di trasformazione di Thomas Ramos e lo blocca con le braccia alte, muovendosi in anticipo. Un gesto, scrive L’Équipe, che “racconta tutto della cultura del dettaglio e della determinazione sudafricana, ma non dice di come la banda di Fabien Galthié non sia riuscita a superare una trappola che sembrava alla sua portata”.
Così, questa nazionale sarà costretta a “masticare eterni rimpianti: non aver saputo sfruttare al meglio i momenti migliori del secondo tempo, dopo aver scritto il primo per i libri di storia. Quaranta minuti di rugby totale e febbrile, in perfetta opposizione a quello che sarebbe seguito”.
È il momento in cui il rugby francese si sente crollare addosso tutto il peso della macchina organizzativa messa in piedi per anni, per arrivare al traguardo del titolo mondiale. Una macchina costata la decapitazione dei vertici federali, fino alle dimissioni di Bernarde Laporte, condannato in primo grado per corruzione in un procedimento, arrestato per riciclaggio di frode fiscale aggravata in un altro.
Scrive ancora Borel: “Se stamattina il vostro caffè sa di aceto, se la faccia con cui vi siete svegliati vi dà fastidio, non buttate però via tutto. È solo un brutto momento da affrontare. Se dopo questo spettacolo non vi sarete convertiti al rugby, se dopo il fine settimana appena trascorso non avete preso il diploma di respirazione in apnea, non tornate a vedere la sesta settimana dei Mondiali. Onestamente, non avete il cuore”.
Sono Mondiali bellissimi, anche senza la Francia uscita di scena, anche senza l’Irlanda numero #1 al mondo, eliminata. Ci sono in semifinale tutti i campioni del passato tranne l’Australia e per la prima volta nella storia sono rappresentati quattro continenti. Tre semifinaliste sono uguali al 2019 [Nuova Zelanda, Sudafrica, Inghilterra], lo strappo rispetto al canone è l’Argentina, l’unica nazionale a poter vincere per la prima volta.
L’Équipe considera che “stamattina, guardando il cast delle semifinaliste, è quasi irreale dire che questi Blues, fantastici da quattro anni, dotati di super talenti in quasi tutte sue linee, guarderanno le ultime partite dal divano. È crudele e insensato, ma è così. Un capitale sperperato – fa Borel – in una serata dantesca”.
Vincent Duluc firma l’editoriale parlando di “cuore della tristezza” e di una prospettivain cui “il concetto di prima volta è stato rimpiazzato dal suo solito sostituto: la prossima volta”.
Sarà tra quattro anni, in Australia, ma comedice Duluc, “il bello dello sport è dover aspettare tanto prima di sperare, sapendo che i treni passati forse non torneranno, giocandosi il proprio destino ogni quattro anni, in meno di 10 secondi per diventare campioni olimpici dei 100 metri, oppure in un’ultima azione, alle 22.53 di un 15 ottobre. Poteva essere una bella storia”.
Con la partita della Francia L’Équipe arriva fino a pagina 15. Con i Mondiali di rugby fino alla 21.
Quattro anni passeranno, d’accordo, sostiene Le Figaro, ma in Australia nel 2027 non sarà come stavolta in casa. David Reyrat pone una questione: “Come ha fatto questa squadra a non far meglio di chi è venuto prima? In dieci edizioni, mai i Bleus avevano avuto così tante risorse, così tanto sostegno, per conquistare finalmente il loro primo titolo mondiale. Fabien Galthié ha ottenuto uno staff di una cinquantina di persone, tutti i massimi esperti in ogni posizione, un esercito al servizio dei giocatori. Per un costo impressionante che probabilmente la federazione non potrà più sostenere, dopo questo fallimento. L’allenatore aveva convinto la Lega a fornirgli 42 giocatori e non 33, per tutti gli stage di preparazione e tutti gli allenamenti”. Non succederà più.
Elogio di Antoine Dupont
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Ma il più bell’elogio di Antoine Dupont arriva dall’Inghilterra, dal pezzo di Jonathan Liew sul Guardian. Racconta di un giocatore che “arranca sul prato, stordito e senza direzione, con le mani giunte sulla testa. È un posto che conosce e una sensazione inedita. Si passa la maglia sul viso, ma le lacrime ancora non scendono, allora la abbassa di nuovo. Forse per la prima volta su un campo da rugby, Dupont non ha idea di cosa dovrebbe fare”.
E qui abbiamo il passaggio candidato a diventare la frase dell’anno: “Gli hanno prima spaccato la faccia e poi gli hanno spezzato il cuore”.
Liew dice che “gli sarà di scarsa utilità sapere di aver giocato da protagonista in quella che forse è stata la più grande partita mai vista. I 73 passaggi che ha effettuato – quasi quattro volte di più di quelli di tutti i suoi compagni di squadra – gli parranno inutili. L’ironia sta nel fatto che nella partita più importante della sua vita, Dupont ha offerto una prestazione degna di questo evento. All’inizio della settimana si era parlato molto della necessità che la Francia avesse di proteggere il suo talismanico mediano di mischia e il suo zigomo fratturato. Alla fine è stato Dupont a proteggere la squadra: coprendo i buchi, custodendo la palla come un tesoro prezioso. Scrivo questo articolo circa mezz’ora dopo la fine della partita e mi sembra ancora sbagliato parlarne al passato. È stata una partitache ha come distorto il tempo attorno a sé, svolta a una velocità e a un’intensità difficili da elaborare in tempo reale. Gli individui possono cambiare le partite, ma sono le squadre a vincerle e perderle. Il magnifico Sudafrica ne è la prova definitiva. Ti sforzi per quattro anni, metti insieme un piano, batti i migliori al mondo e niente di tutto questo ti protegge dal crepacuore. Dobbiamo esser pronti a soffrire, aveva previsto Dupont alla vigilia. Ma lunedì mattina si sveglierà con quel tipo di dolore al quale nessuno è mai veramente preparato”.
La semifinale dell’Inghilterra
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E gli inglesi che dicono? Eh, gli inglesi quasi non ci credono. Nei giorni scorsi la stampa sottolineava quanto sia stato sbilanciato il tabellone in favore della loro nazionale. Agli irlandesi è toccato giocare con il Sudafrica nel girone, vincerlo, e poi uscire con la Nuova Zelanda ai quarti. All’Inghilterra l’avversaria più debole dei quarti, le Fiji. Alex Lowe sul Times stamattina racconta: “Mentre i giocatori insanguinati e contusi cominciavano a salutare le loro famiglie e ad applaudire i loro tifosi, dagli altoparlanti dello Stade Vélodrome risuonava A Hard Day’s Night, seguito da I’m Still Standing. Il DJ dello stadio conosce chiaramente il rugby. È stata una partita frenetica in cui l’Inghilterra ha lentamente esercitato il proprio controllo attraverso una prestazione difensiva coraggiosa, guidata dalle eccezionali prestazioni di Tom Curry, che ha concluso 19 contrasti. Una nazionale inglese non molto tempo fa avrebbe perso questa partita, ha detto il cittì Borthwick.
Oliver Brown, l’editorialista più conservatore del conservatore Telegraph, ha invece deciso di farsi andare comunque di traverso questa semifinale. Trova irritante che la partita dell’Inghilterra sia stata pomeridiana, “un atto di riscaldamento della Coppa del Mondo. Non siamo abituati al fatto che l’Inghilterra sia l’antipasto durante la fase a eliminazione diretta. Non è nella natura dell’Inghilterra tollerare uno status secondario”.
Niente, dai, succede, ci sono giorni che uno si sveglia così.