Quando Jordan disse che se ne andava

 GLI ANNI CON IL TRE

 

Il 6 ottobre del 1993, in una affollatissima conferenza stampa, a pochi giorni dall’inizio del nuovo campionato, Michael Jordan annunciò a sorpresa il suo addio alla pallacanestro. Aveva vinto tre anelli con i Bulls e due ori olimpici con la nazionale. Tre mesi prima, suo padre era stato ammazzato in circostanze poco chiare. Magic Johnson disse: «Capisco la sua decisione. Ogni tanto nella vita si vuole essere lasciati in pace, senza essere costantemente sotto il microscopio. Ma sono convinto che tra uno o due anni Michael infilerà di nuovo la maglietta numero 23 per dimostrare di essere sempre il re».  

 

“Singhiozza, e non vuole sentire ragioni, il ragazzino di Harlem, dai capelli riccissimi e le Nike slacciate ai piedi. «Perché Michael ci ha tradito?» chiede in lacrime di fronte alle telecamere di una tv locale. «Perché  Air Jordan non vuole più volare sui campi di basket e farci sognare?». … «Non ho più nulla da raggiungere, non posso più superare me stesso, ho perso ogni entusiasmo, mi sento demotivato. Ed è giusto, a questo punto, andarmene in pensione, senza aspettare l’inevitabile declino». Ma le spiegazioni di Jordan non sono servite a convincere, né tanto meno a rincuorare, milioni di teen-ager dei ghetti e centinaia di milioni di tifosi in giro per il mondo, che da ieri si sentono orfani.  Guadagnava moltissimo, 53 milioni di dollari, 80 miliardi di lire,   il campione sembrava incrollabile, e lo aveva confermato questa estate dopo l’assassinio del padre. Non è stata la tragedia a convincere Jordan al ritiro. C’erano grandi aspettative per la prossima stagione, anche per l’arrivo dalla Croazia di Toni Kukoc. Adesso dovranno essere rifatti tutti i piani e non si potrà contare sul ruolo centrale sempre assunto da Jordan e sul suo one man show. …

Per troppo tempo la sua stella ha illuminato gli sportivi e ha ispirato masse di giovani diseredati, per i quali Jordan ha rappresentato sempre, sin dalle prime stagioni vittoriose con la squadra di Chicago, un modello. Di origini umili, con un temperamento affettuoso, aperto, sempre cordiale con i compagni di squadra, Michael era l’esempio dell’americano che si fa strada da solo nella vita, che diventa ricco e famoso grazie alla sua abilità. E rivolgendosi proprio a questi ragazzi, nell’ incontro di ieri con la stampa, la superstar ha detto, con tono da filosofo: «Il basket è bello, ma la vita offre anche altre cose che non lo sport». Forse è vero per lui, che con i milioni di dollari guadagnati in un decennio potrà dedicarsi a proficue attività economiche, «realizzando il sogno americano» come ha detto il proprietario dei Chicago Bulls. Forse non è altrettanto vero per i suoi piccoli tifosi di Harlem o di altri ghetti americani, che si ritrovano con le pareti tappezzate da fotografie di Michael ma senza più l’eroe da amare e imitare”.

di arturo zampaglione, Repubblica

 

tracce  Come se ne vanno i grandi 

“Il guaio di un ritiro è che ti fanno credere che il mondo non sarà più lo stesso senza di te (e non è vero), ma soprattutto ti fanno subito i conti in tasca, che tu sia un giocatore della Nba o un anziano della Calcestruzzi Riuniti. Non è invidia, solo paura del futuro: tutti pensiamo immediatamente alle pantofole per la vecchiaia. «Si parla di 100 miliardi di guadagni» titolarono mentre Bjorn Borg metteva la sua racchetta di legno in naftalina nel 1983. Sembravano tanti, quando l’orso svedese se ne andò, ricco, grande, a soli 26 anni.

«Non ho più le motivazioni di una volta. È difficile giocare senza stimoli». Sbagliò un passante di diritto incrociato il 31 marzo al secondo turno del torneo Montecarlo. A batterlo un ventenne di nome Leconte. Scatenò scienziati e azzeccagarbugli. Uno psicologo preveggente spiegò: «Secondo me Borg tornerà, facciamogli solo smaltire lo stress». …

La nostalgia, i soldi, la solitudine. Chissà. Pelé, invece, inventò il ritiro graduale. Prima lasciò la nazionale, poi il Santos, infine i Cosmos e il pallone. C’era tanta gente, c’erano tanti tanti campioni e c’era pure tanta retorica. «La mia missione è finita, ora posso anche morire» disse Pelé che naturalmente è vivo, vegeto e miliardario. Quel giorno, l’1 ottobre 1977 a New York, lo venne a trovare Clay. «Siamo i più grandi del mondo, non ci sarà più nessuno come noi». Fino al prossimo ritiro”.

di roberto perrone, Corriere della sera

 

The Jordan rules, le leggi di Jordan, è forse un libro malevolo, ma è la biografia di un dittatore, poco amato dai compagni, legato a un suo ristretto e onnipotente clan. Ma più dello spogliatoio, il suo buco nero erano le notti al casinò prima delle partite di play-off. O i suoi assegni trovati addosso a uno spacciatore (persi a poker, ammise lui). O i debiti di gioco non pagati. O le scommesse milionarie sulle proprie, adorate partite a golf. Tanti piccoli guai che oggi accendono grandi dubbi. La maglia numero 23, i berrettini, le Nike nere etichettate Air (27 miliardi annui per lui), il cranio rasato, tutti i flash imitatissimi dai ragazzini del basket, cessano ora di essere lo spot vivente della ricca e felice NBA. Tramontato nell’Aids il sorrisone di Magic, finito alla scrivania Bird, le resta l’uomo nuovo, anzi l’omone: Shaquille O’ Neal, il gorilla dopo la pantera, il carrarmato dopo l’uomo volante. Ma Air era un’altra cosa.

di walter fuochi, Repubblica

 

Quando poi se ne andò davvero

 

È il 16 aprile del 2003 e mancano 2 minuti e 35 secondi alla fine della partita tra i Philadelphia 76ers e i Washington Wizards. Gli ospiti sono sotto, Micheal Jordan è già in panchina da un po’ quando la folla inizia a scandire quel coro. Allora il coach Doug Collins si volta, lo guarda e gli dice: «Li senti Mike? Devi entrare, anche se non vuoi». Lui stringe i lacci delle scarpe, si alza, entra in campo e segna. Per l’ultima volta.

 

IL PODCAST SULL’ULTIMO CANESTRO DI MICHAEL JORDAN

 

 

LEGGI ANCORA

  La riabilitazione di Michael Jordan come attivista

Nel ventesimo anniversario dell’ultima partita della sua carriera, mentre nei cinema è arrivato Air, il giornale americano procede a smontare la tesi che ha rappresentato in tutto questo tempo il rovescio della medaglia della Jordan-mania, il suo distacco dalle questioni che riguardavano la comunità afro-americana, le lotte sociali per il cambiamento. È una versione nata dalla citazione forse più memorabile che gli viene attribuita: «Anche i repubblicani comprano scarpe» 

Slalom 15 aprile 2023

 

Il giorno che Magic chiamò Jordan e aveva paura di morire

Una telefonata da Los Angeles l’aveva fatta anche Magic Johnson. Era uscito da uno studio medico, aveva aperto la busta del referto medico, entrò in macchina e compose il numero di un cellulare di Chicago. Il tipo dall’altra parte stava guidando in autostrada e gli chiese solo: «Sei sicuro?». «Certo che sono sicuro, sei il primo a cui lo dico». Michael Jordan seppe così che Magic Johnson stava lasciando il basket, ma soprattutto che aveva una paura fottuta di morire. Era sieropositivo. “Era come se Coppi l’avesse detto a Bartali” ha scritto Emanuela Audisio per Repubblica.

Slalom 7 novembre 2021

 

Il terribile segreto dell’uomo che gestisce il brand Jordan

Alle pareti dell’ufficio di Larry Miller ci sono dei guantoni rossi autografati da Muhammad Ali, una foto del presidente Barack Obama che gioca a basket, un autografo di Michael Jordan. Nella palazzina che porta il nome di Sebastian Coe, all’interno del campus Nike a Beaverton, nell’Oregon, lavora l’uomo che dal 2012 amministra il marchio Jordan per l’azienda, un caro amico di MJ, un legame forte con David Stern nei decenni scorsi e una confidenza speciale con Kanye West. È stato anche presidente dei Portland Trail Blazers, tra il 2007 e il 2012. Nascondendo per tutto questo tempo un terribile segreto. 

Slalom 14 ottobre 2021

 

  La lezione di Jordan sulla leadership

Ricorderemo The Last Dance come qualcosa in più di un documentario. È stato un pezzo importante della nostra esperienza in isolamento. “Te lo ricordi quando c’era il virus?” “Sì, me lo ricordo. Il lunedì c’era Jordan”.  Uno di quei gioiellini capaci di unire. Un ponte fra generazioni. Nonostante la fruizione cambiata, i device, lo streaming e l’on demand, The Last Dance è stato in molte case un altro frammento di tempo condiviso. 

Slalom 19 maggio 2020

 

  Quale Jordan ci racconta la docuserie

La prima volta che si vede Michael Jordan, Michael Jordan non si vede.  È di schiena. Ci dà le spalle. Senza il numero 23.  È seduto davanti a una vetrata. Sta guardando fuori, sta guardando la sua vita passare.  Ma soprattutto. La prima volta che si vede Michael Jordan, Michael Jordan è solo. 

Slalom 21 aprile 2020

 

AMERICHE

James Harden è diventato carino e coccoloso

 

Il Barba sorride di nuovo. Il Barba ha smesso di fare i capricci. Il Barba non è più in sciopero contro la sua squadra, i PHiladelphia 76ers. Giovedì si è presentato al campo d’allenamento della Moby Arena e non ha neppure insultato il presidente Daryl Morey, incredibile, pare perfino che si siano sorrisi. Eppure, nel mese di agosto, James Harden lo aveva definito un bugiardo e aveva giurato che non avrebbe mai più fatto parte di un’organizzazione in cui ci fosse stato lui, una cosa assai vicina a quella che dice Woody Allen, ma di sé stesso. Allora The Athletic si chiede cosa sia cambiato, perché ha scelto di presentarsi al lavoro e di comportarsi in un modo così professionale e inatteso. 

“La risposta più ovvia – ricostruiscono Sam Amick e Shams Charania – ovviamente è il denaro.  Harden sta evitando il destino finanziario vissuto da Ben Simmons quando perse circa 20 milioni di dollari durante il suo stallo con i Sixers, nella stagione 2021-22. Ma al di là delle questioni economiche, fonti della lega dicono che Harden rimane fiducioso nella buona riuscita di uno scambio con i Clippers e crede che per ora sia saggio non forzare la mano. I Clippers, secondo fonti della lega, faranno di tutto per realizzarlo”.

 

   EMBIID VO’ FA’ L’AMERICANO

Essere o non essere. Gioco con il Camerun dove sono nato o gioco con la Francia che mi ha dato un passaporto? Il dilemma gironzolato dentro la testa di Joel Embiid per l’ultimo anno e mezzo si è risolto. Goocherà per gli Stati Uniti, il paese che l’ha accolto, «dove è nato mio figlio», dove lo hanno incoronato mvp della NBA. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 andrà con la canottiera di un Dream Team che promette [o minacca] di essere il più Dream di sempre. Secondo Shams Charania, uno che sgranocchia scoop di pallacanestro come cereali a colazione, avrebbe comunicato la sua decisione all’amministratore delegato della federazione, Grant Hill, andato di persona a Fort Collins, nel ritiro dei 76ers in Colorado, per capire che aria tirava. The Athletic dice che ieri Hill ha festeggiato il suo 51esimo compleanno e non è stato un brutto regalo. 

Nel 2022-23 Embiid ha segnato una media di 33.1 punti, ha preso 10.2 rimbalzi e sevrito 4.2 assist a partita, tirando con il 54,8%. Gli USA puntano alla sua quinta medaglia d’oro olimpica consecutiva e da un paio di Mondiali a questa parte hanno imparato che se non si presentanto con tutte le stelle, come Iddio comanda, c’è qualcuno che dall’Europa gli fa uno scherzo, una volta è la Spagna, un’altra è la Germania. 

“I francesi pensavano da tempo di essere i favoriti per Embiid – racconta The Athletic – anche l’omologo di Hill, Boris Diaw, ha incontrato Embiid più volte, così come pure giocatori francesi alla Evan Fournier. Embiid aveva ottenuto sia il passaporto francese sia quello americana nell’estate del 2022. Una battuta che gira in NBA – spiega Joe Vardon – è che Embiid abbia stabilito pure il record di cittadinanze in una sola estate”.

Riassunto delle adesioni precedenti. LeBron James vuole andare alle Olimpiadi. Secondo fonti NBA avrebbe parlato [o convinto] Stephen Curry, Kevin Durant, Anthony Davis, Jayson Tatum, Draymond Green. Per conto loro hanno offerto la proprio disponibilità a giocare Devin Booker, Damian Lillard, De’Aaron Fox, Kyrie Irving. Se andassero tutti, si potrebbe giocare per il bronzo. Oro e argento glieli diamo tutt’e due, prima di cominciare. 

In Francia l’hanno presa malissimo. L’Equipe parla di affronto e scrive che Embiid è 2 metri e 17 di inganno.  

 

CHI ERA DICK BUTKUS

È morto all’età di 80 anni Dick Butkus, leggendario linebacker dei Chicago Bears e membro della Hall of Fame del football americano. Il Washington Post lo ricorda come un interpreto del gioco duro, andava in campo “con una ferocia degna di nota anche per la ruvida NFL degli anni ’60. Butkus era una forza che girava il campo da una parte all’altra alla ricerca di avversari da abbattere. Originario di Chicago, aveva studiato all’Università dell’Illinois, diventando una figura particolarmente amata dai fan dei Bears, che vedevano nella sua tenacia un riflesso della loro identità cittadina. «Avevo paura di lui e allora ho giocato insieme a lui» ha detto una volta l’ex compagno di squadra Doug Buffone alla ESPN . «Mi mettevo esterno, guardavo al centro e pensavo: – Grazie a Dio è dalla mia parte. Non ha fatto mai prigionieri». Il Washington Post scrive che Butkus ha contribuito a trasformare il suo ruolo posizione nel più iconico tra quelli in difesa. 

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