Correre, lanciare, saltare: il mondo dei gesti naturali si mette in marcia. Guida ai Mondiali di atletica

    Il mondo che da domani comincia a correre, a lanciare, a saltare, da un po’ vuole dirci qualcosa, ma non riesce ad arrivare fino in fondo alla sua frase. Nello sport dei gesti essenziali e naturali, le donne e gli uomini dell’Europa stanno arretrando, stanno perdendo l’antica egemonia. Sia ai Mondiali di Doha di quattro anni fa sia a Eugene nel luglio del 2022 solo all’ultimo giorno sventarono uno storico sorpasso dell’Africa nel medagliere.

A un’ora dalla fine della manifestazione in Qatar, l’Europa era a otto ori, l’Uganda aveva preso il nono nei 10.000 metri con Joshua Cheptegei. Il pareggio arrivò con una ragazza tedesca di padre tanzaniano, Malaika Mihambo, salto in lungo. Un altro segno. Le vene dell’Africa che danno sangue ad una pigra Europa ormai incapace di vincere e che spesso lo fa con la fame e con il respiro dell’Africa, scrisse Emanuela Audisio su Repubblica.

A Eugene la storia si ripeté. Quando mancavano le otto gare dell’ultima giornata, nel Vecchio Continente tirava un’aria di Antico, prima che finisse 10-9 per l’Europa e non 10-9 per l’Africa. Fu decisiva di nuovo lei, Malaika, con il suo sesto e ultimo tentativo, un atterraggio nella sabbia a 7 metri e 12. Passò di 10 centimetri la nigeriana Ese Brume ma non riuscì a evitare il secondo peggior raccolto di sempre consecutivo. Dieci ori da 10 paesi diversi. La Polonia fu il paese leader aggiungendo tre argenti e quattro bronzi, ma solo ottava nel medagliere. La Francia si salvò dallo zero assoluto con Kevin Mayer nel decathlon, tornando a casa con il peggior risultato degli ultimi trent’anni. Era un paese guida. La Germania fece il peggior Mondiale degli ultimi venti, la Gran Bretagna degli ultimi quindici. Quarant’anni fa, quando la storia dei Mondiali era iniziata a Helsinki, l’Europa aveva banchettato con 28 medaglie d’oro per l’Europa, l’Africa e l’Asia erano a zero. Due medaglie su tre venivano da Germania Est, Unione Sovietica e Cecoslovacchia, tre paesi che non ci sono più. Il declino non è arrivato all’improvviso. È da 10 anni che nessun paese europeo riesce a piazzarsi fra le prime tre del medagliere. L’assenza della Russia che si dimena tra sanzioni per il doping e bando per la guerra è un fattore, ma non spiega tutto. Il mondo dello sport è un campo largo. La circolazione delle idee ha fatto crescere in meno di mezzo secolo paesi che non erano sulla mappa. I detentori dei saperi spesso si sono seduti. 

 

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Aspettiamo di vedere come andrà. La rivista Track And Field, quella che chiamiamo la Bibbia di settore, ha fatto le sue previsioni. Il sito Queen Atletica ci ricorda che prima di Tokyo aveva previsto zero ori per l’Italia e invece furono cinque, ma in effetti fu un risultato fuori dal mondo. I pronostici americani restano un punto di riferimento e danno gli USA nettamente davanti a tutti con 12 ori, 11 argenti, 7 bronzi. Nessuno dovrebbe andare oltre i quattro titoli del Kenya, i tre di Etiopia e Norvegia. Per l’Italia hanno previsto otto finalisti, tredici piazzamenti fra i primo-10 e solo due podi, l’argento del marciatore Massimo Stato nella 35 km e l’oro nel salto in lungo per Larissa Iapichino. Immaginano che Gianmarco Tamberi chiusa quarto, che Marcell Jacobs non si qualifichi neppure per la finale, così come la staffetta 4×100 e Antonella Palmisano nella marcia, gli altri ori dei Giochi. 

 

 prospettive La serie Netflix   ►  La nuova universalità di mamma atletica è riconosciuta pure da Netflix. La Box to Box Films, la casa di produzione della famosa Drive to Survive sulla Formula 1, di Break Point sul tennis, di Full Swing sul golf ha messo in lavorazione una serie tv sui velocisti. Si sa per certo che seguiranno Noah Lyles, Christian Coleman e Marie Jose Ta Lou. Nei prossimi giorni sono attesi nuovi nomi, compreso quello di un italiano. Non pare poi un grosso mistero. Marcell Jacobs non fa nulla per mantenerlo. Stamattina ne parla in chiaro con Emanuela Audisio su Repubblica. Sì. «La trovo un’ottima idea – dice – far vedere cosa fanno gli atleti al di là dei loro 9 secondi e qualcosa. I cento sono la gara più breve del mondo, noi da dentro la vediamo in un certo modo, ma c’è dell’altro. Non sarebbe male riuscire a cambiare estetica, far interessare più persone, creare dei fan».  Dice di aver firmato pochi autografi «e solo a tifosi italiani», di non essere venuto per partecipare e basta («Certo non sarà facile, anzi diciamo pure che sarà complicato, ma questo Mondiale lo voglio portare a casa. Per tutto maggio non ho potuto allenarmi, è stata una bella botta, fisica, ma soprattutto mentale. Molto frustrante La fortuna non è mai stata dalla mia parte, ho sempre dovuto costruirmi tutto») e racconta come il suo sponsor Puma «è stato molto collaborativo. Nel loro quartier generale in Germania hanno studiato il mio piede, perché la mia corsa è diversa da quella degli altri, e apportato le modifiche. Ognuno ha il suo stile». 

Tutta l’intervista a Repubblica è qui

Di Jacobs scrive anche Giulia Zonca su la Stampa parlando di Mistery man, viene presentato così dal suo stesso sponsor, ma lui non sta nella parte, sfugge all’etichetta che ci starebbe pure dopo una stagione passata lontano dalle gare solo che non la vuole portare, neppure a Budapest, nel cuore della Mitteleuropa in cui sono passate le grandi spie. I documenti riservati li mette sul tavolo lui, per raccontare perché domani corre 100 metri praticamente al buio dentro a un Mondiale: Jacobs non dispone della consapevolezza con cui ha costruito il successo di Tokyo e quelli a seguire, non ha mai sfidato gli avversari e proprio nell’unica uscita ha capito che la sua strada per Budapest sarebbe stata solitaria

Stefano Baldini, oro olimpico della maratona e voce di Sky, scrive sulla Gazzetta dello sport che di campioni come lui non bisogna “fidarsi” mai, se decidono di partecipare è perché hanno qualcosa da dare, sono davvero curioso di vedere Marcell calato nuovamente in un contesto del suo livello , sono convinto che abbia tutte le possibilità di ritrovarsi strada facendo, allenamento dopo allenamento e mi auguro gara dopo gara , come anche Samuele Ceccarelli, l’altro osservato speciale della velocità.

 

  parole  Che cosa dice il suo coach

 ➣  Camossi, come vede Marcell?

«Bene, ma ha deciso che prima della batteria dei 100 accorcerà un po’ la barba. Per me sarebbe andato bene anche così…».

 ➣  Fa bene a stemperare la tensione, ma più seriamente?

«Ha fatto tutto quello che poteva fare per guarire. Forse anche di più. A volte ho sofferto per lui vedendo a cosa ha spinto e sottoposto il suo fisico».

 ➣  Qual è l’obiettivo realistico?

«Non penso ai risultati, ma al fatto che siamo qui: dopo quello che ha passato, mi rende sereno».

 ➣  I suoi possono considerarsi problemi cronici?

«Per fortuna non lo sono: anzi, Marcell ormai è abituato ad adattarsi a ogni difficoltà. Solo che spingendo quando c’è qualcosa che non va, insorgono altri guai. Stavolta alla schiena».

 ➣  È credibile pensare che possa correre la staffetta?

«Se starà bene, sarà a disposizione». – intervista di andrea buongiovanni, la Gazzetta dello sport

 

    Jacobs scoprirà che c’è qualcosa in comune tra Tokyo e Budapest, come racconta Running. È la pista, il fondo realizzato dall’azienda piemontese Mondo. Sarà a nove corsie e presenta caratteristiche tecniche che promettono il massimo dei risultati in termini cronometrici. La risposta elastica sarà maggiore, ma con una riduzione del movimento laterale della parte inferiore delle gambe. Più energia ma nella giusta direzione, quindi. Basterà questo per veder volare ancora di più i campioni dell’atletica mondiale?

Lo stadio dei Mondiali non è il Népstadion ma quello costruito per l’occasione al centro nazionale di atletica leggera, nell’ambito del progetto di recupero dell’ex zona industriale Vituki a Ferencvàros, il distretto della città attraversato dal Danubio, nel verde, nell’area dell’antica Pest. È all’interno di un nuovo parco pubblico, progettato dallo studio di architettura Napour. Uno stadio firsarmonica, si allarga e si restringe secondo il caso e le necessità. Con le tribune coperte come ai Mondiali, può accogliere fino a 40mila spettatori. Quando saranno smontate la capienza scenderà a 15mila e l’impianto guadagnerà una pista coperta, una per il pattinaggio a rotelle, uno spazio d’intrattenimento. 

 

ITALIANISMI

La vigilia delle altre punte

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    Gianmarco Tamberi 

L’oro olimpico nel salto in alto ha parlato stamattina con Gaia Piccardi per il Corriere della sera. Il Mondiale all’aperto è l’unico titolo che manca alla sua carriera. Dice che si è svegliato senza dolori («Né alle gambe né alla schiena: è la prima volta che mi capita in 31 anni, una cosa pazzesca») e che il 2,34 saltato a Chorzow in Diamond League può bastare per il podio, non per l’oro. «Gli avversari da battere saranno i soliti: il mio amico Barshim, l’americano Harrison, il coreano Woo. Sarei voluto arrivare a Budapest con qualche certezza in più di quante ne avessi a Chorzow ma poi il maltempo mi ha costretto a rinunciare a Heilbronn: sarebbe stato folle rischiare sulla pedana bagnata. Ma sto bene, e questo mi basta. Il Mondiale si vincerà intorno a 2,37: non penso che mi manchi molto». Tamberi sostiene che il salto perfetto «esiste e va fatto nel posto giusto, al momento giusto, approfittando di una serie di fattori favorevoli. A Chorzow, per come stavo, potevo salire di più. Peccato. Tecnicamente ho saltato male tutta la gara, ma fare 2,34 in quelle condizioni mi ha dato molta fiducia».

Torna poi sulle tensioni vissute in passato con suo padre e ribadisce la versione data tempo fa a Franco Fava in una intervista per il Corriere dello Sport-Stadio. «Avverto una pace mentale inedita, sì. Dopo dodici anni con lo stesso coach mi ero convinto che cambiare fosse impossibile. Mi sono deciso alle finali della Diamond League, quando ho vinto con 2,34, saltando da solo. Papà non mi allenava già da un mese. Alla fine, il vero motivo della separazione è il disallineamento tra le mie sensazioni e le sue convinzioni. Dallo scollamento nasceva lo scontro. Oggi gli dico grazie mille però l’errore è stato non capire che non ero più un atleta da formare. Adesso cammino sulle mie gambe». [tutta l’intervista al Corriere della sera è qui]

 

    Mattia Furlani

 ➣  Ha i super poteri anche lei?

«Ogni atleta che sa come vincere ne ha, quindi vediamo. L’Uomo ragno mi è sempre piaciuto, l’ho scoperto nei fumetti, non nei film e solo quando è arrivato, l’ultimo, con Miles Morales, è scattata il desiderio di prendere il personaggio in prestito. Una sorta di affinità».

 ➣  Morales, il primo afroamericano Uomo ragno.

«Mi somiglia, è evidente, l’idea che ci sia uno che può fare meraviglie e ha una faccia simile alla mia conta, però non è solo quello, mi piace come si trasforma, mi fa impazzire che si porti dietro il suo modo di essere sempre, a differenza di altri supereroi che mutano, però c’è un momento in cui esalta le proprie capacità e per me è la gara. Poi mettiamoci anche i colori amaranto, gli stessi della polizia, il mio gruppo militare, coincidenze».

 ➣  C’è qualcosa di speciale dell’Uomo ragno che sente di avere davvero?

«L’elasticità. E mi sono messo a festeggiare come fa lui, sparando le ragnatele, anche se è un gioco, niente di più». – intervista di giulia zonca, la Stampa

 

    Il parere sull’Italia di Sebastian Coe

«Voi italiani siete fortunati: scoprite sempre nuovi talenti. Con i giovanissimi Larissa Iapichino e Mattia Furlani avete due saltatori saliti ai vertici mondiali del lungo che per storia e anagrafe sono ispirazione per una intera generazione di teenager.  Larissa è fantastica, ha la stessa grinta di mamma Fiona, che ricordo scatenata quando c’erano medaglie in palio. E ora avete anche Furlani, che a 18 anni sta dominando in tutte le categorie giovanili». – intervista di franco fava, Corriere dello Sport-Stadio

 

  Le ambizioni di Filippo Tortu

 ➣  Tortu, la condizione mostrata agli Assoluti a Molfetta (20”14 nei 200) è parsa molto buona. Ha corso una curva quasi perfetta. 

«Sì, sono contento, lo ammetto. Ho ricevuto complimenti anche da Livio Berruti. Con l’ex campione olimpico ci sentiamo spesso, specialmente dopo le gare. Ha avuto parole di elogio per come ho affrontato la gara, curva compresa». 

 ➣  Nella celeberrima staffetta di Tokyo lei corse in ultima frazione, a Grosseto in seconda. Le cambia qualcosa? 

«Non ho preferenze, non spetta a me decidere. L’ho sempre detto al responsabile dello sprint Filippo Di Mulo, un tecnico molto esigente, in modo giusto». 

 ➣  Veniamo alla sua gara i 200 metri. Sensazioni? Obiettivi? 

«L’obiettivo è arrivare alla finale, lo scorso anno per un centesimo ai Mondiali di Eugene non l’ho centrata, una disdetta». 

 ➣  Con quale crono pensa si possa accedere alla finale, entrare tra i primi otto al mondo? E chi sono i favoriti? 

«Ritengo sia sufficiente un 20”05. Il problema è che vanno forte in tanti. Favoriti? I velocisti Usa e Lyles, in primo luogo ma anche Erriyon Knighton, e Kenneth Bednarek. Poi il 20enne del Botswana, Letsile Tebogo. E l’inglese Hughes prepara sempre molto e bene la gara clou dell’anno: basta ricordare l’oro agli Europei di Monaco 2022. Ci sarà da faticare molto fin da mezzogiorno del 23 agosto». – intervista di walter brambilla, Tuttosport

 

CARNET

La gara d’apertura

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   20 KM MARCIA MASCHILE

Si marcia per la pace, si marcia per la vita, si marcia per la fraternità, si marcia contro la mafia e la camorra, si marcia per file parallele, si marcia a senso unico, a doppio senso, a doppio senso alternato.  Si marcia per l’oro, per il primo oro dei Mondiali di Budapest domani mattina alle 8.50. Partenza dalla piazza degli Eroi con la 20 km. L’Italia si gioca subito una carta da podio con Massimo Stano, campione olimpico, pugliese, 31 anni, sposato da 7 con Fatima Lotfi, ex mezzofondista anche lei passata alla marcia. Ha un diploma tecnico commerciale da programmatore informatico. È appassionato di cultura giapponese. Con lui Francesco Fortunato, vincitore della Coppa Europa di Podebrady, pugliese anche lui, 29 anni. Ha praticato calcio, nuoto, tennis e pallavolo da ragazzo, prima di darsi alle corse campestri e al mezzofondo. Marcia dall’agosto 2009. È appassionato di balli caraibici, diplomato in ragioneria, laureato in scienze motorie. Il terzo azzurro è Andrea Cosi, fiorentino, 22 anni, argento europeo fra gli Under 23. Vive non lontano dallo stadio dell’atletica della sua città. Ha giocato a calcio come terzino. Studia economia. 

Il circuito è lungo un km e va ripetuto venti volte. Si comincia con una gara per 51 atleti di 28 Paesi. Toshikazu Yamanishi cerca il terzo oro in carriera, come in passato Jefferson Perez. Negli ultimi due anni sono scesi in due sotto l’ora e 18, ma il russo Vasiliy Mizinov qui non c’è, così la testa di serie #1 rimane il cinese Zhang Jun. Il Giappone confida pure in Koki Ikeda. Outsider: il brasiliano Bonfim, l’australiano Tingay, il canadese Dunfee, gli spagnoli Martin e Garcia, il colombiano Arevalo, il messicano Doctor, l’Ecuador di Hurtado e Pintado. 

Il pronostico di Track & Field: 1] Jun Zhang [Cina], 2] Toshikazu Yamanishi [Giappone], 3] Perseus Karlström [Svezia]. L’Europa non vince l’oro dal 2015: Miguel Ángel López

  quando |  domani ore 8.50

 

REWIND

I grandi marciatori italiani olimpionici prima di Stano

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  UGO FRIGERIO | “Frigerio ha dimostrato oggi che anche la marcia è uno sport bellissimo, di una grande linea estetica. Che fosse difficile e faticosa tutti sapevamo. Frigerio ha saputo provare che uno stilista perfetto come lui ne può fare anche una manifestazione magnifica. Questo ragazzo che ha adesso 23 anni è veramente un camminatore meraviglioso. Ciò che negli altri è andatura sgraziata diventa in lui espressione d’arte; ciò che in altri è smodato parossismo di atteggiamenti è in lui compostezza squisita di forma. La sua marcia dà piacere e sorpresa a chi l’osserva. La figuretta elegante e sottile dell’atleta italiano sembra mossa da un motorino tanta è la regolarità precisa dei movimenti, tanta è la velocità che sviluppa senza che nessun camiciotto bianco di giudice abbia a trovarvi argomenti di critica di a.f., Corriere della sera, 12 luglio 1924

 

    GIUSEPPE DORDONI | Caro vecchio Dordoni piacentino, vorrei che sul nostro fiume, questa sera, i paesani accendessero fuochi di festa come dopo le antiche regate vittoriose. Vorrei che così celebrassero l’inarrivabile campione di uno sport che si addice alla nostra modestia, di un francescano sport per il più francescano dei popoli. Tu entravi a passo ancora allegro, salutando la folla, e io questo pensavo nell’ora del tuo trionfo. Poco giova, ahimé, la grazia, negli stadi, poco o nulla lo stile, molto la forza, che non tutti abbiamo, noi gente vecchia di troppi secoli, noi italiani che sulle spalle portiamo il peso forse troppo grave della nostra storia. Tutto questo, Giuspäi, ragazzo del mio paese, pensavo mentre allegro marciavi l’ultimo stadio di gianni brera, la Gazzetta dello sport, 22 luglio 1952

 

   ABDON PAMICH | Abdon Pamich ha vinto l’oro della 50 km di marcia. Pochi metri dopo il traguardo gli è stato chiesto: «Ma quanti chilometri ha percorso, lei, nella sua vita per allenarsi?». L’italiano sorridendo ha risposto: «Sarebbero sufficienti a percorrere il

giro dell’equatore quattro volte!». Non s’è scomposto, lo stupendo marciatore, al traguardo di hiro nagashai, l’Unità, 19 ottobre 1964

 

    MAURIZIO DAMILANO | Di solito lo si dice per le ragazze: ma guardando le facce per bene dei due gemelli Damilano, 23 anni, capelli scuri quasi rasati, guance rosse e ben strigliate, chiari occhi angelici, viene subito voglia di definirli due tipi acqua e sapone. Maurizio è il vincitore inaspettato della medaglia d’oro per la marcia dei 20 chilometri: Giorgio, identico a lui perché gemello monozigoto, però più basso di un paio di centimetri, è arrivato undicesimo. E se foste arrivati allo stadio Lenin alla pari? «Avremmo fatto di tutto per superarci a vicenda, perché la gara è la gara». Sono di quei ragazzi, detti d’oro: vivono a Scarnafigi. duemila abitanti nella campagna vicino a Saluzzo: infatti hanno un dolce accento piemontese temperato da sogni poliglottidi natalia aspesi, la Repubblica, 25 luglio 1980

 

    IVANO BRUGNETTI | Di questo successo sarebbe fiero anche Pino Dordoni, che nel 1997 vedendo Ivano marciare a Tirrenia lo definì “un elegante“. La marcia italiana, anche solo limitandosi agli ori olimpici conquistati, vanta una storia che ben poche altre discipline – nessuna nell’atletica può proporre altrettanto significativi. I grandi faticatori che quest’Italia riesce ad esprimere con ciclica regolarità, ancora una volta hanno lasciato un segno fatto di sudore e di modestia. Merito di ragazzi che hanno ancora voglia di soffrire inseguendo il sogno della gloria sportiva e non dei soldi. Merito di tecnici che il mondo ci invidia per quanto sono preparati e capaci di accendere sempre nuove stelledi giorgio barberis, la Stampa, 21 agosto 2004.

 

  ALEX SCHWAZER  | Se Mao guidò i comunisti in una Lunga Marcia collettiva di oltre 10 mila chilometri, Alex Schwazer in allenamento ne ha percorsi più del doppio, da solo – sia pure in condizioni meno disagevoli -; e Abdon Pamich calcolò di averne fatti in solitaria 300 mila. Anche Schwazer è uomo di confine. La sua epica vittoria, dopo 3 ore e mezza di fatica – la gioia lenta degli ultimi chilometri, il cinque offerto ai tifosi dietro le transenne, il dito levato alla Mannea, l’urlo nel sottopassaggio dello stadio, il pianto dopo l’arrivo -, è coronato da un’immagine emblematica: un sudtirolese con il tricolore, portabandiera di una generazione di ragazzi che si sentono italiani di lingua tedesca. Non soltanto siamo un popolo di marciatori; la marcia connota la nostra storia. La vera marcia è di uomini affaticati e solitari: l’atletica dei poveri, polverosa contadina di aldo cazzullo, Corriere della sera, 23 agosto 2008

in tv domani su Eurosport, Rai 2, Rai Sport, Sky

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