Prima di guardare questa partita, bisogna guardare la fila di nomi e di bandierine. Bisogna guardare le successione delle vincitrici e dei loro paesi d’origine nei tornei del Grande Slam, da quando mamma Serena Williams ha smesso di alzare coppe, piatti e trofei. Dalla primavera del 2017 fino a oggi, i 24 titoli più importanti del tennis femminile se li sono spartiti 15 giocatrici differenti, tra poco diventeranno 16 su 25. Quattordici di loro non avevano mai vinto prima della fine dell’età di Serena, le due eccezioni sono state Angelique Kerber e Garbiñe Muguruza. L’ultima cacciatrice di gloria inedita sarà tra qualche ora Marketa Vondrousova, oppure Ons Jabeur, cioè la prima ceka nove anni dopo il Wimbledon di Petra Kvitová, oppure la prima tunisina in assoluto, la prima donna che viene dal mondo arabo.
È questo il panorama che la WTA contrappone all’orizzonte ATP, nel quale solo tre volte, nello stesso periodo si incontra un nome diverso da Djokovic-Federer-Nadal, per tacere quel che è accaduto prima del 2017. Da un parte c’è un movimento che non trova una figura guida, dall’altro un mondo che non riesce a uccidere i padri, non riesce a espellere del tutto i dominatori dei Duemila. Il quadro perfetto per il partito di chi trova sempre un motivo per lamentarsi, anziché cercare una briciola di bellezza in ogni frammento che ci passa sotto gli occhi.
attese LE FINALISTE ► Le due briciole di oggi, eccole. Dopo un’eclissi di quattro anni, Marketa Vondrousova sta rivedendo la luce. Aveva giocato la finale del Roland-Garros nel 2019, aveva 19 anni, non è più riuscita a confermarsi, soprattutto per una serie di infortuni. Charlie Eccleshare su The Athletic ha raccontato il Federer che c’è nella sua mano, nel suo braccio, fate voi, per quel colpo tirato fuori giovedì contro Elena Svitolina, quel tiro in stile squash che è sempre un rischio prendersi, ma che giochi senza troppa scelta quando non c’è spazio per preparare un dritto. Antoine Bourlon su L’Équipe ha descritto i suoi tatuaggi, i messaggi che la ceka porta scritti sul braccio, come “non c’è fiore senza pioggia”, frasi che raccontano – scrive – “la sua volontà e il suo percorso”. All’età di 24 anni, Vondrousova non può proporsi “né come una superstar né come un prodigio supersonico, ma come una giocatrice che ricorda al mondo il talento che possiede, una volta che i pianeti si sono allineati o che le ferite sono guarite”.
È nata a Bled, su un lago che è uno dei templi del canottaggio mondiale, vicino al confine tedesco, all’età di 15 anni se n’è andata a Praga, in questi casi si dice per inseguire il suo sogno. Il Daily Mail racconta la storia della sua famiglia, di mamma Jindřiška Anderlová, “un tempo stella di pallavolo dello Slavia Praga”, di nonno František Frk, campione di pentathlon nel 1935. A L’Équipe lei ha raccontato: «Vivevo da sola al club nel mio piccolo appartamento di Praga. Ho fatto calcio, atletica, sci, ping pong e alla fine tennis. Mio padre giocava a livello amatoriale. Mio nonno mi portava a Praga a vedere i tornei. Nessuno di loro mi ha mai messo pressione. Sono cresciuta in fretta, forse troppo in fretta. L’unica cosa buona delle operazioni chirurgiche è che sei felice di tornare. Ti fanno capire quanto ami il tennis». È sposata con il suo fidanzatino di sempre, Stepan, rimasto a Praga per prendersi cura del gatto.
| Ons Jabeur è attesa da più tempo. La sua è una storia di cancelli sfondati e barriere abbattute. Accostando il torneo al Tour de France, Lucile Alard su L’Équipe ha scritto che Jabeur ha già digerito il suo Col du Galibier e la sua Croix de Fer – digerito è il verbo adoperato – e ora si ritrova ai piedi dell’Alpe d’Huez. Nel senso che ha macinato la ceca Petra Kvitova [“macinato” è sempre di Alard], prima di salire sui pedali per superare l’ostacolo Elena Rybakina, “la sua torturatrice kazaka nella finale dello scorso anno”. La terza cima è stata la bielorussa Aryna Sabalenka.
Scrive Steve Tignor su Tennis che “se siamo fortunati, avremo una partita a scacchi competitiva e complessa per il titolo.Vado a vendicarmi, ha risposto la tunisina quando le è stato chiesto cosa si aspetta da questa finale. Tennis ricorda che aveva un vantaggio su Vondrousova negli scontri diretti, “in una partita di creative, amanti del top-spin”. Ha vinto tre dei primi quattro incontri, ma le cose sono cambiate tra loro in questa stagione. Nel 2023 Vondrousova ha battuto Jabeur in tre set agli Australian Open e in due a Indian Wells, dove però Ons era al rientro dopo due mesi di stop per un infortunio. Nelle ultime due partite contro Elena Rybakina e Aryna Sabalenka, Jabeur ha affrontato due tra le migliori battitrici del tour. “Ha dovuto reagire, contrattaccare, recuperare e scegliere i momenti esatti per usare le sue diverse abilità. Entrambe le volte, le ci è voluto un set prima che fosse in grado di sfruttarle. Contro Vondrousova, dovrebbe avere più opportunità di controllare l’azione e impiegare i suoi slice, le sue smorzate, le sue incursioni a rete”. Variazioni di ritmo che Vondrousova non ha dovuto fronteggiare contro Jessica Pegula ed Elina Svitolina. Secondo Tennis, vince Jabeur.
orizzonti IL TROFEO ► Il quotidiano spagnolo Abc descrive il trofeo consegnato alla vincitrice di Wimbledon. È conosciuto come Venus dish, la replica di un’opera d’arte passata dall’All England Club al Museo del Louvre. È un piatto che veniva utilizzato più di 100 anni fa dai commensali per lavarsi le mani a tavola. Veniva riempito di acqua pulita e petali di rosa. Qualche tempo dopo, caddero in disuso e divennero oggetti decorativi, solitamente realizzati in argento, qualche volta in rame e stagno. Il piatto di Wimbledon è decorato con storie della mitologia classica. Al centro appare la Temperanza, seduta con una brocca tra le mani. Attorno si vedono una falce e un tridente. Sulla scena appaiono Venere, Giove, Mercurio, divinità greche che lasciano il posto ad altre figure sul bordo del piatto, dove troviamo Minerva che presiede alle sette arti: grammatica, astrologia, dialettica, musica, geometria, aritmetica e retorica.
in tv oggi ore 15 su Sky
ZIBALDACE
Che cosa si dice in giro
della sconfitta di Sinner con Djokovic
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| Stefano Semeraro, La Stampa: “ «That’s the difference!», eccola la differenza, esclama il collega inglese in tribuna stampa quando Jannik Sinner, sul 3-1 a suo favore nel tiebreak del terzo set, esala un doppio fallo tagliagambe. La sottile linea verde che separa il successo dall’ambizione, la volontà dalla speranza. L’apprendista dal maestro. Rimandato a settembre, quando si giocano gli Us Open. Ha tutta un’estate per curare i dettagli. Quelli che fanno la differenza”.
| Gaia Piccardi, Corriere della sera: “ Ventidue errori gratuiti di dritto. Quattro letali: i due break mancati (primo e quinto game primo set, quarto secondo set), il break subito del 2-0, il secondo set point buttato nel Tamigi. Ma non è (solo) da questi particolari che si giudica un giocatore Non basta tirare forte con chi non perde sul centrale di Wimbledon da dieci anni (la striscia sale a quota 45). I invece il cantiere Sinner resta aperto, adesso l’incertezza è se tornare sulla terra (errore) o volare sul cemento americano. Non è il momento di abbassare l’asticella. Il barone rosso ha appena iniziato a volare”
| Daniele Azzolini, Tuttosport: “Il tennis è un gioco d’incastri, e ciò che serve a costruire una vittoria, la presa di campo, il tempo per operare variazioni che siano sempre più credibili, incisive, e pungenti soprattutto, prende forma unicamente nella misura in cui l’avversario è disponibile a farsi da parte. Almeno un poco. Ma non Djokovic”
| Marco Lombardo, il Giornale: “Magari qualcuno sarà capace di storcere il naso, ma è andata com’era logico che fosse. Abbiamo sognato, ed era normale. Ha sognato anche Sinner, ed è giusto che fosse così. Ma la differenza tra Djokovic e il resto del mondo è ancora evidente. l’esame è rimandato, perché il successo in uno Slam arriverà, ma c’è ancora un po’ di strada da percorrere per trasformare i momenti importanti di un match in un punto vincente”.
| Marco Imarisio, Corriere della sera: “Questo è ancora Djokovic, per tutti. Una montagna che può essere scalata soltanto con la perfezione, e quasi sempre non basta neppure quella, contro la sua sovrannaturale capacità di essere cinico ed efficente nei punti importanti. Non sono tanti gli avversari che possono mettere a nudo i suoi difetti come invece è avvenuto ieri. Anche se rimane così, anche se il dritto continuerà a essere il suo fondamentale meno affidabile, Jannik vincerà comunque. Ancora un anno, massimo due. Sta per cominciare un’altra epoca, la sua e quella di Alcaraz, della quale si intravedono già i primi bagliori. C’è solo da aspettare che Djokovic incontri il Tempo, l’unico avversario che non può sconfiggere”.