La morte del “Trinche” Carlovich

La rivelazione – Seguivo in tv una partita dell’Argentina. Nell’intervallo il commentatore intervistò Pekerman. Aveva da poco rifiutato l’incarico di selezionatore, suggerendo Bielsa e rimanendo sulla panchina della giovanile. Gli fu chiesto di compilare la sua formazione ideale di tutti i tempi. Partì, prevedibilmente, con i campioni del mondo del ’78 ma, arrivato al libero, anziché Passarella, nominò Carlovich. Il telecronista non reagì, ma si capì che non aveva idea di chi fosse colui. Qualche giorno dopo, incuriosito, il quotidiano Clarìn andò a scovare Carlovich: era un piastrellista di Rosario, figlio di un gitano. Aveva giocato nella massima serie tre partite, prima di infortunarsi. Nella seconda aveva segnato un gol strepitoso, di tacco. 

di gabriele romagnoli, la Repubblica, 18 giugno 2006

 

Il Clarin, ora che gli rende l’ultimo omaggio, lo chiama “il giocatore che non volle essere Maradona”. Come per il nostro Vendrame, Carlovich aveva in Argentina il fascino del calcio irriverente. Forse nessuno vorrebbe per più di un mese un calciatore così nella propria squadra, ma nessuno si stancherebbe di ascoltarne la storia neppure dopo un anno. 


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Era figlio di un rifugiato jugoslavo in Argentina. Scrive Martin Mazur su la Gazzetta dello sport che lo chiamavano il Maradona invisible. Era una leggenda, un personaggio mitico, anche se non aveva mai giocato più di 4 partite in Primera”. Mercoledì gli avevano rubato la bicicletta, spingendolo sul marciapiede. Dopo 2 giorni di coma è morto. “Era un uomo che amava frequentare i suoi amici. Gli piaceva andare al bar, chiacchierare e bere un mate. Non aveva lo spirito di un giocatore professionista, ma con la palla al piede era imbattibile. Nell’aprile del 1974 un’amichevole contro la Nazionale che si preparava per il Mondiale in Germania che si giocava a Rosario, lo fece diventare famoso. I 35 mila spettatori lo conoscevano bene, ma i giocatori della Selecciòn, no. «Ma chi è il 5? Perché non gioca con noi?» si chiedevano. El Trinche venne sostituito al 15′ della ripresa per ordine del ct Cap, perché i rosarini (tra cui c’era Kempes) vincevano 3-0. Il 5 giocava a centrocampo, mediano alto, passaggi giusti, e correva meno della palla, «come deve essere». Era l’inventore del doppio tunnel, la sua opera d’arte che non è mai stata registrata in video, ma è ancora ricordata da tanti che l’hanno visto giocare col Central Córdoba. Era un grande interprete anche del sombrero, il pallonetto sulla testa dell’avversario”.

La forza del Trinche sta in quello che non si vede. Le leggende camminano su gambe così. 

 

Una leggenda che mi ha insegnato che la felicità puoi trovarla nel tuo quartiere

Rosario Esposito La Rossa editore e scrittore, su Facebook 

 


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epigrammi

Con classe da patrizio

 

di MARCO CIRIELLO

Al centro del campo / tra l’eccesso e l’indolenza / esta noche juega el Trinche / urla-va Rosario / mentre di contro-balzo sorrideva / una fase lunare prima che calcistica / sprazzo rugginoso / superava indenne difensori / passava in bici / sembrava una Cadillac / fa[ceva] gol al tramonto / tunnel senza motivo / e il credito al bar / malgrado la povertà / giocava con classe da patrizio / alle partite preferì l’esilio / la pesca e il lavoro / per lui avevan più decoro, / poi Maradona / lo trasformò in icona.

 

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