La mia povera Francia senza rivoluzioni

 

TOUR DE FRANCE | LA ROCHELLE

 

La mia povera Francia senza rivoluzioni

di JACQUES SEDENTEUR

 

Gentile dottor Jacques Sedenteur,

capisco la fatica di seguire un Tour alla sua età, sommata a quella di scrivere i suoi meravigliosi pezzi crepuscolari. Però una cosa stamattina non gliela perdono. A costo di un’inversione di ruoli e di diventare io uno sciovinista francese. Lei dice che voi francesi non cambiate mai nulla radicalmente. Bene, piccolo ripasso. Avete tagliato la testa a un re (e non capita sovente nella storia). Avete fatto il 48 (in Italia del nord è rimasto nel vocabolario “è successo un 48” per dire un gran disordine). Avete fatto la Comune di Parigi. Non contenti del 48 avete fatto anche il 68… E mi fermo alla politica perché se entrassi nel campo di arte e letteratura le vostre rivoluzioni sarebbero maggiori. Ma un dubbio m’assale caro Sedenteur: non è che tutto questo le sembra poco perché voi di rivoluzioni non ne avete mai abbastanza?

Suo devoto

Gigi Riva

 

Un giorno Herminie Cadolle pensò di tagliare i corsetti delle donne all’altezza del seno. Era una rivoluzione. Come una rivoluzione è stata la macchina da scrivere di Xavier Progin oppure mettere il gilet. Solo che il mondo si è inventato il topless, adesso scrive al computer o addirittura al telefono e il gilet non lo porta più nessuno, a parte Renzo Arbore. Possiamo continuare a fare le rivoluzioni, noi francesi, solo per Renzo Arbore? 

È da qui che bisogna partire, amico Riva, se posso permettermi di chiamarla amico, considerato il suo amore per la Francia, inferiore solo a quello che io provo per l’Italia. Lei dice che abbiamo tagliato la testa al re, ed è vero, ma non ci siamo fermati lì, siamo poi andati a Vienna, ci siamo rimessi le parrucche e della rivoluzione ci siamo tenuti solo la ghigliottina. Il punto è che noi volevamo tagliarla ai Re, non solo al nostro, e in giro come vede ce ne sono ancora tanti, finanche nascosti sotto il manto repubblicano della democrazia. Abbiamo fallito. Come quando abbiamo fatto il Sessantotto e abbiamo visto i sessantottini entrare nei consigli d’amministrazione. Già Ionesco in fondo avvertiva i ragazzi del Maggio che sarebbero diventati in fretta dei notai. 

Il mio amico Edmondo Berselli ricordava spesso la frase di De Gaulle sull’impossibilità di governare un paese con 246 varietà di formaggi. In casi patologici come questi, le rivoluzioni non sono strappi consapevoli ma tentativi, una soluzione come un’altra. Soprattutto, Riva, io ricordo che già Marx si diceva convinto che il presente tedesco fosse una replica del passato francese. Ora, i più sciovinisti fra noi rivendicano la cosa come un primato. Pensano che rivoluzionare sia una condizione di privilegio. Io sento di appartenere invece alla schiera di chi crede che la primogenitura sia una falsa superiorità. È chi interpreta meglio la realtà che sopravvive, non chi si vanta di aver innovato. 

Guardi che fine abbiamo fatto. Abbiamo inventato il cinema e adesso guardate Netflix. Conserviamo i capolavori di Matisse, Chagall, Picasso eppure il museo più visitato è quello del PSG, e col PSG noi francesi non c’entriamo niente. Abbiamo casomai inventato i Mondiali di calcio, gli Europei, la Coppa dei Campioni, il Pallone d’oro, e dite tutti che il calcio è un gioco inglese. Abbiamo inventato con De Coubertin un’idea di sport secondo cui l’importante è partecipare, ma oggi vogliono tutti vincere. Cosa ne è di Daguerre nell’età di Instagram? Lei mette la margarina o l’olio sulla scaloppina? 

È vero che anche noi siamo stati bravi a impossessarci di qualche rivoluzione altrui, battezzandola come nostra, con i nostri accenti e i nostri nomi. Pensi al vostro bidet, ai croissant che abbiamo fregato agli austriaci, ai collant sottratti agli americani, alla roulette che pare fosse già nata presso i Romani, al foulard dei cinesi, il carillon degli svizzeri. Nemmeno il baciamano, amico mio, è una rivoluzione nostra. Lo hanno inventato i polacchi. 

Vorrei poterle dare del tu per scriverti che sono cresciuto con gli attori francesi che facevano gli italiani e viceversa, in quella terra mista nella quale Noiret e Piccoli erano Tognazzi e Mastroianni, e viceversa, nel nome di quelle belle coproduzioni, rivoluzioni a metà – potrei dirle – senza le quali non ci sarebbero stati forse né Ferreri né Fellini. Ma sento che divago, oggi che non sopporto ci sia Accorsi in Francia.

Prévert contò in una sua poesia tutti i Luigi, dal primo al diciottesimo, e aggiunse: “E più nessuno più niente… Ma che gente è mai questa che non ce l’ha fatta a contare fino a venti?”. 

L’unica nostra rivoluzione che forse ha lasciato traccia è quella personale di Rimbaud. Je est un autre, amico mio, spero di vederla presto a Parigi, per l’edizione francese del suo ultimo libro. Ho sempre nostalgia e mi sembra di non arrivare a niente mancandomi tutto, dove tutto era il passato, che pure mi pareva immobile. 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.