Il tennista venuto dalla Luna

 

 

Se il tennis fosse un album da completare, ogni pagina un trofeo, Jannik Sinner avrebbe stamattina quindici spazi pieni e ancora due vuoti. Uno e due. Gli spazi pieni sono quelli del Masters, la Coppa Davis, Melbourne, Wimbledon, gli US Open e i nove Masters-1000, la corona finita ieri poco prima del tramonto a Roma.

Le due pagine bianche sono l’oro olimpico e il Roland-Garros. Nella storia del tennis solo Novak Djokovic ha incollato ogni cosa al suo posto. Federer e Nadal si sono ritirati con tre vuoti. Rogerino non ha mai vinto l’oro olimpico [in singolare no, in doppio sì], Monte-Carlo e Roma [due match point nel 2006]. Rafa ha sempre mancato il Masters, Miami e Paris indoor. Così stamattina L’Equipe può serenamente scrivere che Sinner è già meglio di Federer e Nadal, e può farlo senza neppure passare per sciovinista. Carlos Alcaraz è più dietro. Ha tutti gli Slam [7-4], ma gli mancano tre Masters-1000 [Canada, Shanghai e Paris indoor], la Coppa Davis, l’oro olimpico e il Masters di fine anno. Un solo tennista è al comando della corsa, i suoi capelli sono rossi e il suo nome eccetera eccetera. Ed è probabile, dice Gaia Piccardi sul Corriere della sera, “che il meglio debba ancora arrivare”.

IL PASSATO

Quando Panatta vinse al suo tempo gli Internazionali d’Italia, poteva ancora capitare che a un cambio di campo gli si avvicinasse con un iper-microfono Gianni Minà per chiedergli delle cose, e capitava pure che il campione rispondesse. È la misura del tempo trascorso e delle ere geologiche dentro quel tempo.

Ma il titolo di Panatta, a sfogliare oggi le cronache di quel tempo, parve più un traguardo personale che una corsa della nazione. La Coppa in fondo mancava da quindici anni, e non da cinquanta. Sulla prima pagina della Gazzetta, la sua vittoria al Foro contro Vilas ebbe un titolo più piccino della vittoria di Sercu nella tappa del Giro.

“Finalmente Panatta è diventato un campione vero” titolò il Corriere della sera. Era Panatta che giocava, non l’Italia intera insieme a lui. In prima pagina, quel giorno, Panatta non c’era. Non in foto, non in un titolo. C’erano Niki Lauda e la Ferrari. Anche il Roland-Garros di Nicola Pietrangeli era stato rinchiuso in un trafiletto. Qualcosa si sarebbe cominciato a smuovere poco dopo. Il tennis era all’alba del suo boom. Rino Tommasi scrisse: “È una consacrazione importante. Che questo sport, in grandissima esplosione ovunque, abbia trovato anche da noi un asso di livello internazionale rappresenta una conquista di valore inestimabile”.

I circoli del tennis, in quella primavera del ‘76, erano 1.800 e il direttore della scuola maestri Angelo Bartoni disse che diplomare cinquanta tecnici all’anno non sarebbe bastato più.

Il direttore tecnico Belardinelli era di un’altra idea. Al Corriere disse: «Adesso abbiamo un Panatta di livello mondiale ma fra pochi anni il tennis italiano scomparirà». Gulp. «Si fanno disputare subito molti tornei ai giovanissimi invece di costruirli fisicamente».

La vittoria di Sinner, e il nuovo coro del Foro Italico, e la Coppa ricevuta dalle mani di Mattarella con quel pizzo a riso e l’aria consapevole di certe colpe del passato [«Con il presidente Mattarella non avevo iniziato con il piede giusto»] – tutto questo non cancella Panatta, anzi, come scrive Giampaolo Roidi sul Messaggero lo sublima.

 

 

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