Il divorzio e la genetica, le paure del Sessantasei

 Il 15 marzo del ‘66 è un martedì, e i giornali riferiscono del discorso alla Camera del segretario della DC, Mariano Rumor, in replica all’idea del PCI che possano esistere maggioranze diverse da quella che regge il nuovo tentativo di governo di Aldo Moro. Rumor ribadisce l’impegno dell’Italia per l’alleanza atlantica, chiude a ogni ipotesi eretica e anzi, aggiunge che “non smarriremo il confine tra la democrazia e il comunismo”. 

In Germania, invece, credono di aver smarrito la via per la vita di coppia. Il benessere, la seccatura del quotidiano moderno, “la vita facile” – viene chiamata – e un certo alleggerimento dei vincoli tradizionali pare che abbiano prodotto un aumento delle crisi matrimoniali. È una tesi molto anni Sessanta, quella che espone il Corriere della sera, suona quasi brutale nella sua semplicità. 

In terza pagina, Enrico Altavilla parte dai dati sui divorzi nella Germania occidentale e cerca una spiegazione generale. “La legge non punisce più il matrimonio come un tempo”, dice, e subito dopo l’idea è che la nuova prosperità, il comfort, la possibilità di vivere senza troppe rinunce, perfino senza troppa dipendenza reciproca, abbiano tolto al matrimonio quella funzione di necessità che prima lo teneva insieme.

È un pezzo che tradisce una paura molto precisa dell’epoca. “I due coniugi possono dirsi: lasciamoci e, se ci annoiamo, riproveremo. Nella società di oggi la donna può mantenersi da sola, e l’uomo non ha più bisogno della moglie come un tempo. Così il matrimonio ha perduto quella necessità materiale che spesso lo rendeva indissolubile”.

Parla il linguaggio della paura anche un pezzo nell’inserto scientifico, impressionante già dal titolo: “L’uomo sta per controllare il destino della propria specie”. Il premio Nobel per la medicina Burnet ha appena fatto sapere che “sarà possibile individuare tra i nascituri i bimbi anormali”. Adriano Buzzati Traverso oscilla di continuo nella sua cronaca tra due registri: da una parte l’entusiasmo per la potenza della ricerca, dall’altra un senso quasi fisico di vertigine.

Così allinea una serie di angosce: “gene artificiale”, “possibilità di una nuova razza dominante”, “destino della propria specie”, “confine fra pratica eugenica e genocidio”. Se l’uomo può intervenire sull’eredità genetica, si domanda il Corriere, chi decide che cosa migliorare? chi decide che cosa correggere? e soprattutto: chi decide chi merita di nascere in un certo modo?

“Abbiamo il diritto, o forse il dovere, di intervenire con i nuovi procedimenti per impedire la nascita di bimbi anormali? Siamo moralmente giustificati a coltivare in vitro embrioni umani per poi trapiantarli nel corpo della madre per evitare, ad esempio, la nascita di un bimbo emofilitico?”.

Siamo nel marzo del ‘66, ed è un pezzo che non sta parlando propriamente di aborto, ma sta già entrando nel campo mentale e morale in cui anche quella questione diventa pensabile in modo nuovo. Non più soltanto come peccato o scandalo privato, ma come effetto di un potere tecnico e conoscenze mediche sulla riproduzione. È la premessa culturale per un dibattito futuro sulla governabilità della nascita. 

“Utilizzando la tecnica descritta dai ricercatori americani – si legge – diviene possibile la identificazione della anormalità del futuro bimbo fin dai primi stadi del suo sviluppo nel grembo materno. In questi casi si potrebbe far terminare anzitempo una gravidanza, in sede terapeutica, onde impedire la nascita di un infelice. Passando dal piano della realtà contingente a quello della fantasia, un dittatore con pieno potere sui sudditi, avrebbe già oggi il mezzo di far nascere generazioni composte prevalentemente dall’uno o l’altro sesso, a seconda delle sue mete sociali”.

Il pezzo appartiene a un’epoca che aveva una fiducia altissima nella scienza, eppure qui quella fiducia è incrinata da un tremore. Ogni avanzamento che tocca la vita umana alla radice apre insieme una promessa e una minaccia. Più aumenta il potere, dice il Corriere, più diventa incerto l’uso. Il titolo — “L’uomo sta per controllare il destino della propria specie” — ha già spinto subito tutto verso l’apocalisse. Anche l’accostamento tra pratica eugenica e genocidio è volutamente estremo. Bisogna dire che questa amplificazione non nasce dal nulla. Siamo nel 1966, la memoria del nazismo è vicinissima, ogni discorso sulla genetica passa inevitabilmente da lì. Le tracce di moralismo in Buzzati Traverso vengono da una ferita storica, come dire: sappiamo cosa succede quando qualcuno pretende di migliorare l’umanità selezionandola.

L’esagerazione è nel considerare quasi sullo stesso piano la ricerca genetica e il suo abuso, saltare rapidamente all’incubo. È una riflessione che non si ferma abbastanza sul fatto che tra capire un meccanismo biologico e usarlo per costruire una “razza dominante” c’è di mezzo un intero mondo politico, giuridico, etico. Ma è una interessante fotografia dell’atteggiamento verso il campo della riproduzione, dell’ereditarietà e della selezione.

Su quel numero di Lancet, Burnet si spinge a dire “in termini apocalittici – spiega il Corriere – ciò che potrà accadere al genere umano se si continuano le ricerche di biologia molecolare. Egli prevede che sfuggiranno dai laboratori nuovi virus artificialmente prodotti dagli scienziati, contro i quali il nostro corpo non ha difesa, e che potranno produrre lo sterminio”.

Buzzati Traverso conclude così: “Il problema non è nuovo: con la scoperta dei veleni, della polvere da sparo, e più recentemente dell’energia atomica, l’uomo ha acquisito un potere sempre maggiore, ma lo ha usato più per distruggere che per creare. Oggi sta per avere in mano il controllo biologico della propria specie e della propria evoluzione. È tempo, dicono molti scienziati, che smetta di condurre la propria azione sulla base di emozioni, superstizioni, tabù atavici, e cominci seriamente ad utilizzare, per il proprio comportamento, quel medesimo atteggiamento scientifico che gli ha permesso tante conquiste ed una crescente libertà”.

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