Lo Slalom del 6 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

martedì 6 gennaio 2026

 # 1  giorno alla  Supercoppa di Spagna

 

     

►  L’ITALIA DEL tennis è stata appena eliminata nella United Cup. Contro la Francia dovevano arrivare tre vittorie su tre con al massimo un solo set perso. La sconfitta di Cobolli nella maratona con Rinderknech ha reso inutile il successo netto di Jasmine Paolini su Jeanjean. 

◇  Novak Djokovic ha detto che non giocherà nessun torneo prima degli Australian Open perché non si sente ancora pronto a sufficienza.

◇  Egitto e Nigeria si sono qualificate per i quarti di finale della Coppa d’Africa eliminando il Benin e il Mozambico. Hanno segnato i nostri vecchi amici Salah e Osimhen – il quale poi è andato a mettere il naso della sua maschera di Pulcinella contro il naso di Lookman, compagno di squadra. 

 

   

Chi non sa conservare l’eredità paterna morirà in miseria

Aleksàndr Sergeevič Puškin

    

Chiamarsi Zidane e giocare in porta

    C’è un gruppo di ragazzi che si ritrova d’estate, quando il sole cade dritto sulla Provenza, al centro sportivo Z5, poco fuori Aix. Giocano cinque contro cinque, sono partite secche fatte di sudore e prese in giro. I fratelli Lopez, i Magnetti, i Kebbal. E poi ci sono gli Zidane. Con quel cognome così grosso, con quella storia di diversità. 

C’è qualcosa di profondamente giusto nello sport. Un cognome non è un’eredità, casomai è una verifica continua. Non promette nulla e invece chiede tutto. Non apre le porte ma un po’ le schiude. All’inizio. Solo all’inizio. Essere figlio di in un ambiente che misura tutto con un risultato significa cominciare ogni volta da meno uno. Non ti chiedono se sei bravo: ti chiedono perché non sei ancora come tuo padre. Ogni errore rischia di diventare una macchia genealogica, ogni bel gesto viene archiviato come una naturale prosecuzione, era dovuto, cos’avrai fatto mai, non è certo una tua conquista.

Lo sport ama raccontarsi come meritocratico, e su questo è onesto in modo spietato. Il campo non è un atto notarile, come sanno i figli di Pelé e di Diego. Ma lo sguardo sì. Lo sguardo pesa e confronta. Ti guarda prima con simpatia e poi con sospetto. Il cognome è un rumore di fondo. Devi giocarci contro. Devi imparare a togliere il passato dal presente, e senza rinnegarlo. Devi tenere la schiena dritta quando ti dicono che sei lì per diritto di sangue, la testa bassa quando in qualche corridoio sussurrano che non sarai mai abbastanza.

Lo sa bene Luca, Luca Zidane.

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Il torneo

Sorpresa: la Nigeria gioca bene

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  Il vantaggio di avere Lookman e Osimhen

Chi la riconosce più, questa Nigeria, la squadra dei patemi, dei batticuore, la squadra che si complica il cammino anche quando è la più forte, la squadra che ha sofferto perfino negli anni in cui ha vinto la Coppa. Gioca contro le avversarie e contro sé stessa, avverte il peso della storia, l’aspettativa permanente, la sensazione di essere sempre meno della somma delle proprie parti. E invece, chi la riconosce più. In una notte sporca a Fez, con la pioggia che colava dalle tribune e il campo appesantito, la Nigeria ha attaccato con continuità, ha segnato presto, ha chiuso la partita con il Mozambico prima che potesse davvero cominciare. Due gol prima della mezz’ora, un terzo a inizio ripresa, un quarto per arrotondare. Con Ademola Lookman al centro di ogni cosa, un talento libero da ogni zavorra. 

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 Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤  ⬤  ⬤  Mundo Deportivo dedica la prima pagina all’arrivo di Cancelo a Barcellona. L’altro quotidiano catalano Sport parla di ingaggio a sorpresa. In effetti è stata una sorpresa anche a Milano, dove credevano di averlo preso. Bisognava solo convincere i sauditi a prendersi in cambio uno fra Acerbi e De Vrij, e lui ad abbassarsi lo stipendio. Ma era fatta. Peccato perché così sfuma la possibilità di vedere Cancelo accanto a Zielenski e Martinez – e dopo la Thula avere anche la Ca-Zi-Ma. Marca ha fatto rumore con un’intervista a Capello in cui dice che la Juve è stata punita per molto meno rispetto al caso Negreira del Barcellona. E poi c’è quella frase sulla mafia degli arbitri italiani, corretta e precisata strada facendo. Bellissima la prima pagina di As, dove appare una foto di Gonzalo che avrà 11-12 anni, con la maglia del Real Madrid nelle giovanili. Il sogno di un bambino

⬤   L’Equipe dedica la prima pagina a Endrick, prestato dal Real Madrid per sei mesi al Lione, in attesa del debutto in campo. 

    La Gazzetta dedica la prima al caso Chiesa – no, non lo IOR – ma lui che è pronto a tornare. Il Corriere dello sport-stadio è più esplicito: Ci siamo titola e Ivan Zazzaroni dedica il suo editoriale a tutte queste retromarce in bianco e nero [Ottolini, Danilo]. Anche Tuttosport titola su Fede Juve e QS parla di vestito nuovo per la Signora. Il Corriere della sera apre invece dicendo che è l’ora del triello fra l’attacco nerazzurro, la resilienza rossonera e il furore azzurro. 


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Le analisi

 

   

Il veleno di Neville per gli allenatori del Manchester United

Poco dopo l’atterraggio di Slalom in mail di ieri mattina, a Manchester hanno fatto la festa a Ruben Amorim. Come Enzo Maresca, non aveva capito che il mestiere sta cambiando. Anche in Premier League non ci sono più i manager ma gli head coach. 

L’Equipe stamattina racconta con Quentin Coldefy un risvolto della storia, la presenza intorno al Manchester United di una voce che non ha mai smesso di parlare, nemmeno quando il club ha smesso di vincere. È una voce che arriva dagli studi televisivi e dai podcast, ed è riconoscibile prima ancora delle parole. Gary Neville, l’ex capitano, un ex simbolo, oggi è la coscienza irritata e irritante del dopo-Ferguson. Da tredici anni osserva allenatori entrare e uscire, e non gliene va bene nessuno. O quasi.

Anche Ruben Amorim, esonerato lunedì, è finito nella sua traiettoria. Non è una questione personale. Neville non risparmia. È diventato così dopo il ritiro, nel 2011, quando ha smesso di giocare e ha iniziato a parlare. Molto. Oggi è uno dei consulenti più pagati della televisione inglese, presenza fissa in studio di Sky Sports UK e nel suo podcast. Il Times lo ha descritto come un uomo dalle opinioni molto nette, arrivando a definirlo completamente folleattraverso una delle dirigenti della sua azienda, Relentless. E Neville non ha mai provato a correggere quell’immagine.

È impegnato politicamente, un laburista dichiarato, e ha accettato anche l’etichetta che gli è stata appiccicata addosso. Sempre sul Times, ha rivendicato senza imbarazzo quella di champagne socialist, noi usiamo il termine radical chic, una sinistra benestante che non chiede scusa per il fatto di esserlo. Nel calcio, però, le sue prese di posizione gli sono costate più di una polemica. Nel maggio scorso il Nottingham Forest gli ha persino negato l’accredito, dopo che Neville aveva paragonato il club e il suo proprietario a una mafia.

Eppure, la sua ossessione resta una sola. Il Manchester United. Il club in cui ha passato diciannove stagioni, ha vinto nove campionati e una Champions League. Il suo bersaglio principale da quando Sir Alex Ferguson si è ritirato.

Con Louis van Gaal lo scontro era arrivato presto. Neville aveva liquidato una sfida con il Liverpool come qualcosa di simile a un’amichevole. Van Gaal non l’aveva presa bene. «Deve stare attento a quello che dice», aveva risposto il tecnico olandese prima di vincere 3-0. Qualche anno dopo, Neville era stato ancora più diretto: «Il calcio di Van Gaal è il peggiore che abbia mai visto». Con José Mourinho non è andata molto meglio. Due settimane prima di vincere l’Europa League del 2017, Neville aveva affondato il colpo. «Questa stagione è un disastro e questa squadra è probabilmente la peggiore che abbia mai allenato in carriera». Nemmeno il trofeo gli ha fatto cambiare giudizio.

L’unico parzialmente risparmiato è stato Ole Gunnar Solskjaer, ex compagno di squadra. Neville gli riconosceva il merito di aver «ricostruito lo spirito del club». Ma nemmeno lui è stato difeso fino in fondo. Al momento dell’esonero, nel novembre 2021, la sentenza è stata asciutta: «Ole non può lamentarsi. Ha avuto tre anni e il club lo ha sostenuto sul mercato». 

Con Erik ten Hag, inizialmente, Neville era sembrato più indulgente, arrivando a difendere la gestione di Cristiano Ronaldo. Ma la tolleranza è finita con il tempo. Dopo un pesante 0-3 contro il Tottenham, aveva parlato di sconfitta disgustosa, aggiungendo che «il gruppo e l’allenatore dovranno rispondere a molte domande». E dopo l’addio del tecnico olandese, il giudizio sui suoi acquisti era stato ancora più severo: le firme di Casemiro e Manuel Ugarte erano state definite «due dei peggiori acquisti della storia del club».

Con Ruben Amorim il confronto è diventato diretto, quasi personale, a colpi di dichiarazioni incrociate. L’ultima stoccata è arrivata il 31 dicembre, dopo l’1-1 contro il Wolverhampton ultimo in classifica. Neville non ha fatto sconti. «Non ha bisogno di dire: “Non ho cambiato sistema a causa dei media”, perché questo significherebbe ammettere che i media occupano i suoi pensieri. Se ha cambiato è perché le prestazioni con il 3-4-3 erano molto scarse e i risultati catastrofici. Quando vedo che torniamo a tre difensori dopo cinque minuti, penso: “No, Ruben, perché l’hai fatto?” L’allenatore deve guardarsi e dire: “Ho sbagliato. Ho complicato le cose.”». 

La cosa che rende Neville una figura così esposta è che il mestiere lo conosce anche dall’altra parte. Dieci anni fa ha provato ad allenare, al Valencia, ed è stato un fallimento durato quattro mesi. Un’esperienza che gli viene ricordata spesso. Anche da chi gli siede accanto in studio. Jamie Carragher, rivale storico di Liverpool e partner fisso a Sky, ci scherza sopra da anni. «Quando resto senza argomenti, parlo di Valencia: è un colpo basso, ma funziona sempre», aveva raccontato sempre a L’Équipe nel 2017. Neville incassa e continua. Gli allenatori passano, il suo veleno resta. 

 

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Cos’hanno in comune il calcio e la politica internazionale

C’è un portiere che torna nel suo vecchio stadio e fa una parata irreale. Una mano che sembra arrivare da un altro tempo, forse da un altro sport. Davanti ha la squadra dove è cresciuto, dietro di sé la curva che lo ha amato e che ora inevitabilmente lo fischia. Deve fischiarlo. Per forza. I tifosi fanno i tifosi, non i commercialisti. Misurano il calciomercato con il dolore per la perdita di un giocatore non con il plusvalore entrato nelle casse. 

È una scena che nel calcio capita spesso, ogni volta fa male in modo diverso, perché ricordi quando è capitato a te. Sono i pensieri e le riflessioni di Manuel Jabois, scrittore, firma della cultura su El País. Ritorna sulla parata nel derby del portiere del Barcellona Joan García e pensa all’Espanyol, ma soprattutto pensa all’amore che c’è stato tra la sua gente e quel numero uno. 

Pensate all’ex che entra nel vostro ristorante di sempre, bellissima, al braccio di qualcun altro. E a quel tipo di dolore che non nasce dalla mancanza, ma dall’incapacità di aver saputo trattenere quella persona. L’Espanyol, scrive, può almeno dormire tranquillo: ha saputo voler bene al suo portiere. Non tutto dipende da chi ama.

Nel calcio, come nel mondo, c’è una legge che viene prima di tutte le altre: chi può fare qualcosa che lo avvantaggia, la fa. Lo fanno gli Stati Uniti, lo fanno i grandi club, lo fa chi è più grande di qualcun altro. Puoi fidarti di un giocatore, ma non troppo: il tempo del calcio è breve, corre più veloce dei sentimenti. 

Jabois non giustifica, dice che prova a capire. Racconta di Luís Figo senza indulgenza né furore. Capirlo non significa essere ingenui: significa accettare che tutto ha un prezzo e che c’è sempre qualcuno disposto a pagarlo.  È altrove che Jabois vuole arrivare e quando allarga lo sguardo dice che il diritto internazionale, non è costruito sulla giustizia, ma sulla possibilità di sganciare una bomba atomica. Se hai la forza, puoi permetterti i trattati, gli accordi, perfino la pace. La legge vale finché nessuno decide di esercitare il potere puro. È darwinismo, non ideologia. Il bambino più grosso del cortile promette di non rubare la merenda a nessuno: la promessa dura finché non ha fame.

Nel calcio non serve neppure forzare la legge. Il Barcellona aveva bisogno di un portiere. L’Espanyol ne aveva uno catalano, fortissimo. Se l’è preso. Avrebbe potuto prenderne un altro, il giocatore avrebbe potuto scegliere un’altra destinazione. Ma certe cose accadono per una ragione che non ha bisogno di spiegazioni morali, accadono perché possono accadere e nessuno può impedirle. È brutto, perché il desiderio si piega al denaro. Ma il mondo, ricorda Jabois, è stato costruito così: non governa un’autorità morale, governa quella materiale. Il calcio e la politica internazionale si assomigliano più di quanto si voglia ammettere. Si riempiono di teorie, di analisi, di tentativi di aggiustare ciò che non dipende da noi. Ma sotto tutto questo c’è una conclusione semplice e triste: i veri accordi sono pochi, e quasi sempre escludono la forza solo finché la forza decide di non farsi sentire. Nel calcio si chiama clausola rescissoria. Nel resto del mondo: la forza. 

 

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Dai campi

 

 

 43.   Perugia imbattibile

I giorni senza sconfitte della Sir Perugia. Non perde dal 23 novembre a Trento. Ha toccato le 13 vittorie di fila ieri sera battendo l’Allianz Milano 3-1 e restando in testa alla classifica insieme all’Itas Trentino [ma con quoziente set inferiore]. Una striscia costruita tra campionato, Mondiale per club vinto in Brasile, Champions League e Coppa Italia. Lorenzetti ha concesso riposo a Colaci, Plotnytskyi e Solé. Alla fine ha parlato di una partita “non da poster”, utile però per incastrare e aggiustare le cose in vista della Champions. Milano ha retto finché ha potuto affidandosi a Reggers, alla sua probabile ultima da avversario a Perugia.

 

 0.   Senza Trapani a Bologna

Zero partita, zero pubblico, zero appello. Virtus-Trapani è rimasta un’ombra davanti ai cancelli chiusi della Virtus Bologna. Il 20-0 a tavolino, certificato ore prima dal “non veniamo” degli Sharks e dal rompete le righe anticipato di Duško Ivanović, ha consegnato a Bologna due punti pesanti. Con la sconfitta di Brescia a Sassari e lo scontro diretto a favore, i bianconeri sono diventati campioni d’inverno con una giornata d’anticipo. Ne scrive Giorgio Burreddu sulla Gazzetta. Nel vuoto della Virtus Arena è arrivata anche la notizia dell’ingaggio di Francesco Ferrari, mvp dell’Europeo Under-20. Lascia Cividale e la A2, dove segnava 13,4 punti a partita e prendeva 6,7 rimbalzi, facendoci chiedere perché mai una squadra di A non gli desse una chance. Adesso ce l’ha. 

 

 2.   La vittoria di Milano su Udine

I secondi che hanno deciso una partita già entrata e uscita più volte dalle mani di tutti. A due secondi dalla fine, con l’Olimpia Milano sotto di due in casa contro Udine, la rimessa disegnata da Peppe Poeta ha portato alla tripla di Armoni Brooks, liberato dal movimento senza palla di Shavon Shields e dalla finta per Zach LeDay. È stato l’ultimo colpo di un finale feroce: negli 8” precedenti avevano segnato LeDay dall’angolo, poi Mirza Alibegovic con una tripla che sembrava aver chiuso tutto per Udine. Per Milano è stata la quinta vittoria su cinque in campionato con Poeta in panchina, un successo che sana la crepa dei tre ko europei. Per Udine, che veniva da quattro vittorie su cinque, una prestazione di alto livello, oltre i 17 punti e 10 falli subiti di Andrea Calzavara, la sensazione di aver perso contro il talento puro dei campioni. 

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Tendenze

 

   

Atlanta, la città dove la sport non si separa dall’hip hop

Atlanta è una città dove lo sport arriva sempre accompagnato da qualcosa. Trent’anni fa fu la Coca-Cola. Invase la scena olimpica, portò via l’edizione del centenario dei Giochi alla culla di Atene e ci indignammo in tutto il mondo con una voce sola. Dopo quante ne abbiamo viste. Ma forse anche prima, chi se lo ricorda. Ora al posto della Coca-Cola ci sono le voci, il beat, c’è sempre qualcuno che prende il microfono mentre i giocatori degli Hawks rientrano negli spogliatoi. Succede che una partita NBA di inizio stagione venga ricordata non per il risultato, ma per un mini-concerto a metà gara. Succede che la vera star della serata non sia Trae Young, ma Quavo. Succede perché Atlanta funziona così: le sue squadre e i suoi artisti abitano lo stesso spazio.

È una scena che L’Équipe Magazine racconta con Sami Sadik dall’interno. In una State Farm Arena gremita fino all’inverosimile, è stato necessario aspettare l’intervallo per vedere arrivare la vera superstar della serata. Ouavo non era un ospite occasionale, ma parte della famiglia, come dice la stessa direttrice marketing della squadra. 

A pochi chilometri dall’arena, sotto una sopraelevata, c’è un murale che ritrae Takeoff, ucciso nel 2022. È diventato un punto fermo nel paesaggio urbano, immortala per l’eternità, con una precisione quasi fotografica e una piccola aureola bianca.

Quando Takeoff muore, Atlanta non si limita al lutto formale. «Dieci giorni dopo, i funerali si sono svolti nella nostra arena. Era molto importante per noi come organizzazione, al di là del basket» spiegano gli Hawks.  La State Farm Arena è diventata un luogo civile non solo sportivo. Una tradizione che affonda le radici in una città che il New York Times definì già nel 2009 il “centro di gravità” mondiale del rap.

«Ogni squadra cerca di capire come creare un legame con la propria città. Noi abbiamo scelto lo slogan ‘True to Atlanta’. Come essere fedeli ad Atlanta? C’è il movimento per i diritti civili con Martin Luther King, a cui abbiamo reso omaggio sulle maglie. Ma più regolarmente c’è il rap e l’hip-hop, soprattutto da quando OutKast è stato consacrato». Tutto risponde alla stessa logica, dalle figurine distribuite per celebrare André 3000 e Big Boi, ai rapper in prima fila alle partite. 

«E comprano il biglietto. Non diciamo loro: ‘Venite, è gratis’. Prima di tutto sono tifosi». 

Anche gli altri sport si sono adattati. I Falcons hanno celebrato i cinquant’anni dell’hip-hop locale con oltre sessanta artisti durante una partita NFL. Il calcio degli Atlanta United ha avuto 2 Chainz come ambasciatore. Dentro gli spogliatoi, il confine sparisce del tutto. I giocatori ascoltano gli artisti, li incontrano, li votano in tornei interni su chi rappresenti meglio Atlanta. Zaccharie Risacher racconta: «È la prima cosa che mi ha colpito arrivando qui: questa cultura hip-hop profondamente radicata». Mouhamed Gueye: «Non vedrai una cosa del genere a Los Angeles o da nessun’altra parte». 

Non è sempre stato lineare. Nel 2014, frasi razziste pronunciate dai vertici degli Hawks avevano aperto una frattura profonda. Atlanta aspetta un grande titolo sportivo da tempo. Hawks e Falcons sono in stallo da tempo. Ma la città sa già come reagirebbe. «Bisognerebbe considerare l’intervento della guardia nazionale per sorvegliare una festa di diciannove settimane», scriveva nel 2012 lo scrittore Rembert Browne. Quando nel 2021 vinsero i Braves, non servì. Bastarono quattrocentomila persone e un concerto rap gigante. Le feste di Atlanta non riguardano i titoli. Si festeggiano una città e la sua voce. 

 

 

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Interpreti

 

  

Sarà il littlerismo a divorare Luke Littler

Luke Littler si è seduto davanti ai microfoni con l’aria di chi voleva essere altrove. Ha guardato le file di sedie, ha atteso che gli altri finissero di parlare, ogni tanto mandava un messaggio dal telefono. È la parte del lavoro che non gli è piaciuta. Ma c’è una regola non scritta, se sei lì, in conferenza stampa, vuol dire che hai vinto. Diciotto anni, due titoli mondiali consecutivi, dieci Major conquistati in appena ventuno tentativi, il primo assegno da un milione di sterline incassato nella storia delle freccette. È il centro gravitazionale del gioco. Lo sa lui, lo sanno gli altri, lo sa il pubblico che lo ascolta quando dice, con un mezzo sorriso: «Probabilmente siete stanchi di vedermi. Ma io sarò qui per molti anni ancora».

Il Guardian con Jonathan Liew racconta allora la sensazione che Littler non stia solo vincendo, ma stia normalizzando il concetto di vittoria in una disciplina dove la profondità del campo propone una continua alternanza di vincitori. Come nel golf. Se dodici mesi fa sembrava emotivamente e fisicamente svuotato dopo il primo titolo mondiale, oggi appare lussuosamente abituato a quella sensazione. E questo, di per sé, è l’avvertimento più stridente per chi lo insegue: se pensavano fosse difficile batterlo quando voleva solo vincere, provino ora che si aspetta di farlo

La finale con Gian van Veen è stata quasi crudele. Non tanto per il punteggio, quanto per l’effetto psicologico, con la consapevolezza debilitante che una manche da quindici frecce in partenza potrebbe non bastare – scrive Liew – che quel 96 o quel 127 probabilmente dovrà entrare, che anche un vantaggio di 200 punti non è affatto inattaccabile. Van Veen ha detto che «se lasci una doppia dopo dodici frecce, spesso non torni nemmeno al tiro, perché lui è fortissimo. Sbagliare significa perdere».

Succedeva ai tempi di Phil Taylor, il paragone che in questi giorni è una trappola invincibile. Per atteggiamento e aggressività – scrive Liew – Littler è probabilmente la cosa più simile che questo sport abbia visto da quando Taylor vinse il suo ultimo titolo mondiale nel 2013. Ma le somiglianze finiscono qui. Taylor era ossessivo, divorato dal lavoro e dal denaro. Littler pratica quanto basta, e il denaro resta – almeno per ora – un dettaglio, anche se in quarantatré minuti ha guadagnato quasi quanto Taylor in sedici titoli mondiali.

L’idea del record aleggia. Sedici mondiali. Ma ce ne sono 14 ancora da vincere. Tantini. Littler non scansa la domanda, ci pensa davvero. «Ovviamente è lontanissimo. Quattordici da fare? Altri quindici, sedici anni direi». Jonathan Liew prova a mettere ordine nell’euforia: Penso che Littler possa arrivare abbastanza in fretta a cinque titoli mondiali. Forse anche sette o otto con il vento giusto. Potrebbe aggiungerne un paio negli anni successivi. Ma sedici? Seriamente, no.

Il motivo non è tanto negli avversari attuali, quanto nel futuro che Littler stesso sta accelerando. Il prossimo Luke Littler potrebbe emergere letteralmente da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Il Guardian racconta di un quindicenne mongolo che vive all’ambasciata di Kensington, già capace di medie sopra i 90. Di adolescenti che giocano da due anni appena. Di ragazze che vincono titoli giovanili. È una rivoluzione che Littler stesso ha contribuito a innescare, e l’ironia è che un giorno quasi certamente finirà per divorarlo. Le acque stanno correndo veloci.

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Dominik Paris e i giovani d’oggi

➣    Corre contro giovani scatenati, gli svizzeri Von Allmen e Monney, che hanno oltre dieci anni meno di lei. A quell’età che cosa cambia?

«Che ti prendi più rischi, che vai anche oltre il limite. Lo facevo anche io quando avevo 25 anni, è un fatto di testa soprattutto. Con l’esperienza impari a gestire certe situazioni, non ti butti sempre. E per questo quando riesco a stare davanti a loro sono ancora più soddisfatto. Ce la può fare anche un “anziano” come me».

➣    Da bambino lei spaccò gli sci nuovi per fare i salti nel bosco. È vero che ha temuto di non sciare più?

«Non avevo distrutto solo sci, ma anche gli attacchi. Andavo sempre forte, con gli amici, con mio fratello (scomparso nel 2013, ndr ), quel giorno avevo valutato male un salto. Tornai a casa e ricordo ancora la faccia di mio padre. Di soldi a casa ne giravano pochi, temevo che non mi ricomprasse mai più l’attrezzatura». intervista di daniele sparisci, Corriere della sera

La posizione in bicicletta di Jonathan Milan

➣     In vista del 2026, su che cosa sta puntando per fare un ulteriore salto di qualità?

«Nel migliorare sulla posizione. E non per i tantissimi commenti che ho sentito, quasi che tutti siano dei biomeccanici… Ne abbiamo parlato tanto in squadra, con gli specialisti. E agito di conseguenza». 

➣    Nel dettaglio?

«Abbiamo cambiato completamente la taglia di telaio della bici, allargato il manubrio… Riusciamo così a risparmiare molte energie, specie in vista della volata dove bisogna arrivare freschi, il più possibile. E riesco a stare molto più basso, nel complesso. Buttarmi di tanto più giù con la testa. Questa, vedrete, sarà una differenza evidente».  intervista di ciro scognamiglio, la Gazzetta dello sport

Il dolore al ginocchio di Tamberi

➣   Già, il ginocchio, quella della gamba di stacco che tanti guai le ha procurato: problemi superati?

«È migliorato, ma non è ancora a posto. Probabilmente non lo sarà mai. Quando spingo un po’, quando lo sollecito, si infiamma e si fa sentire. Dev’essere il premio di 16 anni ad alta intensità…».

➣   Come gestisce la situazione?

«Il lungo periodo lontano dall’attività dopo la stagione olimpica mi ha insegnato a dosare gli sforzi, a capire certe dinamiche. Prima, per saltare, silenziavo il dolore. Ora, invece, non faccio infiltrazioni da lungo tempo, seguo quel il ginocchio mi dice».  intervista di andrea buongiovanni, la Gazzetta dello sport

 

 

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Nomi, cose, città

Nomi  Beatrice

Beatrice è il nome caro a Dante e stamattina quello che apre una frattura nell’atletica leggera. Beatrice Chebet, dominatrice del mezzofondo mondiale, si ferma nel pieno della sua corsa e sceglie la strada della maternità. La sua decisione racconta un tempo nuovo, in cui le atlete rivendicano la priorità della vita senza attendere la fine della carriera. Ne scrive Emanuela Audisio su Repubblica, intrecciando i suoi risultati straordinari ma anche il contesto culturale, perché in Kenya una moglie che non fa figli (per scelta) è una donna sbagliata. Anche se sei un’atleta di fama mondiale non puoi sottrarti all’essere madre, tutte le altre compagne di squadra lo sono. E questo è anche il motivo per cui alcune di loro scelgono di vivere all’estero, fuori da certi retaggi culturali, come la maratoneta Hellen Obiri che si è trasferita a Denver in Colorado

Attorno a Chebet si allarga una costellazione di esempi, donne che programmano, che resistono, che vincono anche dopo aver cambiato traiettoria. Chebet, che è la grande avversaria di Nadia Battocletti, ha scelto comunque la stagione giusta perché quest’anno l’atletica non ha grandi appuntamenti mondiali.

cose Biglietti

Sono la misura concreta dei Giochi invernali di Milano-Cortina prima ancora che comincino. Il conto alla rovescia mostra subito il suo volto più netto: l’accesso. Gratis in tv, selettivo dal vivo, con prezzi che vanno dall’ingresso popolare alla soglia del lusso, mentre il mercato parallelo della rivendita è già attivo e allineato. Lo racconta Marco Bonarrigo sul Corriere della sera. L’Olimpiade cresce nei numeri: record di sport, 92 nazioni, quasi tremila atleti, un equilibrio di genere ancora imperfetto. L’Italia si presenta con una delegazione ampia, spinta dal ruolo di ospite, mentre l’hockey domina per quantità e centralità, uno sport-sistema che detta calendari, attese e gerarchie. Le gare iniziano prima della cerimonia, come sempre, ma la sensazione è che il vero avvio sia già avvenuto. Anche l’emozione, ha trovato un prezzo.

Per l’inaugurazione “servono 267 euro nel terzo anello dello stadio. Per una poltronissima di prima fila servono 2.100 euro che diventano ottomila per un pacchetto premium compreso di hospitality.  Con i suoi 11 mila euro, la finale maschile (Usa-Canada è il pronostico) è l’evento degli eventi”.

città  Liverpool

A questo punto, Liverpool sembra essere stata una parentesi più che una scelta. Federico Chiesa ci è arrivato dopo un’estate da separato in casa e non è mai diventato centrale. Ha avuto pochi minuti, un utilizzo sporadico, nessuna continuità. Oggi il suo futuro passa dall’uscita dalla Premier e dal possibile rientro in Italia, con la Juventus che valuta l’operazione. La Stampa racconta i contatti tra i club avviati. L’ingaggio non è un ostacolo, resta da definire la formula richiesta dal Liverpool, orientato a una cessione definitiva. Per la Juve Chiesa sarebbe utile a completare l’attacco. 

nazioni  Arabia Saudita

È il fattore che rischia di ridisegnare gli equilibri del tennis mondiale. Avrà un nuovo Masters 1000 maschile. Ha preso le finali WTA. Ora può complicare piani, ambizioni e grandeur di Angelo Binaghi. Ne scrive Marco Iaria sulla Gazzetta. I sauditi obbligano l’Atp a liberare spazio in calendario, con il taglio di ulteriori tornei di fascia media. In un sistema già saturo, le licenze 250 e 500 diventano ancora più rare e costose. La federazione aspetta che sia in vendita un’altra data per portare un torneo in più in Italia. Ma la spinta saudita accelera il processo e alza i prezzi, rendendo l’accesso sempre più selettivo.

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La Macchina del tempo 

 

 

Come sono le famiglie americane

  Il 6 gennaio del ‘66 è un giovedì e i giornali raccontano della proposta avanzata dagli USA alle Nazioni Unite per il Vietnam, una disponibilità a negoziare senza condizioni preventive sulla base degli accordi di Ginevra. In Germania festeggiano l’ex cancelliere Adenauer che ha compiuto novant’anni, mentre in Italia si va verso una verifica in Parlamento della tenuta del governo Moro dopo le dimissioni del ministro degli Esteri, Fanfani. Domenico Bartoli da Bruxelles per il Corriere della sera commenta certe posizioni di De Gaulle dalla Francia su mercato comune e legami con l’America. Dice che l’Europa non può fare a meno dell’alleanza con gli Stati Uniti e scrive: Noi europeisti dobbiamo rassegnarci a constatare che l’Europa politica non si farà ancora per qualche tempo

Ma chi siamo noi e chi sono loro è un tema che si affaccia anche su La Stampa, dove Mario Fazio attraversa gli Stati Uniti osservando la famiglia come unità elementare di un paese vastissimo, eppure attraversato da una profonda identità di abitudini e sentimenti da un Oceano all’altro. New York non basta a spiegare l’America, dice, le città della costa atlantica danno immagini esaltate o parziali di un continente che va dal New England al Far West.

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Oggi

 

Bologna

31 giorni a Milano

Il fuoco di Pasolini e Dalla

Oggi la fiaccola di Olimpia va a dormire a Bologna – e qui non lo dobbiamo neppure dire che cos’è Bologna. 

La luna, le mani, la pelle. È la triade intorno a cui Lucio Dalla ha costruito il suo immaginario. Il fuoco non è centrale quanto il mare o la notte, ma appare in momenti chiave come un simbolo di memoria, passione o tensione sociale. In Passato, presente [dall’album Storie di casa mia, 1971], Dalla dice che Il passato è un fuoco che brucia i pensieri.

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L’ultimo scroll

     

Come parla il silenzio dei benedettini

C’è un’Europa che non coincide con le sue crisi, né con i suoi vertici, né con le sue capitali. Un’Europa laterale, paziente, costruita nei secoli attraverso il lavoro quotidiano, l’ospitalità, la disciplina del tempo. È un’Europa che non alza la voce, che non conquista, che non si espande. Tiene e custodisce. Resiste dove può. Paolo Rumiz l’ha attraversata da viaggiatore qual è sempre stato, seguendo la trama dei monasteri benedettini, e stamattina sul Corriere della sera Gian Antonio Stella ne raccoglie il racconto come un controcanto alla fragilità del presente per l’uscita di una nuova edizione. 

«Ci sono tanti tipi di silenzio. Quello spinoso dell’imbarazzo, quello della complicità che rende superflue le parole, quello punteggiato dei segnali d’allerta che esiste in natura, quello terribile delle lingue negate, come fu il tedesco in Alto Adige sotto il fascismo. E c’è il silenzio del vuoto: il silenzio di un’abbazia ridotta a un drappello di monaci». È il più malinconico, e insieme il più eloquente, tra quelli incontrati nel cammino dello scrittore triestino.

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