Chiamarsi Zidane e giocare in porta

    C’è un gruppo di ragazzi che si ritrova d’estate, quando il sole cade dritto sulla Provenza, al centro sportivo Z5, poco fuori Aix. Giocano cinque contro cinque, sono partite secche fatte di sudore e prese in giro. I fratelli Lopez, i Magnetti, i Kebbal. E poi ci sono gli Zidane. Con quel cognome così grosso, con quella storia di diversità. 

C’è qualcosa di profondamente giusto nello sport. Un cognome non è un’eredità, casomai è una verifica continua. Non promette nulla e invece chiede tutto. Non apre le porte ma un po’ le schiude. All’inizio. Solo all’inizio. Essere figlio di in un ambiente che misura tutto con un risultato significa cominciare ogni volta da meno uno. Non ti chiedono se sei bravo: ti chiedono perché non sei ancora come tuo padre. Ogni errore rischia di diventare una macchia genealogica, ogni bel gesto viene archiviato come una naturale prosecuzione, era dovuto, cos’avrai fatto mai, non è certo una tua come conquista.

Lo sport ama raccontarsi come meritocratico, e su questo è onesto in modo spietato. Il campo non è un atto notarile, come sanno i figli di Pelé e di Diego. Ma lo sguardo sì. Lo sguardo pesa e confronta. Ti guarda prima con simpatia e poi con sospetto. Il cognome è un rumore di fondo. Devi giocarci contro. Devi imparare a togliere il passato dal presente, e senza rinnegarlo. Devi tenere la schiena dritta quando ti dicono che sei lì per diritto di sangue, la testa bassa quando in qualche corridoio sussurrano che non sarai mai abbastanza.

Lo sa bene Luca, Luca Zidane, che d’estate in mezzo ai fratelli Lopez, i Magnetti, i Kebbal, sfoggia una tecnica raffinata e una dannata ostinazione. Non vuole andare in porta. Vuole il pallone tra i piedi. In porta ci sta tutto l’anno anche se è il figlio di Zizou, e ci sta pure in Coppa d’Africa con la maglia dell’Algeria. Senza far rumore, senza che lo strappo sia diventato un caso mediatico, ma una scelta di continuità con le radici.

Mathieu Grégoire, su L’Équipe, racconta  questa traiettoria passata prima dalle relazioni che dai documenti. «Luca ed Enzo – dicono gli amici dell’estate al giornale francese – passavano le vacanze a Marsiglia. Luca era il più piccolo, prendeva delle sassate in porta, non aveva paura. Non se lo ricorda, ma noi sì. È come suo padre: umile, riservato, calmo».

La scelta dell’Algeria, accelerata e naturale, nasce anche da qui. Dai legami familiari, dai cugini, da una storia che non è mai stata solo sportiva. «L’attaccamento di Luca alla sua famiglia è importante», spiegano intorno alla nazionale algerina, ricordando percorsi paralleli, viaggi e gesti simbolici. Quando Vladimir Petkovic ha chiesto di valutare nuove opzioni in porta, il nome di Zidane era già passato sui tavoli. Era stato scartato. Stavolta il processo è stato accelerato e il cambio di nazionalità sportiva si è chiuso in meno di una settimana.

Nel gruppo, Luca è stato accolto senza sospetto. «È un tipo semplice», dice Kebbal. «Fuori lo trattano in modo diverso per il nome, ma qui è umile, rispettoso. Suo padre che viene in tribuna? Per noi è una leggenda, per lui è solo suo papà». Dorval lo descrive così: «È gentile, adorabile, ride, scherza». E Hadj Moussa ride ancora di più: «Ci piace prenderlo in giro per il cognome che porta».

Forse la scelta di andare in porta è stata una subliminale via di fuga dal confronto, ma sul campo quei suoi piedi dolci aiutano. «È un undicesimo giocatore di movimento», spiegano nello staff. La statura è quella che è per un portiere moderno, ma «la relazione tecnica con i compagni compensa tutto». Sa giocare corto, lungo, saltare la prima linea, difendere la profondità. E soprattutto, dice L’Equipe, “la pressione scivola su di lui come la pioggia su un K-way: se sbaglia una giocata, pensa alla successiva”.

 

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