Lo Slalom del 25 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

domenica 25 gennaio 2026

 # 12  giorni a  Milano-Cortina

 

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►  GIOVANNI FRANZONI ha vinto la discesa libera di Kitzbuehel sulla leggendaria Streif. Ha battuto per 7 centesimi Marco Odermatt e si è commosso pensando al suo compagno di stanza Matteo Franzoso, morto a settembre per le conseguenze di una caduta in allenamento in Cile. E poi quarto Schieder, settimo Paris e nono Casse. La staffetta mista di biathlon ha vinto la prova di Coppa del mondo a Nove Mesto con una quarta frazione di Giacomel portentosa. 

◇  Una teenager si ferma [Viktoria Mboko battuta da Aryna Sabalenka] e un’altra avanza. Iva Jovic, l’americana di 18 anni che ha eliminato Jasmine Paolini, si è qualificata per i quarti di finale e giocherà contro la numero uno del mondo. Avanti Carlos Alcaraz in tre set su Tommy Paul.

◇  Gli anticipi della serie A si sono chiusi con un risultato eclatante, uno pesante e un gesto sentimentale. Il Como ha segnato sei gol al Torino, il Cagliari ha vinto a Firenze e Romagnoli ha salutato i tifosi della Lazio dopo lo 0-0 di Lecce: pare orientato a giocare in Qatar. Sarri mesto: ci stiamo ridimensionando.

◇  Il Manchester City ha spezzato la spiralina di sconfitte [United e Bodoe] con il 2-0 al Wolverhampton e un gol del nuovo acquisto Semenyo. Si è riportato a 4 dall’Arsenal che oggi gioca con lo United. Il Liverpool ha perso a Bournemouth. Prima sconfitta del Bayern in Germania con l’Augsburg. 

◇  Dopo una prova show sulle strade della Formula 1 vinta da Fourmaux, Solberg mantiene 56 secondi di vantaggio su Evans nel rally di Monte-Carlo. Ogier è terzo. Insomma: un dominio della Toyota. Due passaggi sul Col de Turini decideranno oggi la corsa. 

◇  Matthew Brennan ha vinto allo sprint l’ultima tappa del Tour Down Under in Australia e Jay Vine ha difesa la maglia nonostante una caduta. L’australiano era già arrivato primo tre anni fa. Il primo italiano in classifica generale è stato Andrea Raccagni Noviero, 21 anni, sesto, due stagioni fa sul podio della Gand-Wevelgem jr. 

◇  Nonostante due forature, Mathieu Van der Poel ha vinto la prova di Coppa del mondo di ciclocross a Maaasmechelen, l’undicesima della stagione su 11 corse. Oggi chiusura a Hoogerheide e la prossima settimana i Mondiali. 

◇  La stagione internazionale indoor dell’atletica leggera si è aperta con due record del mondo a Boston: Hobbs Kessler ha corso i 2.000 metri in 4:48.79, un secondo e 20 centesimi meno del tempo di Kenenisa Bekele nel 2007; Josh Hoey ha corso gli 800 metri in 1:42.50, migliorando di 17 centesimi il primato di Wilson Kipketer di ventinove anni fa. Noah Lyles è stato battuto sui 300 metri da Jereem Richards. L’unico italiano, Emmanuel Ihemeje, ha datto terzo nel triplo con un triste 15,65.

◇  Agli Europei di pallamano vittorie per Francia, Danimarca e Germania contro Portogallo, Spagna e Norvegia nel girone di seconda fase che assegna i posti per le semifinali. 

   

In America vivere in Minnesota è vista da molta gente come una sfortuna

Alberto Grandi

  

Il basket di fronte ai morti di Minneapolis

Lo chiamiamo gioco perché questo è fin dai tempi dei Romani, una burla, uno svago, una ricreazione, qualcosa che deve divertire senza nessun altro fine i grandi e i bambini. Il tempo ha aggiunto altri scopi [la posta in gioco] e nuovi significati alla parola. Può essere una finzione [dai, era solo un gioco], può essere un effetto speciale [un gioco di luci], può essere un semi-sinonimo di interessi [fare il gioco di qualcuno]. Ma se lo chiamiamo gioco perché è una manifestazione di gioia [Vidi a lor giochi quivi e a lor canti Ridere una bellezza, Dante] ed è una rappresentazione spettacolare [giochi circensi, giochi scenici], in un posto dove hanno ucciso un uomo di 37 anni durante una manifestazione non si può giocare. 

Lui si chiamava Alex Jeffrey Pretti. È stato ammazzato da un agente federale degli USA diciassette giorni dopo Renee Nicole Good, coetanea. Dopo il secondo omicidio in tre settimane a Minneapolis, la NBA ha preso la decisione scartata l’altra volta. La partita con i Golden State Warriors, prevista al Target Center poche ore dopo la sparatoria, è stata rinviata per “dare priorità alla sicurezza della comunità di Minneapolis”. Mancavano tre ore all’inizio. I Timberwolves e i Warriors avrebbero dovuto giocare in diretta sulla ABC. L’altro ieri, migliaia di manifestanti, tra cui l’allenatrice delle Minnesota Lynx Cheryl Reeve e l’allenatrice in seconda ed ex stella Rebekkah Brunson, avevano marciato insieme con altre migliaia di manifestanti per protestare contro l’ondata di controlli sull’immigrazione in città: un municipio amministrato dai democratici, in uno stato che ha per governatore Tim Walz, candidato alla vicepresidenza di Kamala Harris alle ultime presidenziali. 

Centinaia di ristoranti, birrerie e altre attività commerciali hanno partecipato a uno sciopero durato un giorno, chiudendo in segno di protesta contro la massiccia presenza di agenti armati e mascherati. Anche molte scuole erano rimaste chiuse venerdì. 

La maggior parte dello staff tecnico dei Timberwolves si trovava nel centro di allenamento della squadra, proprio di fronte al Target Center nel centro di Minneapolis, quando la notizia della sparatoria ha iniziato a circolare. Quando la gravità della situazione è stata chiara, i membri dell’organizzazione dei Timberwolves hanno raccomandato alla lega di non far giocare la partita, secondo quanto riferito da fonti della squadra a The Athletic, per dare a tutti il ​​tempo di elaborare gli eventi e disporre eventuali misure di sicurezza aggiuntive. Il sindaco Jacob Frey ha chiesto l’intervento della Guardia Nazionale, il corpo di riservisti dell’esercito che viene convocato in situazioni di emergenza. Una divisa contro un’altra divisa, un pezzo di paese contro un altro pezzo di paese: la Storia sa che nome dare a contesti del genere. La partita è stata rinviata a oggi alle 16:30 locali. 

Coach Chris Finch e il presidente Tim Connelly hanno aggiornato i giocatori momento per momento, raccogliendo le loro opinioni. I Warriors erano arrivati ​​in Minnesota venerdì pomeriggio. Nessuna delle due squadre è stata disponibile per un commento, ma Jaylen Clark ha pubblicato un video della sparatoria nelle sue storie di Instagram, scrivendo: “Un uomo malato di mondo”. Anche Tyrese Haliburton, guardia degli Indiana Pacers, è intervenuto, scrivendo sui social media che Alex Pretti, l’uomo colpito dagli agenti federali, “è stato assassinato”. Dopo l’omicidio di Good del 7 gennaio, i Timberwolves avevano osservato un minuto di silenzio la sera successiva. Finch aveva rilasciato una dichiarazione a sostegno della famiglia Good. Il CEO dei Timberwolves Matthew Caldwell è stato in contatto con gli uffici del governatore e del sindaco per tutta la giornata. Tony Adams, direttore della sicurezza dei Timberwolves, e i funzionari del Target Center, responsabili della sicurezza durante la partita, si sono coordinati con le autorità locali. Una delle motivazioni per lo spostamento della partita di un giorno, secondo fonti della squadra, era evitare di distogliere la polizia e le risorse mediche da altre zone della città. La partita non sarà più trasmessa su ABC. I Timberwolves prevedono di farla trasmettere dalla loro emittente sportiva regionale locale, FanDuel Sports North. Anche i Warriors la trasmetteranno sulla loro.

Il TwinsFest, l’annuale festival di baseball organizzato dai Minnesota Twins, si è chiuso con un’ora di anticipo. I Minnesota Wild invece non hanno rinviato la partita in programma contro i Florida Panthers nella vicina St. Paul. 

 

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Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤   Tra il nord e il sud ha vinto il sud. Ma questo succede in Francia, dove benvenuti al nord vale quanto il nostro benvenuti al sud. Insomma: il Lens ha perso a Marsiglia dopo 11 partite che non succedeva e ha dovuto lasciare il primo posto in classifica al PSG. L’Equipe dedica la prima al sorpasso per grazia ricevuta. Nel soppalco: la furia del Tolosa nel campionato di rugby, la vittoria della Nazionale di pallamano sul Portogallo agli Europei, il terzo posto di Muzaton sulla Streif. 

⬤   Marca apre il giornale com Mbappé e con la vittoria del Real Madrid inc asa del Villarreal. Ha segnato con un Panenka e ha dedicato il gol a Brahim Diaz. Spazio anche alla delusione che viene dalla pallamano, dove la nazionale è fuori dalla corsa per le semifinali europee. Mbappé è in prima anche su As, ma non su Mundo Deportivo e Sport, dove invece campeggiano le barcelloniste che hanno vinto la Supercoppa battendo per 2-0 il Real. 

⬤   Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta intervista il Thuram juventino alla vigilia della partita con il Napoli – e pure lui come David ieri dice che Spalletti è un genio. Lo schiaffo a Openda ne ha educati cento. In mansarda Roma-Milan: Vietato fermarsi. Due rettangoli laterali per Sinner e Franzoni. Spareggione titola il Corriere dello sport-stadio per le due partite di una domenica Champions”, mentre Tuttosport intervista Veltroni e si sente dire che il cuore di Conte è allo Stadium. Un’immagine pulp perfino più di Conte che entra nella testa dei giocatori. Una volta sotto la doccia Spinazzola se n’è trovato un pezzo in mezzo alla forfora. Nel soppalco la crisi della squadra di Cairo: Toro allo sfascio”. QS si distingue come accade spesso e dedica la foto grande della prima pagina al capolavoro sulla Streif di Franzoni e alla sua dedica per Franzoso. 

 

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L’attesa per Franzoni ai Giochi

Con il pettorale numero #2 Giovanni Franzoni aveva solo la discesa di Mattia Casse come riferimento davanti a sé. Il riferimento che abbiamo avuto dalla tv sul divano: se gli dà un secondo di distacco allora è una buona discesa. Gliene ha dato un secondo e mezzo, e abbiamo capito che avremmo potuto aspettare con fiducia quello che sarebbe accaduto dopo. Franzoni era andato sul primo dosso convinto, ha saltato poco per restare veloce nella parte alta ed entrato preciso nella stradina, all’attacco ma pulito alla traversa, per toccare i 140 all’ora sugli schuss della pista più temibile e più difficile al mondo. 

Ora Giovanni Franzoni si trova di fronte all’effetto Tomba. Albertone cominciò a vincere le prime gare di Coppa del mondo quando mancavano un paio di mesi ai Giochi di Calgary – la famosa edizione in cui Miguel Bosé e Gabriella Carlucci fermarono la serata finale del festival di Sanremo per farci vedere la rimonta nella seconda manche dello slalom olimpico. Aveva vinto due giorni prima l’oro nel gigante. 

È il tema di cui parla Giulia Zonca stamattina su La Stampa, dove scrive che può essere destabilizzante comparire all’improvviso in un panorama d’eccellenza quando il gruppo in cui hai appena avuto accesso punta dritto alle sfide da ricordare. Ogni talento affronta il cambio di dimensione a proprio modo, ma tutti vanno a una velocità di scalata assurda e devono scartare l’assestamento. Zonca fa gli esempi di Deborah Compagnoni sulla neve, di Federica Pellegrini e di Marcell Jacobs nei Giochi estivi. E Franzoni? Ora che sta sotto al faro – scrive – gli tocca capire come usare la potenza di questa spinta travolgente.

 

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La Vecchia e il bambino

Ci sarà tempo per farsi conoscere e per conoscere Napoli. Ci sarà tempo per passare casomai da Giovane a Guaglione, come McTominay è diventato McFratemo e Mertens fu Ciro. Nel frattempo, al ragazzo brasiliano, servirebbe un mediatore culturale. Nel suo primo giorno da napoletano ha lasciato abbastanza a desiderare. Ha preso la maglia con il numero 23. Nessuno deve ancora avergli parlato della Smorfia. Oh, comunque con il 23 giocò per un anno anche Roberto Stellone – che a Napoli fu detto Fratemo con un quarto di secolo di anticipo su Scott. 

Lasciatevi rapire dal mercato scrive Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenicale su Repubblica ricordando che sei mesi fa il brasilianino non aveva spazio al Corinthians, il Verona l’ha preso gratis e il suo valore [20 mln] è salito come quello dell’oro. Ma Giovane è il solo motivo per il quale potremmo imbatterci oggi in un Conte meno malmostoso, al ritorno nello stadio dove a un certo punto gli parve di scorgere una differenza tra i ristoranti da 10 e quelli da 100 euro. Oggi siede a una tavola col menu fisso. Repubblica dice che gli manca una squadra intera. Ha aggiunto il portiere Milinkovic-Savic all’elenco di lungodegenti. 

L’archeologia di Juventus vs Napoli

    6 APRILE 1975   Partirono in diecimila, ed erano abbastanza. La domenica che Napoli credette di poter vincere lo scudetto. Oliviero Beha su Tuttosport contò tre voli di linea per Torino, dieci charter, quattro treni normali e tre speciali, di cui uno alle 22 del sabato organizzato dalla Tursport, 1.200 posti subito esauriti, e in più 23 torpedoni “in partenza a getto continuo da vari punti della città e da località del circondario. I 7000 biglietti circa messi a disposizione in tempi vari dalla Juve sono andati a ruba – scrisse – non basteranno per le 10000 persone ufficiali che si muoverannoLeggi tutto qui

    9 NOVEMBRE 1986 – Il giorno che a Napoli parve possibile l’impossibile. Quattro giorni prima la Juve era uscita dagli ottavi di Coppa dei Campioni ai rigori, con il Real Madrid. Tre tiri sbagliati da tre difensori: Brio, Manfredonia e Favero. Anche il Napoli era uscito ai rigori dall’Europa, ma un mese prima, a Tolosa, dove Maradona aveva tirato il suo sul palo. Da quella sera fino alla partita di Torino, il mercato di riparazione [si faceva a novembre] ha aggiunto Ciccio Romano a centrocampo. Italo Allodi è andato a scovarlo in serie B, alla Triestina. Cambia la squadra. Bianchi mette in campo una squadra assai prudente, con Sola numero 7 insieme a Bagni e De Napoli. Il Corriere della sera scrive: A volte nel calcio il coraggio, anche quando è un coraggio obbligato, paga. È successo ieri. A parole Ottavio Bianchi aveva garantito di voler tentare di vincere la partita: in realtà ha dovuto osare quando lo zero a zero, che avrebbe gradito, era stato vanificato da una delle poche felici intuizioni di tutta la partita di Michelino Laudrup.

Dopo lo svantaggio, Bianchi toglie Sola e mette Carnevale. Arrivano tre gol. Il Napoli non vinceva a Torino da 29 anni. Giorgio De Rienzo sul Corriere scrive un pezzo che titolano: Il tifo civile dei terroni. Brera su Repubblica commenta: Il Napoli continua a rendere secondo il genio pragmatico di Bianchi, intelligente, serio e conciso come un illuminista del XVIII secolo. Non l’ho mai sentito dire una sciocchezza e francamente ho gran voglia di proclamarmi fiero d’un simile paìs. Naturalmente, va ribadito il dubbio già molte volte espresso, circa la maturità del pubblico napoletano, tuttora più appassionato che competente. Se fischia al minimo indugio, necessario, per la ricerca di spazi più idonei all’impostazione, addio scudetto

 

trucco   I voti del Torino

Sei gol subiti a Como e il povero Vlasic mortificato. Ha detto di essersi vergognato e di aver giocato la peggiore partita della sua carriera. Ma certe volte in campo giochi e non ti rendi veramente conto di quanto accade. Non deve essere andata così male, in fondo. Sarà una percezione sua. La Gazzetta per esempio in pagella gli ha dato 5,5. Quasi sufficiente. Ma tutto il Torino in fondo non è dispiaciuto. Non c’è nemmeno un 4. Qualche 4,5: sì. Ma il voto che non avevamo il coraggio di confessare alle madri al ritorno dal compito di latino, per i calciatori del Torino sulla Gazzetta non c’è. 

Non c’è un 4 neppure sul Corriere della sera – tranne per Baroni in panchina. Il Corriere dello sport-stadio ne ha dati invece a Tameze e Coco, Repubblica ne ha distribuiti quattro [Vlasic, Ilkhan, Lazaro, Ngonge] e per Coco c’è finanche un 3 . I 4 in pagella salgono a sette invece su La Stampa [Tameze, Ismajli, Coco, Vlasic, Ilkhan, Lazaro, Ngonge]: più dei gol presi. Indifendibili titola La Stampa. Ma dipende. Non sempre. Non dovunque. 

Antonio Barillà su La Stampa suggerisce un cambio di allenatore. Non capriccio, non malcostume, ma mossa opportuna per imprimere una svolta e scacciare fantasmi sempre più inquietanti”. Il tecnico riparla dopo la disfatta, non si dimette – figuriamoci – e annuncia anzi d’aver ricevuto un supplemento di credito dal club, ma il vero scoop è assumersi la responsabilità. E a chi dovrebbe addossarle, di grazia? Da mesi, ormai, l’allenatore si scusa, promette svolte, invoca il lavoro e ripete “testa bassa”, invece, a parte il guizzo di Coppa Italia, arranca di male in peggio. Sei mesi fa, di Baroni si scriveva: Potrebbe diventare l’allenatore dell’anno [sulla Gazzetta]. 

horror  La paura della Fiorentina

Dopo quattro risultati buoni, la Viola è caduta di nuovo e ha perso al Franchi il terzo scontro diretto per la salvezza. Bocci sul Corriere della sera: Il Cagliari dopo la Juve stende anche i viola e si porta a più 8 sulla zona rossa. Perfetta la tattica di Pisacane: difesa attenta e contropiede letale. E un Palestra scatenato, versione azzurra.

     

ADDII

Nazzareno Canuti faceva parte dell’ultima squadra che vinse la serie A con una formazione tutta italiana, l’Inter di Bersellini che precedette la riapertura agli stranieri. È morto a settant’anni, avrebbe poi giocato anche il Milan caduto in B, quando venne scambiato con Collovati. Carlo Baroni sul Corriere della sera racconta come tutto era iniziato. 

La famiglia di Canuti veniva dal Mantovano. Precisamente da Bozzolo, il paese di un prete santo: don Primo Mazzolari. Arrivò a Milano quasi subito. Da ragazzino giocava più avanti, poi lo chiamò l’Inter per un provino. Dopo il primo tempo l’allenatore gli disse di tornare negli spogliatoi. Lui e un altro ragazzo dal cognome lungo e difficile da ricordare: Magnocavallo. Il Nazza varcò mestamente la porta dello spogliatoio, si rivestì e fece per tornare a casa. Sul volto e negli occhi il colore della sconfitta. Quando lo incrociò l’allenatore lo apostrofò: «Dove stai andando?» «A casa — rispose Nazzareno — mi avete bocciato». «Macché bocciato, ti ho tolto dal campo perché quello che dovevo vedere l’avevo visto. Domani presentati in sede».

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L’impegno dell’Australian Open per le culture indigene

Sotto il flusso continuo di spettatori diretti ai tornelli del torneo, le anguille incise sul cemento del viale non sono un elemento decorativo. I fregi sotto i passi della folla sono la memoria della migrazione lungo il fiume Yarra e del sostentamento del popolo Wurundjeri. Una presenza che si è fatta esplicita per l’Evonne Goolagong Cawley Day, la giornata dedicata alla cultura e ai popoli delle prime nazioni. Ci sono state una cerimonia del fumo sulle scale della Margaret Court Arena, un dialogo pubblico con Cathy Freeman, la voce pop di Budjerah a riempire l’aria, e poi laboratori di tessitura, sessioni di avvicinamento allo sport, e tutti i raccattapalle provenienti da programmi tennistici per giovani indigeni. Goolagong Cawley, 74 anni, non ha potuto essere presente per motivi di salute.

In queste stesse settimane, una nuova serie televisiva australiana sta raccontando la sua vita, dall’infanzia rurale all’ascesa fino ai titoli dello Slam, ma soprattutto il modo in cui il suo successo abbia superato i confini del campo. 

La sua figura – ha scritto Emma John sul Guardian – emerge non solo come quella di un’atleta capace di infrangere barriere in uno sport che raramente concedeva spazio a corpi e storie come la sua, ma come una donna che una volta raggiunta la vetta ha trasformato la visibilità in responsabilità, restituendo al proprio mondo ciò che aveva conquistato per sé. È questa dimensione, più che il palmarès, a renderla ancora oggi centrale nel discorso sullo sport indigeno in Australia.

Lo racconta anche Rob Hyatt, educatore del Koorie Heritage Trust, presente con uno stand all’interno del villaggio del torneo. Cinquantasei anni, ex giocatore dilettante di cricket, Hyatt vede in questa giornata un doppio movimento: da un lato mostrare le culture indigene a un pubblico vasto e internazionale, dall’altro incoraggiare una partecipazione sportiva che, nel tennis, resta fragile. Il tennis, con i suoi campi recintati e l’attrezzatura necessaria, continua a portarsi addosso l’aura di uno sport elitario, e quando l’accesso sembra condizionato dall’appartenenza sociale o culturale, la distanza si trasforma facilmente in rinuncia.

I numeri confermano la distanza. La partecipazione sportiva delle Prime Nazioni è inferiore rispetto alla media nazionale, il tennis resta uno degli ambienti meno permeabili. Un problema che appartiene a un contesto più ampio, quello di un sistema sportivo australiano ancora impegnato in un doloroso confronto con il razzismo. Negli ultimi anni, i casi emersi nell’Australian rules football hanno scoperchiato una cultura di spogliatoio permissiva, pronta a ridimensionare o giustificare gli abusi. Secondo un rapporto di Sport Integrity Australia, il 43% degli atleti evita di denunciare episodi di razzismo. La reazione ostile al discorso di fine carriera del giocatore di cricket Usman Khawaja, durante le ultime Ashes, ha mostrato quanto il prezzo dell’esposizione sia ancora alto. 

Nonostante le dichiarazioni d’intenti e le campagne di sensibilizzazione – scrive il Guardian – il razzismo nello sport d’élite continua a essere gestito come un’emergenza episodica, più che come un vizio da smantellare, lasciando a chi lo subisce il peso del silenzio o della resilienza.

Fuori dai grandi campionati, il quadro è persino più cupo. Un’indagine della Victoria University ha rilevato che oltre la metà degli intervistati ha vissuto o assistito a episodi di razzismo nello sport di base, con una larga parte concentrata negli ultimi dodici mesi. È un dato che alimenta il lavoro di ricercatori come Franka Vaughan, la quale riconosce il valore simbolico di giornate come quella dedicata a Goolagong Cawley, ma ne sottolinea i limiti. Non basta da sola a trasformare sistemi che restano saldamente nelle mani di strutture poco inclini al cambiamento.

Il sociologo dello sport Ramon Spaaij osserva come molti club, autonomi e autoreferenziali, non abbiano reali incentivi a mettere in discussione lo status quo. Le politiche di inclusione e i piani di riconciliazione funzionano solo se qualcuno decide di applicarli, e senza una pressione esterna — anche economica o istituzionale — il rischio è che restino documenti ben scritti e poco praticati.

Intanto, all’ingresso di Birrarung Marr, il parco che introduce a Melbourne Park, cinque alte lance e scudi accolgono il pubblico. Rappresentano i cinque gruppi linguistici della Nazione Kulin; ogni punta è diversa, perché ogni strumento aveva una funzione specifica: catturare un serpente o abbattere un canguro. È un’opera che suggerisce una verità semplice e complessa insieme, affrontare il razzismo nello sport australiano richiederà strumenti differenti, strategie molteplici e soprattutto uno sforzo condiviso. Uno stesso fiume, uno stesso cammino, ma più di una direzione possibile.

Le scarpe dei tennisti stanno cambiando

Ora. Le scarpe per i maratoneti saranno pure magiche, ma quelle per i tennisti devono essere comode. Nello sport che ha sempre celebrato i colpi spettacolari, quel che oggi permette di ripeterli con efficacia per tutta la durata di una partita è il movimento. Il gioco di gambe è ciò che separa un colpo isolato dalla continuità. Arrivare bene sulla palla, mantenere l’equilibrio, recuperare rapidamente dopo ogni scambio. Così si riducono gli errori, lo stress articolare e i cali di lucidità, soprattutto quando la fatica aumenta. Ecco. Se tutto questo è vero – ed è vero – quel che tieni sotto i piedi conta eccome. Come prima, più di prima. 

World Tennis Magazine descrive allora il cambiamento nelle richieste dei giocatori alle aziende: non più suole rigide e pesanti ma scarpe leggere, stabili senza essere ingombranti, capaci di assorbire l’impatto senza togliere sensibilità. La traspirazione e la gestione del calore diventano elementi chiave, soprattutto nelle partite lunghe e nei mesi estivi, perché il disagio ai piedi compromette concentrazione e rendimento. L’interfaccia tra piede e calzatura — calze, cuciture, compressione — influisce sul comfort e sulla prevenzione di vesciche e affaticamento. Un appoggio asciutto e ben sostenuto permette alla scarpa di mantenere le sue prestazioni nel tempo. Cemento, terra ed erba richiedono poi livelli diversi di ammortizzazione e trazione. Adattare la calzatura al campo e alle condizioni riduce l’usura fisica durante la stagione. Il comfort non è un segnale di scarsa ambizione. Stare bene in campo significa giocare più spesso, prendersi maggiore libertà, sentire meno dolore, significa migliorare nel tempo senza accumulare stress fisico e mentale.

   

Un colpo di sole o un colpo di fortuna 

Jannik, diciamolo. Senza offesa. Se Gene Gnocchi potesse permettersi con te lo spirito che si permetteva con Arrigo Sacchi, sarebbe già pronto un altro libro con lo stesso titolo di allora. Nessuno potrà togliere dalla testa di Dimitrov che senza l’infortunio al terzo set degli ottavi di finale dello scorso Wimbledon, tu non saresti diventato il primo italiano erbivoro della storia. Nessuno potrà togliere dalla testa di Spizzirri la certezza che senza chiudere il tetto della Rod Laver Arena ti avrebbe battuto. Eri groggy. Come l’anno scorso fra il secondo e il terzo set con Holger Rune, quando si salvò con un time-out medico e una sosta per un guasto alla rete. 

Darren Cahill è rimasto lucido e l’ha gridato dalla tribuna: serviva resistere ancora qualche punto, arrivare allo stop, avrebbero aperto il tetto. Sinner è andato avanti zoppicando, consapevole di aver ricevuto una tregua benedetta. Spizzirri ha scosso la testa e si è dato a un sorriso teso, impotente. Ma sono le regole, anche se il tempismo – ha scritto The Athletic – sembrava scritto apposta per ribaltare l’inerzia.

È la Heat Stress Scale dell’Australian Open. Quando il calore dell’aria, quello irradiato dal sole, l’umidità e il vento si combinano oltre un certo limite, il tennis smette di essere soltanto una questione di tecnica e nervi e diventa un esercizio di resistenza fisiologica, regolato da algoritmi pensati per proteggere corpi spinti al massimo. Il regolamento è chiaro: a quel livello, si gioca fino a un numero pari di game e poi si sospende

Quattro game nel set erano stati completati. Il tetto si è chiuso. Amen. Alla ripresa del gioco, dopo otto minuti senza trattamenti consentiti, Sinner ha immediatamente controbreccato e la trama della partita è cambiata. Il terzo set è diventato suo, seguito dalla pausa regolamentare di dieci minuti. Sinner ha ammesso la componente casuale e Matthew Futterman su The Athletic dice: In un tennis che tende naturalmente a favorire i migliori — campi centrali, orari protetti, margini di gestione più ampi — questi episodi sembrano amplificarsi, non perché infrangano le regole, ma perché le applicano nel momento esatto in cui il peso specifico di chi è in difficoltà diventa decisivo. Anche per questo, a molti, la scena di sabato è sembrata più conveniente che casuale

Simon Briggs sul Telegraph è andato a nutrirsi di aria social e sottolinea che una larga parte dei tifosi più accaniti ritiene che Sinner sia in qualche modo protetto dalle autorità del tennis: una tesi alimentata dalla squalifica di tre mesi per doping che ha scontato la scorsa primavera, nel momento più opportuno [intende: senza Slam in calendario – ndSl]. Ma a Melbourne faceva un caldo torrido e Sinner, cresciuto tra le montagne dell’Alto Adige, è noto per la sua vulnerabilità in questo tipo di condizioni.

Eppure, ridurre tutto alla fortuna sarebbe incompleto. Spizzirri aveva giocato meglio per lunghi tratti, aveva preso il primo set, aveva retto fisicamente nel terzo, aveva messo pressione negli scambi da fondo, impedendo a Sinner di comandare con il servizio. Jannik ha superato l’americano per punti totali vinti solo nell’ottavo game del quarto set. Ma quando il tetto si è chiuso e il caldo ha smesso di essere un alleato, il vantaggio fisico si è dissolto. La storia recente di Sinner è costellata di partite in cui il limite non è stato tecnico ma muscolare. Non ha mai vinto un match oltre le 3 ore e 48 minuti e ha perso gli ultimi tre incontri al meglio dei cinque set. Boris Becker sta sollevando qualche perplessità sulla preparazione fisica di Sinner, soprattutto sulla ricorrenza dei crampi. Pensa che ci sia qualcosa che non va. Al povero Spizzirri resterà la sensazione di essersi visto sottrarre un attrezzo dalla cassetta degli attrezzi. Sotto il sole di Melbourne, il protocollo sul caldo estremo ha riscritto ancora una volta il confine sottile tra resistenza, fortuna e controllo di una partita di tennis. 

 

  Il misterioso ritiro di Osaka

Elvis è ancora vivo da qualche parte insieme con Marylin Monroe, il vero Paul McCartney è morto e  anche Naomi Osaka non si è ritirata da Melbourne per un infortunio, ma perché non reggeva le critiche al suo look. È l’ultima delle teorie cospirazioniste. È spuntata quando la giapponese ha annunciato che non avrebbe giocato contro Maddison Inglis solo poche ore prima della sessione serale alla Rod Laver Arena: un dolore addominale. “Il mio corpo ha bisogno di attenzione”, ha scritto Naomi nella sua storia su Instagram. “Ero così entusiasta di continuare e questa serie di vittorie significava molto per me, dovermi fermare qui mi spezza il cuore, ma non posso rischiare di fare ulteriori danni Grazie per tutto l’amore e il supporto”. 

Mmm. I maliziosi sono sicuri che Osaka abbia sofferto i contraccolpi delle polemiche con Cirstea. Era sull’orlo delle lacrime mentre ne parlava a fine match. È il secondo anno consecutivo che si ritira da Melbourne Park. L’anno scorso si fermò dopo un set contro Belinda Bencic. Inglis resta così la sola australiana in corsa.

  La sorellanza delle teenager: sei fra le prime-100

Mirra Andreeva, 18 anni, numero 7 del mondo, non è più una sorpresa. Ma questo Australian Open ha allargato l’orizzonte delle teeanger. Victoria Mboko, canadese di 19 anni, è uscita solo di fronte alla numero uno al mondo. Iva Jović, americana di 18, insieme a Tereza Valentová e Nikola Bartůňková, entrambe ceche, ha dimostrato che il talento junior regge l’urto dello Slam. Solo dodici mesi fa, il panorama era desolatamente diverso: Andreeva era l’unica teenager nella prime-100 WTA. Oggi sono sei, quattro delle quali abbastanza in alto da figurare tra le teste di serie in Australia. 

È come se un’intera generazione, cresciuta giocando finali junior ad altissimo tasso di intensità, avesse deciso di attraversare insieme il confine tra promessa e professione, portandosi dietro una convinzione rara: appartenere già a questo livello scrive The Athletic. 

Il percorso è stato diverso per ciascuna. Mboko ha avuto un’esplosione quasi violenta: lo scorso agosto ha vinto il WTA 1000 di Montréal alla sesta apparizione sul Tour, spazzando via campionesse Slam come Rybakina e Gauff. Jović, cresciuta a Los Angeles da genitori farmacisti croato-serbi, ha seguito una traiettoria più graduale, ma il 2025 è iniziato come una dichiarazione d’intenti: finale e semifinale nei tornei di avvicinamento a Melbourne e ranking migliorato fino al numero 27. Valentová, numero 54 del mondo, ha già mostrato un talento particolare nel battere avversarie più quotate, arrivando alla sua prima finale WTA a Osaka. 

Tutte hanno rinunciato al percorso universitario, scegliendo di formarsi nei circuiti minori. Tutte condividono qualcosa che va oltre il campo. Nel racconto di Charlie Eccleshare su The Athletic emerge una sorta di sorellanza informale, un gruppo che si conosce da anni e che ha imparato a competere crescendo insieme. Ora si ritrova sul palcoscenico più esigente. Jović parla di Mboko come di un’amica con cui ha condiviso tornei, viaggi, risate; Mboko ricambia raccontando di relazioni costruite nei giorni dei junior. 

Questa normalità fuori dal campo convive con stili di gioco già distinti. Mboko unisce una potenza naturale a una capacità camaleontica di cambiare pelle durante il match, una qualità che aveva mandato fuori giri Naomi Osaka nella finale canadese. Jović lavora sull’assorbimento del ritmo, ha piedi rapidi, gestione dello scambio, una accelerazione improvvisa, spesso con un rovescio che Tracy Austin — campionessa Slam a 16 anni — considera già da élite. Valentová e Bartůňková portano in campo una varietà che richiama la tradizione ceca, fatta di geometrie e intelligenza tattica.

L’idea che i giovani siano incoscienti come dice Achille Laura, cioè senza paura, è una semplificazione. Qui la pressione c’è stata, eccome. Mboko ha mancato di chiudere il secondo set contro Clara Tauson prima di vincere al terzo. Jović ha servito due volte per il match contro Jasmine Paolini senza riuscire a finire la partita, prima di dominare il tie-break. Bartůňková ha incassato degli 0-6 pesanti contro Kasatkina e Bencic. 

La differenza nelle giovani non sta nell’assenza dell’errore, ma nella velocità con cui riescono a metabolizzarlo, senza che diventi una crepa permanente nella partita o nell’autostima.

 


   

La lingua bassa e la lingua alta si stanno mescolando

  Il 25 gennaio nel 1966 è un martedì, e Aldo Moro deve andare al Quirinale per ricevere l’incarico dal presidente Saragat per la formazione di un nuovo governo. Subito dopo si apriranno le trattative fra i parti del centro-sinistra, mentre Mariano Rumor si sta dando da fare per riportare l’unità dentro la DC. Sulle prime pagine c’è la notizia di una tragedia aerea, 117 morti sul Monte Bianco, un volo partito da Bombay e diretto a Ginevra. Riccardo Marcato sul Corriere della sera racconta un dettaglio drammatico: Sul tavolo del maresciallo Malatesta, comandante la stazione dei carabinieri di Courmayeur vi è un mucchietto di lettere con i bordi colorati della posta aerea. Le lettere sono intrise di neve e unte di olio e di kerosene. Molte appaiono bruciacchiate, aperte, lacerate. Sono scritte quasi tutte in inglese, salvo qualcuna in caratteri indiani; provengono da ogni parte dell’India e del Medio Oriente e sono indirizzate in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Sulle buste lacerate si leggono a malapena gli indirizzi; dentro le lettere parlano di auguri di buon 1966, contengono saluti, fotografie, promesse di rivedersi. Le lettere sono circa trecento e si tratta soltanto di una parte di quelle che, stamane assai prima delle 9, sono scese con un insolito sfarfallio dal cielo del Monte Bianco. Sono cadute con altri oggetti, un sari indiano color grigio perla, alcuni fazzoletti, una borsa, un foulard, su una estensione di sette od otto chilometri, dal colle del Checrouit, sulla valle del Veni, a Courmayeur e fin oltre Pré-St. Didier. L’aereo, il Boeing 707 proveniente da Beirut e diretto a Ginevra, era passato parecchi minuti prima, alle 8, nel cielo dell’alta valle d’Aosta ed aveva lasciato una scia bianca, visibilissima contro l’azzurro. Nessuno ha udito boati o schianti, nessuno ha avuto sentore della tragedia che era accaduta lassù. La gente, a Courmayeur e a Pre-St.Didier, ha continuato ad occuparsi delle solite faccende. Poi, improvvisamente, qualcuno ha alzato gli occhi al cielo ed ha visto. Era come una nuvola bianca, una miriade di gigantesche farfalle che scendevano pian piano, indorate dai raggi del sole.

Quel che ci interessa in questa rubrica, il mondo che sta cambiando, il Sessantotto prima che arrivi il Sessantotto, si incontra oggi in un pezzo di Giuseppe Josca sul Corriere della Sera. Josca usa un dettaglio apparentemente marginale — una parola, airsickness — per raccontare una trasformazione molto più ampia, il mutamento profondo dell’inglese americano e insieme il rapporto tra lingua, pudore e società. 

Per quanto airsickness (mal d’aria) sia una parola innocente, tutt’altro che scollacciata, produrrà sempre un certo effetto sentirla pronunciare in un salotto americano. Questo curioso disagio si può forse spiegare con il fatto che essa è di solito associata all’idea umiliante della paura.
La lingua, suggerisce Josca, conserva una memoria morale. Non registra solo significati, ma emozioni e vergogne, produce gerarchie invisibili. Esiste un conflitto tra l’eufemismo e la brutalità espressiva, tra la difesa del decoro e l’irruzione del gergo nella lingua quotidiana. L’esempio dei barf bags — i sacchetti per il vomito sugli aerei — diventa emblematico di una rivoluzione già in atto, che nessuna buona educazione riesce più a contenere. 

Barf bags è un’espressione che, senza tanti complimenti, significa quel che deve significare. Barf bags è un’espressione che gli sforzi congiunti della pudicizia e del decoro linguistico non sono più riusciti a espellere dall’uso comune. Parole nate come gergo, considerate sconvenienti o infantili, stanno entrando stabilmente nel linguaggio pubblico, segnando la fine di una distinzione netta tra lingua alta e lingua bassa.

Il Corriere racconta di un grande progetto lessicografico americano, un nuovo dizionario pensato per fotografare l’inglese realmente parlato, non quello idealizzato. Il problema non è solo quantitativo — l’enorme massa di termini colloquiali — ma qualitativo: decidere cosa meriti cittadinanza ufficiale. Quali promuovere ufficialmente nella lingua comune e quali invece lasciare fuori dalle pagine di un dizionario che si propone di registrare rigorosamente le parole di uso corrente? Non sarà certo facile decidere.
Il dizionario in questa prospettiva è un luogo di compromesso. Così Josca, sotto forma di un’inchiesta linguistica, disegna un ritratto dell’America anni Sessanta, una società meno pudica e più diretta, attraversata da una crescente democratizzazione del lessico. Un professore della Columbia University ha appena scritto una lettera a Time per lamentarsi di aver individuato ben 256 espressioni di slang in un solo numero della rivista. Ma il gergo non è più un corpo estraneo. È una forza che spinge dall’interno. Costringe la lingua ufficiale ad assorbirlo. Non c’è nostalgia né allarme morale nello sguardo di Josca, ma la consapevolezza che ogni lingua viva è destinata a sporcarsi e semplificarsi, a perdere eleganza per guadagnare aderenza alla realtà. 

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Vincennes e il suo Amérique

È la Streif del trotto. Il castello, i boschi, l’ippodromo. È la casa dell’Amérique, la corsa delle corse, oppure come dice Sud Radio stavolta è la corsa mitica che fa la sua rivoluzione, con uno stile e un approccio nuovi per attrarre un nuovo pubblico. Intorno a quello che viene considerato il Mondiale della categoria, hanno montato un Village aperto al pubblico con animazione, street food, dj set, le performance di Yofunders e PalaisVert, Yann Muller – più una cerimonia d’apertura vera e propria per oggi pomeriggio con Gims. 

La corsa si chiama così in segno di riconoscenza per l’alleanza e il sostegno che gli Stati Uniti d’America offrirono alla Francia e agli alleati durante la prima guerra mondiale – e a volerla buttare in politica si tratta del primo Amérique di sempre con un’America diversa. Qui si può arrivare a 80 righe ma non c’è spazio. Ourasi ha vinto quattro volte e in tribuna c’è una statua che lo ricorda. Tra i driver spicca Jean-René Gougeon con otto successi: due alla guida di Roquépine [1966 e 68], due di Bellino II nel triennio 1975-77 e poi il filotto con Ourasi. Helene Johansson resta l’unica donna ad aver corso e vinto il Gran Prix d’Amerique. L’edizione 2026 presenta 11 cavalli qualificati e 7 che hanno diritto a partire in base ai premi in denaro vinti in carriera. L’età media degli ultimi vincitori è stata di 6,4 anni. Al via troveremo cinque cavalli di 6 anni [King Opera, Immortal Doc, Epic Kronos, Keep Going e Kocktel du Dein] e tre di cinque anni [Bullet the Bluesky, Lovino Bello e l’italiano Frank Gio]. Frank Gio è napoletano della scuderia Bivans ma guidato da un francese. C’è pure Epic Kronos, veneto ma venduto da piccolo a una scuderia svedese.

DAGLI ARCHIVI  |  Cent’anni di cavalli all’Amérique  [2020] |  I cavalli padri e figli sul traguardo dell’Amérique [2023]  |  L’ipotesi eretica di un Amérique lontano da Vincennes [2024]

Una piccola comunicazione sulla newsletter   ▬▬▬▬▬▬▬

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