martedì 13 gennaio 2026
# 1 giorno alle semifinali di Coppa Ad’Africa
► IL REAL Madrid ha cambiato allenatore. Xabi Alonso va via, ufficialmente di comune accordo, e la squadra viene affidata ad Arbeloa, 42 anni, campione del mondo con la Spagna nel 2010, nella speranza o nel tentativo di farne un nuovo Zidane. Oppure solo in parcheggio aspettando un Klopp, un Nagelsmann, un’altra bella figurina da presentare. Vai a capire.
◇ L’altro grande fatto del giorno è stata l’esclusione di Trapani dal campionato di serie A. Il suo patron dice che andrà nei tribunali di tutti i luoghi e tutti i laghi per veder riconosciute le sue ragioni e dimostrare che si tratta di un complotto. La pagina La giornata tipo rivolge un pensiero agli appassionati siciliani che restano così senza pallacanestro e in particolare al signor Agostino [la sua storia è qui]. Ora che Trapani è fuori, i suoi risultati sono cancellati dalla classifica, retrocederà una squadra in meno e le strade della pallacanestro italiana profumeranno di nuovo di lavanda [l’idea che siamo fatti era qui].
Che cos’è infatti l’autorità in mano a un superiore temerario, se non una spada in mano a un pazzo?
Tommaso da Celano
La separazione tra il Real Madrid e Xabi Alonso
Le immagini dell’esonero di Xabi Alonso sono arrivate prima che Xabi Alonso fosse esonerato. Un attimo dopo la vittoria del Barcellona nella Supercoppa, Kylian Mbappé ha iniziato a far cenno ai compagni di lasciare il campo, nessuna passerella d’onore andava concessa al Barcellona vincitore. Xabi Alonso invece gli chiedeva di restare. Un gesto di mancanza di grazia sportiva, senza dubbio. Non appartiene a Xabi. Ma Mbappé deve essersi realmadridizzato più di quanto lo sia Xabi – che al Bernabéu c’è stato più volte di lui. Così ha insistito e la squadra ha obbedito. A Kylian, non al suo allenatore, per mostrare, stabilire e scolpire nella pietra chi è comanda in quel posto.
Sette mesi dopo un abbraccio strombazzato, Xabi Alonso e il Real Madrid si sono separati descrivendo la rottura come consensuale, quando l’aggettivo migliore da scegliere sarebbe stato inevitabile. Mezz’ora dopo le quattro, il consiglio si è riunito con un unico punto all’ordine del giorno. A Xabi e al suo staff è stato rimproverato di non aver messo in pratica il calcio visto a Leverkusen, che la condizione fisica della squadra non era ideale, che i calciatori non sono migliorati e che nessuno sembra giocare per lui. Eppure, il Real Madrid è tra le prime otto nella fase a gironi di Champions League, ha passato il turno in Coppa del re, si trova a quattro punti dal Barcellona dopo aver battuto i catalani all’andata a ottobre. Perfino nella scala fuori scala del Real si fa fatica a definirla una crisi irrimediabile. Nelle 24 partite in cui Xabi Alonso ha diretto il Real, sono arrivate lo stesso numero di vittorie, lo stesso numero di pareggi e lo stesso numero di sconfitte messe insieme da Flick nelle sue prime 24 a Barcellona.
Più che una crisi sembra la conferma che Florentino Pérez non ha mai creduto veramente nel suo allenatore [qui ne scrisse Valdano]. Pochi minuti dopo l’esonero, Marca ha mandato online un pezzo in cui diceva “le cinque cose che sono costate il posto a Xabi”. Velocissimi.
Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe rende omaggio con la sua prima pagina a Rolland Courbis, morto all’età di 72 anni, l’allenatore che al Bordeaux lanciò Zinedine Zidane e che gli diede il soprannome di Zizou. Era sulla panchina del Marsiglia la sera della sconfitta in finale di Coppa UEFA contro il Parma nel 1999. “Una passione senza limiti” dice il titolo. In mansarda l’exploit del Paris FC che ha eliminato il PSG nei sedicesimi di finale della Coppa di Francia.
⬤ ⬤ ⬤ Xabi Alonso, ovviamente. Marca: “Volantazo di Florentino”. As: “Un finale annunciato”. Mundo Deportivo: “Fulminato” [un editoriale del direttore Santi Nolla più o meno si pavoneggia che sia successo dopo una sc onfitta con il Barça]. Anche Sport titola allo stesso modo, solo che ci mette i punti esclamativi.
⬤ ⬤ ⬤ E veniamo a noi. “Ballo Juve” titola la Gazzetta dopo i cinque gol segnati alla Cremonese. Nel battiscopa un quadratino parla del caso tedofori, cioè “la figuraccia di Milano Cortina. No agli ori azzurri”. Il Corriere dello sport-stadio: “Tanta Juve”. Tuttosport suona la carica: “Juve, come fai a non crederci?”.
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Le analisi
La partecipazione transgender va alla Corte Suprema
Ventisette Stati americani hanno uno legge o una politica che vieta la partecipazione alle gare femminili di atlete passati da un percorso di transizione di genere, ma due corti d’appello dicono che è sbagliato. Oggi scendono dunque in campo gli arbitri della Corte Suprema per esaminare i ricorsi presentati da Idaho e West Virginia. Il primo: Lindsay Hecox ha cercato di gareggiare nelle squadre femminili di atletica leggera e corsa campestre della Boise State University. Il secondo: B.P.J., minorenne, ha gareggiato per la squadra scolastica sia nella corsa campestre sia nel getto del peso e del lancio del disco. Entrambi gli Stati le hanno escluse.
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USA vs Canada adesso si sposta nello skeleton
Stavolta non è l’hockey, stavolta è lo skeleton. Ma le tensioni sportive tra Stati Uniti e Canada sono esplose di nuovo, all’ombra di quelle politiche, con le Olimpiadi invernali che sono lontane meno di un prossimo mese. Katie Uhlaender, americana, 41 anni, sei medaglie mondiali di cui due d’oro, ha accusato la squadra canadese di averle sottratto un posto ai Giochi di Milano-Cortina manipolando una gara di qualificazione nel fine settimana. Uhlaender sostiene che il Canada abbia deliberatamente ritirato quattro delle sue sei atlete dalla North American Cup di Lake Placid, portando il numero delle partecipanti sotto quota 21 e facendo diminuire i punti disponibili per il basso livello della competizione. Secondo Uhlaender, la manovra sarebbe servita a impedire agli USA di recuperare terreno in classifica. Inoltre sostiene che Joe Cecchini, capo allenatore della squadra canadese di skeleton, le avrebbe confessato di essere stato lui a ideare il piano.
«Ho pianto quando ho scoperto che aveva davvero portato avanti questo progetto», ha raccontato Uhlaender a Deutsche Welle. «Non sapevo cosa mi facesse più male: se il fatto che un amico da vent’anni avesse appena chiuso la bara sul mio sogno olimpico, oppure che la mia migliore amica da vent’anni stesse facendo qualcosa di così orribile, capace di danneggiare così tante persone».
Secondo Uhlaender, Cecchini le avrebbe detto venerdì che non era suo compito sostenere atlete di altri Paesi e che il suo obiettivo era eliminare ogni possibilità che la canadese Jane Channell potesse restare fuori dalle Olimpiadi. Uhlaender ha vinto la gara di Lake Placid, ma la riduzione dei punti in palio la tiene fuori da Milano-Cortina, dove puntava alla sua prima medaglia olimpica in carriera. Anche gli allenatori Danimarca, Israele e Malta — le cui atlete sono state a loro volta penalizzate dai ritiri canadesi — hanno scritto al CIO esprimendo «serie preoccupazioni» sul processo di qualificazione.
In una nota ufficiale, Bobsleigh Canada Skeleton ha difeso i ritiri, spiegando che alcuni delle atlete avevano già gareggiato più volte nel corso della settimana. La decisione, secondo la federazione, sarebbe stata «appropriata, trasparente e in linea sia con il benessere delle atlete e con l’integrità dello sport».
Uhlaender non è d’accordo: «[Cecchini] non era obbligato a farlo. Lo ha fatto perché poteva. E non per proteggere i suoi atleti, ma per manipolare il sistema», ha detto a Deutsche Welle. «Ha aspettato che tutti fossero iscritti, dando l’illusione che le canadesi avrebbero gareggiato. Voleva assicurarsi che noi non potessimo ottenere il massimo dei punti».
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Dai campi
sole sul tetto dei palazzi in costruzione La costruzione di una Juventus che sia Juventus
L’ultimo 5-0 della Juventus in campionato portava la data del maggio 2016. “Ora tutto è possibile” dice Repubblica nel titolo perchè è “Luna Park Juventus”. Emanuele Gamba spiega: “Da qualche settimana la Juve è di nuovo dominante, soverchiante senza tuttavia essere prepotente (una volta lo era), perché in certi momenti sa attaccare con grazia e in altri, molto più frequenti, con allegria: chissà dove Spalletti ha preso gli argomenti per trasformare una squadra insicura e spaurita in un manipolo di scapigliati che si divertono a inventarne una dopo l’altra. Per ora sta succedendo con le piccole. Per ora sta succedendo con le piccole. c’è insomma qualcosa di nuovo che piano piano sta diventando definitivo”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio considera: “Dovremmo fare un lungo discorso su Luciano Spalletti, ma l’idea che abbiamo di questo allenatore dai tempi dell’Empoli non è cambiata: pochi riescono a entrare come lui nella testa di una squadra. Ne sa cogliere gli umori, valorizzare i pregi e limare i difetti. Sa come trasformare un gruppo di giocatori in una squadra vera. Il campo è il suo vangelo. Dovrebbe solo asciugare le conferenze stampa, ma questo ai giocatori non interessa”
e neve e polvere che tira vento Antonio Conte e gli arbitri
Il Corriere della sera racconta che i vertici arbitrali sono furibondi per la furia di Antonio Conte, sì, insomma, per il vergognatevi che ha strillato contro chi aveva deciso di fischiare un calcio di rigore per quella cosa che in lissonese si chiama step on foot, l’obbrobrio giuridico che mette davanti a una porta spalancata da 11 metri il calciatore di una squadra per un alluce schiacciato.
Dovete andarvene, dovete dimettervi, era sottinteso nel vergognatevi di Conte. Ma non è colpa di chi fischia, di chi concede un quasi-gol per un alluce schiacciato – certe volte spalle alla porta nel vertice dell’area lontano. Il problema è di chi ha scritto il protocollo. Le scritture e le scritture dei protocolli hanno sviato la VAR dalla sua vocazione d’origine [ne parliamo meglio nei prossimi giorni]. I vertici degli arbitri vogliono una condanna esemplare di don Antonio. Il guaio è al vertice dei vertici c’è un signore che proprio ieri è stato squalificato per 13 mesi con l’accusa di aver esercitato pressioni sui vertici degli organi tecnici dei serie C e serie D affinché si dimettessero. La differenza è che non l’ha urlato davanti a 70mila persone, ma glielo sussurrava al telefono.
Giulia Zonca su La Stampa racconta di questo Conte in stato di agitazione permanente, fuori contesto in un mondo dello sport che sta andando da un’altra parte. Scrive: “Tra la grinta e il capriccio c’è un confine netto che Antonio Conte continua a superare. Da sempre, Conte corteggia l’eccesso e certe provocazioni hanno pure fatto scuola, altre lo hanno travolto. Conte è un punto di riferimento, lo è per i suoi giocatori e, se crede in quel tipo di atteggiamento, può anche trasformarli in esercito, le regole restano. L’educazione, il rispetto, i toni, più semplicemente l’attenzione, la consapevolezza che le famose e stucchevoli «cose di campo», altre volte definite «attimi di frustrazione», vanno comunque costantemente aggiornati”.
un giocatore lo vedi dal coraggio McTominay
Scott McTominay, parliamone. Immalinconito dalle attenzioni e dal canto della sirena Partenope per il nuovo biondo arrivato in città, si è ringalluzzito adesso che l’ammore è tornato a soffiare dalle sue parti. McFratemo, no? Ultimo Uomo sottolinea che a San Siro ha confermato “questa sua qualità intangibile di calamitare le palle in area di rigore, e soprattutto di riuscire a segnare non sbagliando mai. Anche in situazioni complicate: acrobatiche, di testa, calciando di prima. Spesso con l’uomo addosso, negli ultimi minuti, dimostrando una creatività sempre nuova nell’immaginare conclusioni e nuove forme che il suo corpo può assumere per spingere il pallone in porta. A volte sembra l’unico essere umano che sa segnare in un campionato in cui è diventato difficile pure tirare i calci di rigore. Come hanno fatto, a equivocare un calciatore del genere come un mediano difensivo, o addirittura come un difensore centrale?”.
La sua dominante apparizione in Serie A impressiona già dall’anno scorso l’Inghilterra. Nicky Bandini sul Guardian analizza: “Questo è ciò che McTominay è diventato a Napoli, una presenza implacabile che sembra essere ovunque contemporaneamente”.
Maurizio Crosetti su Repubblica aggiunge: “Forse non esiste niente di più moderno al mondo di questo ragazzo con la faccia piena di spigoli, gli zigomi pronunciati un po’ alla David Bowie, lungo e dinoccolato ma improvvisamente armonico quando si tratta di esibirsi nel pezzo forte: l’inserimento con tiro e gol. Wonderful! Tra le molte cose dette su di lui, quella che lo diverte di più è il soprannome McFratm: «Perché mi fa davvero sentire un po’ fratello di questa città». Come quando Mertens divenne Ciro, e tale per sempre resterà. Ma nell’apparizione di McTominay di fronte alle telecamere al Meazza, a campionato appena salvato, e diremmo nella sua postura, fisica ma anche mentale, è forse racchiuso un destino, l’evoluzione possibile di un torneo ancora senza padroni, o magari uno sì, l’Inter, dove però la potenza di uno solo può riscrivere il racconto di tanti. A volte basta un accento, una virgola”.
l’allenatore sembrava contento Cristian Chivu
È stata un’occasione persa o no? Pareggiare 2-2 contro un Napoli senza Lukaku, De Bruyne, Anguissa, Gilmour e Neres è stato un inciampo oppure c’è qualcosa di pieno nel bicchiere mezzo vuoto? La lista fatta da McTominay a fine partita ha qualcosa della vertigine di Umberto Eco. Dice che è come se all’Inter fossero mancati Lautaro, Calhanoglu, Barella, eccetera eccetera. Chi lo sa. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera sottolinea che ha difeso i suoi e che “finora la strategia della carota sta comunque pagando, a patto che le antiche ferite non diventino un alibi. Cristian Chivu sotto certi aspetti è così diverso dal prototipo di allenatore al quale siamo abituati che oggi — giorno di vigilia del recupero contro il Lecce — ha concesso alla sua Inter un giorno libero. Un fatto più unico che raro, non solo ad alti livelli, in un calcio che fatica a preservare la qualità, in mezzo a una quantità inestricabile di gare. Anche per questo motivo, accumulare 7 punti sul Napoli (e 6 sul Milan) alla prima di ritorno per l’Inter sarebbe stata una botta di vita”.
Le immagini della giornata di ieri
L’esplosione di spallettività alla Juventus
🟨 I canestri della vittoria di Milano a Napoli 🟨 I tornei di tennis e gli Europei di pallanuoto
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Tendenze
L’Australian Open è da record già prima di iniziare
Il cricket e le Ashes, oh certo, che passione. La vittoria sull’Inghilterra, diamine, che sballo. Ma il cricket finisce a dicembre, gennaio a Melbourne è del tennis. Il primo giorno del torneo di qualificazione dell’Australian Open ha già battuto il record di presenze e ha dato subito la misura di come il torneo sia diventato il nuovo giocattolo della città. Non soltanto due settimane di partite, ma tre settimane di attività continue.
Jack Snape da Melbourne Park ha scritto per il Guardian che l’atmosfera del lunedì inaugurale non aveva nulla del vecchio primo giorno di qualificazioni. Sole, impianti aperti, sponsor attivi, file ai chioschi. Eppure il nome più riconoscibile in programma era quello di Bernard Tomic. Ma sugli spalti c’erano oltre 29mila persone, quasi quattro volte quelle dell’anno scorso. Craig Tiley, amministratore delegato di Tennis Australia dice che «il nostro obiettivo è possedere gennaio». Ha detto così. Ma almeno ha sorriso. «Non è il primo giorno delle qualificazioni, è il primo giorno di 21 di attività, intrattenimento e sport».
Il torneo ha allungato i propri confini. Come tanti altri. Dal 2024 il tabellone principale è stato anticipato, trasformando la cosiddetta Opening Week in un segmento autonomo. Quella che una volta era una zona franca per qualificazioni e sogni da peones è diventata un prodotto a pagamento, con biglietti giornalieri che hanno iniziato ad avvicinarsi ai prezzi del tabellone principale. Ci sono promozioni mirate come il kids go free che hanno riempito di bambini i prati e i viali del parco, anche se il costo di cibo e bevande è alto. Dentro l’impianto, scrive Snape, i venditori hanno lavorato senza sosta. È una settimana di esibizioni per beneficenza, concerti serali, eventi speciali e una nuova cerimonia di apertura con la partecipazione di Sua Rogerità, mister Federer.
Ma come dimenticarlo. La grande novità è il One Point Slam, l’idea che Tennis Australia considera il proprio asso. Un torneo che si gioca con un punto, un punto secco, professionisti contro celebrità e giocatori emersi dai tornei regionali, con un montepremi da un milione di dollari australiani. Il tennis ridotto a un quindici, una specie di lotteria coerente con l’idea molto contemporanea che tutti possano fare tutto, tutti sappiano fare meglio il mestiere di un altro, vieni anche tu a sconfiggere Alcaraz, non lo vedi che volere è potere, non lo vedi che siamo onnipotenti?
«Siamo un evento che vuole portare le persone a prendere una racchetta e giocare», ha spiegato Tiley. «Continueremo a promuovere il gioco e a creare opportunità. Possiamo fare ancora di più: musica dal vivo per tutta la durata, tutto aperto, più cibo, più gaming, partnership su bellezza e benessere».
I numeri gli danno stra-ragione. Nel 2024 l’Opening Week aveva attirato quasi 90mila persone, l’anno scorso più di 116mila. L’obiettivo dichiarato è arrivare rapidamente a mezzo milione. Secondo Tiley, diverse organizzazioni internazionali hanno chiesto informazioni su questo modello, interessate al modo in cui il torneo sta cercando di legare il tennis di base a quello professionistico.
Domani sera arriveranno Carlos Alcaraz e Nick Kyrgios. Un turista irlandese già dice al Guardian che qui è tutta un’altra cosa rispetto a Wimbledon, tutto è più chiaro, vedi i grandi giocatori allenarsi, senti che il torneo ti include, l’estate a Londra è un mezzo mortorio, c’è pure quella pioggerellina scema che cade ogni giorno.
Ma Tiley sa che l’equilibrio è fragile. La folla e il caldo restano variabili critiche. Per questo Melbourne Park ha ampliato le zone d’ombra e ripensato alcune strutture, con tribune a due livelli sui campi esterni e collegamenti sopraelevati. «L’obiettivo è avvicinare giocatori e pubblico», ha spiegato. «Abbassare ulteriormente i campi, alzare le tribune, permettere alle persone di camminarci sopra. Sono idee, ma spesso quando le buttiamo lì finiscono per diventare realtà».
Cinque anni dopo una ristrutturazione da un miliardo di dollari, ogni nuovo passo richiederà appoggi politici e investimenti. Intanto gennaio continua ad allungarsi.
artefici
La prima mamma fra le prime-10 dopo Serena
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Belinda Bencic è tornata tra le prime dieci della classifica WTA. È la prima madre dai tempi di Serena Williams, che aveva chiuso la sua ultima permanenza nell’élite nel 2021. Il salto dal numero 11 al numero 10 è arrivato grazie a una settimana di altissimo livello alla United Cup, dove Bencic ha trascinato la Svizzera fino alla finale, chiudendo il torneo imbattuta con un bilancio di 5-0, vincendo il premio di MVP e raccogliendo 500 punti decisivi.
Il rientro tra le migliori dieci è l’ennesima tappa di una risalita tormentata ma continua. Dopo la nascita della figlia Bella nell’aprile 2024, Bencic era rientrata nel circuito a ottobre senza ranking, chiudendo la stagione al numero 913. Nel 2025 ha iniziato una scalata quasi senza pause: Top-100 a febbraio con il titolo di Abu Dhabi, Top-50 a marzo dopo i quarti a Indian Wells, Top-20 a luglio con la semifinale a Wimbledon, fino alla chiusura dell’anno al numero 11 grazie al secondo titolo stagionale a Tokyo. Il balzo di 902 posizioni tra fine 2024 e fine 2025 è stato il più ampio tra tutte le giocatrici presenti fra le prime-100.
“È stato un lungo viaggio, ma in realtà non ci è voluto neppure così tanto” considera il magazine Tennis. Il ritorno tra le migliori-10 in 14 mesi è stato rafforzato anche dal valore delle avversarie battute alla United Cup: tra le cinque vittorie spiccano quelle contro Jasmine Paolini nella fase a gironi e contro la numero-2 Iga Swiatek in finale. Elina Svitolina, rientrata dopo la maternità nel 2023, è salita dal numero 13 al 12, miglior ranking dal suo ritorno, grazie al titolo vinto ad Auckland. Marta Kostyuk è rientrata tra le prime-20 dopo la finale di Brisbane, l’americana Iva Jovic è per la prima volta fra el prime-30 dopo le semifinali a Auckland.
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Interpreti
Che ci fa Trae Young a Washington
Sette anni agli Atlanta Hawks con l’obiettivo di diventare il leader fondatore di un ciclo, la stella attorno a cui costruire una squadra da titolo. Ora invece, a Washington Trae Young arriva senza l’obbligo di salvare nulla. Non deve cambiare il destino della franchigia, non deve raddrizzare una stagione, anzi non deve nemmeno vincere. È un innesto temporaneo dentro una ricostruzione deliberatamente lenta, quasi un corpo estraneo accettato proprio perché sia quello, senza pretese di nessun tipo. È il più strano degli acquisti. Un sollazzo, un risarcimento, uno zucchero filato.
“Pensiamolo come un cubetto di ghiaccio su una piastra rovente: darà un po’ di refrigerio, poi si scioglierà. Oppure come una serie Netflix a tiratura limitata, un’idea brillante che è meglio non allungare troppo. Può essere una pausa ricreazione tra ore più serie, o del compensato utile per reggere l’attacco, ma non i blocchi di cemento delle fondamenta” ha detto Candace Buckner sul Washington Post, confermando che di Trae Young e di questa sua avventura si può parlare quasi esclusivamente per metafore.
Il punto, per Buckner, non è se Young sia spettacolare. Certo che lo è. Il punto è che Washington non lo ha preso per cambiare la traiettoria della squadra, ma per rendere abitabile l’attesa. Il progetto vero resta orientato al Draft, al tempo lungo di qualche giovane da indovinate.
“I Wizards con dieci vittorie sono esattamente dove vogliono essere: in fondo alla Eastern Conference, a protezione della loro posizione alla Lottery del 2026. Young è arrivato senza che siano stati sacrificati asset reali, ed è qui per divertirsi — si spera non troppo a lungo — mentre il front office continua a fare i suoi conti pazienti”.
Buckner non edulcora il giudizio sul passato di Young. Non ha vinto, non è cresciuto abbastanza, non sarebbe stato altrimenti trattato così. Non sarebbe ai Washington Wizards se non fosse diventato uno da Washington Wizards. Eppure, proprio perché la franchigia non chiede leadership ma una sorta di ossigeno, Trae Young potrebbe essere funzionale. Non farà da guida, ma da catalizzatore. Un giocatore che deve accelerare l’apprendimento altrui, anche attraverso i suoi eccessi. “Tra tutto ciò che Young non è, resta un Houdini offensivo. Quando è in serata, la palla vola da distanze irreali o si trasforma in un lob perfetto al ferro. Ha guidato le statistiche NBA degli assist, anche se ha fatto lo stesso con le palle perse. Per i Wizards, però, è l’inventore di cui un nucleo giovanissimo ha disperatamente bisogno”.
È un rischio controllato. È un intermezzo. Un azzardo che non compromette il futuro, e forse lo rende più sopportabile. “Consideratela come una squadra che lancia i dadi. Portare con sé errori e bagagli emotivi può essere pericoloso in uno spogliatoio giovane. Ma per chi guarda lontano, Trae Young potrebbe davvero essere quella serie Netflix limitata nel tempo e imperdibile, ambientata a Washington”.
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La Macchina del tempo
Quanto costa comprare una puzza a New York
Il 13 gennaio nel 1966 è un gennaio e l’Italia dal panico è scivolata nel terrore. Lo sciopero degli elettrici è stato prolungato di ventiquattr’ore, evidentemente a quel tempo si poteva fare così. Si è astenuto dal lavoro il 67,2 percento degli impiegati e degli operai, ma in Fiat – sottolinea il Corriere della sera – la produzione non si è fermata. Il governo aveva promesso di riferire alla Camera i contorni della vicenda che hanno portato alle dimissioni di Fanfani da ministro degli Esteri. Quando escono i giornali non si sa ancora se ci sarà un voto di fiducia dopo il dibattito, e nel frattempo il presidente Saragat è andato all’apertura dell’anno giudiziario. Davanti al congresso di Washington, il presidente Johnson ha pronunziato il tradizionale messaggio sullo stato dell’Unione, riaffermando la volontà di pace nel Vietnam, ma una pace subordinata alla fine dell’aggressione comunista in Asia. Ecco.
Il mondo che cambia, il Sessantotto che si affaccia nel Sessantasei, viene da una nuova puntata del reportage che il Corriere della sera ha affidato a Dino Buzzati fra le gallerie d’arte newyorchesi. Dopo essere stato nei giorni precedenti nello studio di Andy Warhol, Buzzati scrive stavolta che da Segal non è andato, “perché mi hanno detto che è molto difficile rintracciare la sua casa, spersa nel New Jersey a oltre tre ore da Nuova York”, ma annota che le sue opere sono “delle figure umane in grandezza naturale, con vestiti e tutto, completamente dipinti di bianco. Non simili, ma identiche al vero. Si tratta di veri e propri calchi ottenuti con tela gessata. Il corrispondente della fotografia nel campo plastico. Una scorciatoia? Un espediente? Un trucco? Poco importa, quando si considerano i risultati. Le statue di George Segal, che a prima vista sembrano mummie bendate come l’uomo invisibile di Wells, sono i disperati fantasmi della nostra epoca. Lo scultore le atteggia nelle più usuali e prosaiche positure dell’attività quotidiana: siedono al tavolino di un caffè (tavolino e sedie sono vere) si affacciano a una porta (la porta è vera) puliscono la vetrina di un negozio (vetrina e scala sono vere), sono distesi in letto (il letto è vero) lavorano (e la macchina da scrivere, il banco da falegname, gli arnesi sono veri)”.
Ma la più portentosa delle scoperte del più formidabile raccontatore delle routine [Il deserto dei tartari, 1940], arriva alla galleria Dwan per il lavoro dell’artista californiano Edward Kienholz. “È una scultura, se si può dire cosi, senza precedenti, che ha fatto a Nuova York notevole scalpore. In proporzioni ridotte (sette metri per uno e settanta) Kienholz ha riprodotto tale e quale, clienti compresi, un famoso bar del Santa Monica Boulevard a Los Angeles, frequentato dagli artisti e denominato Beanery (posto dove si mangiano i fagioli). È come una piccola capanna dove i visitatori possono entrare a non più di due alla volta per mancanza di spazio. Il tempo è cristallizzato al 28 agosto 1964, come lo dimostra, all’ingresso, una macchinetta distributrice di giornali che espone il Los Angeles Herald di quel giorno con il gigantesco titolo: Bambini uccidono bambini nel Vietnam”.
Ovviamente Buzzati è entrato e “ci si trova immersi nell’incubo di un bar congestionato nell’ora di punta, benché siano presenti soltanto undici clienti, più due cameriere e il padrone alla cassa. Come Segal, Kienholz ha modellato i suoi personaggi ricalcandoli dal vivo per mezzo di tele gessate. Ma a differenza da Segal li ha poi vestiti di indumenti autentici, compresa una stola di visone che pare sia costata trecentomila lire. Tutto è portato a un verismo addirittura allucinante: sono vere le bottiglie, i cibi, i soldi, i vestiti, i mobili. Sullo schermo della televisione si vedono giocatori di baseball in azione. Alle pareti sono appesi cartelli seri o scherzosi, come nella Beanery originale di Los Angeles. Dal juke-box escono non soltanto canzoni ma i rumori stessi del bar: si odono confusi brandelli di conversazione, colpi sul banco, tintinnio di stoviglie, isteriche risate, ringraziamenti e saluti. Di più: un ventilatore immette in continuazione zaffate di odori e miasmi tipici: sentore di lardo cotto, di birra, di fumo, di whisky, di grasso rancido. Un teatrino? Uno scherzo? Un gioco? Qualcosa di più. Le persone sono creature come noi, atteggiate come ci atteggiamo noi al banco dei bar, sole come noi, inquiete come noi, annoiate come noi. Ma pietrificate, e perciò stesso mostruose (a parte le teste a forma d’orologio, particolare questo del tutto superfluo). Sono paurosamente vivi. Essi parlano, ridono, bevono, scherzano, eppure sono morti. Questa la grande trovata, magari inconsapevole, di Kienholz. Poi c’è l’angustia opprimente del locale, il tanfo irrespirabile, il frastuono che intontisce. Ben presto si ha premura di uscire. In fondo al bar c’è un tavolino libero, con i relativi sedili e il portacenere. Nessuno dei visitatori ha il cuore di accomodarsi. E se poi la fantomatica cameriera si muovesse e venisse a servire? In un posto simile tutto sembra possibile”. La sua accompagnatrice Ulderica Schiassi, docente in America, lo definisce un orrore figlio della stramaledetta solitudine che si avverte a Nuova York. La sua tesi è che l’arte sia morta e sepolta, Buzzati si diverte a sfotterla. Dal vivo e anche nel pezzo.
“A chi interessasse – chiude – la Dwan Gallery vende la Beanery così come sta, personaggi, musiche e puzza compresi, per dollari venticinquemila”. Secondo certi tool che si trovano in rete, oggi sarebbero 250 mila.
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Il Teleco-Slalom
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L’ultimo scroll
La parole dosate dei Dry Cleaning
E così c’è già il primo gran bel disco del 2026. Lo hanno tirato fuori i Dry Cleaning, al loro terzo album in studio, a quattro anni di distanza dal precedente. Sono in quattro, vengono da Londra, e la colonna di tutto si chiama Florence Cleopatra Shaw. Lei scrive, lei canta. Oddio: canta. Florence Cleopatra Shaw interpreta quel che nel suo giro chiamano lo sprechgesang. Parla. Ha una voce gelida, certe volte pare annoiata, mentre sul suono di una chitarra, un basso e una batteria dei suoi tre compagni appoggia testi che sembrano un flusso di coscienza, perché dice che le piace «rendere le cose un poco inconoscibili». Mescola umorismo e banalità, impasta collage di osservazioni ascoltate di sfuggita, commenti riciclati da YouTube, versi di pubblicità.
Il Guardian ha scritto che “la sua vera abilità come cantautrice risiede in qualcosa di più prosaico e direttamente toccante che creare enigmi da svelare agli ascoltatori. È molto brava a disegnare vignette inquietanti di vite apparentemente banali che a un esame più attento stanno sfuggendo di mano”. Una specie di mondo Fargo dei fratelli Coen. Florence Cleopatra Shaw è il suo nome reale. Si è laureata in illustrazione al Camberwell College of Arts e ha preso un master in comunicazione visiva. Insegnava arte all’Università di Northampton e alla Norwich University of the Arts, ma durante la pandemia ha mollato tutto, iscrivendosi alla Great Resignation e riprendendo un cammino saltuario che aveva partorito due EP da solista. Insomma: un tipo.
Secret Love è uscito tre giorni fa e chi conosceva già i precedenti lavori dei Dry Cleaning [New Long Leg e Stumpwork] dice che lo stile si è evoluto ed è diventato più vario, ci sono più influenze, ma lo stile resta surreale, enigmatico e imperscrutabile. “Non si prova a capire i Dry Cleaning – ha scritto Victor Gonzalez su Northern Transmissions – ci si immerge nella loro logica finché non inizia ad avere senso”. In effetti ne ha. In effetti a un certo punto tutto torna in questo contrasto creato tra una strumentazione post-punk molto serrata, ricca e tecnica – insomma suonano da padreterni – e questa voce venuta dall’oltretomba, blasé ma non altezzosa.
MusicOMH ha trovato il disco “avventuroso, giocoso e a tratti aggressivo”, per Mojo si tratta di un sismografo del post-punk e per Uncut “cancella completamente il pensiero che la band avrebbe avuto difficoltà a sorprendere ancora”. Parlano di manipolazione e di malainformazione. Il pezzo d’apertura, Hit My Head All Day racconta l’uso dei social media da parte dell’estrema destra e la difficoltà di distinguere chi meriti fiducia giorno per giorno. Parlano di identità e produttività, di ruoli di genere e di solitudine, come in My Soul / Half Pint, dove c’è una donna che trova deprimente pulire casa ma cerca conforto in ossessioni metodiche, come contare oggetti. È un disco certamente politico, esplicitamente politico in Blood dedicata a Gaza, con una struttura costruita apposta per testare chi ascolta. Lo sprechgesang di Florence Shaw, magnetico, onirico, spettrale – tutto quello che vogliamo – può creare in effetti una sorta di tensione monocromatica – diciamo così – che alla lunga rischia di saturare. E poi.
E poi arriva Joy. Alla fine. La traccia di chiusura. Guardiola direbbe Wow. Dopo un intero album di frammenti parlati e osservazioni distaccate, il disco atterra su una linea più melodica e – addirittura – cantata. I critici stanno dicendo che è il pezzo nel quale si sente la mano di Cate Le Bon alla produzione. C’è una cura quasi psichedelica per le armonie che rende il contrasto con i pezzi precedenti ancora più netto. In un certo senso, i Dry Cleaning usano la ripetitività come uno strumento narrativo, ti portano al limite della monotonia per rendere liberatorio il momento in cui esplode il canto. Come in Joy. Ma c’è chi pensa che Joy sia in realtà uno di quei finali sospesi che funzionano nelle serie tv. Potrebbe indicare la direzione futura della band. Se nei primi due album il parlato era un dogma, in Secret Love c’è una esplorazione del potere della melodia come premio per chi arriva alla fine dell’ascolto. Come se poi uno non potesse sentirsi direttamente Joy.
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