
Certo che è successo già. Nel calcio succedono sempre le stesse cose. Il punto non è che accada per la prima volta. Il punto è che accada di nuovo, c’è di nuovo il potere che usa lo sport come palcoscenico, c’è di nuovo il resto del mondo che guarda e finge di non capire. Succedeva negli anni Trenta, succedeva durante la Guerra fredda, succede oggi. Cambiano i nomi, le bandiere, le cornici televisive. La dinamica resta identica, il Mondiale di calcio è un certificato di normalità da usare come prova generale di legittimazione.
Leander Schaerlaeckens sul Guardian dice che questo è il disegno esplicito della prossima Coppa del mondo in America. Nel 1934 Benito Mussolini aveva già mostrato cosa fosse il fascismo al potere, eppure organizzò e vinse il Mondiale, sostituendo persino la coppa Jules Rimet con un trofeo più grande, più pesante, più suo. “Ospitare e vincere quel Mondiale non placò affatto i suoi appetiti espansionistici”, ricorda l’autore, e di lì a poco sarebbero arrivati l’Etiopia, l’Albania.
Lo schema si ripeté nel 1978 in Argentina, aggiunge Schaerlaeckens, quando la giunta di Videla faceva sparire oppositori mentre la Coppa del Mondo andava in scena. «Finalmente il mondo può vedere il vero volto dell’Argentina», proclamò sereno João Havelange, con una medaglia al petto regalata dal regime. Le sparizioni continuarono, i costi del torneo rimasero segreti, ma il calcio fece il suo dovere. Normalizzò. Anche quando il capitano della Germania Ovest disse di non aver visto «nemmeno un prigioniero politico».
Poi toccò alla Russia di Putin nel 2018, quattro anni dopo l’annessione della Crimea. Anche lì, nessun problema. La FIFA non guardò, o fece finta. “Il carattere problematico di questi eventi era evidente – scrive Schaerlaeckens, docente alla Marist University – ma ci volle tempo perché fosse pienamente riconosciuto”. È per questo che, guardando indietro dal futuro, il Mondiale 2026 finirà probabilmente in quello che definisce lo stesso scaffale della vergogna. Schaerlaeckens dice che la svolta è arrivata quando il presidente degli Stati Uniti ha fatto rapire il capo di Stato venezuelano e ha rivendicato il controllo politico del paese. Ma prima c’erano state le minacce di invasione al Messico e di annessione del Canada — “gli stessi co-organizzatori del Mondiale” — le ambiguità sull’Ucraina, le guerre commerciali, le operazioni militari arbitrarie. “Un’amministrazione che prometteva isolamento e ha consegnato caos geopolitico”.
Eppure il Mondiale si farà. Gianni Infantino non ha arretrato di un millimetro. La sua voce è sparita dalla scena pubblica dopo aver consegnato il premio FIFA per la pace. Non è più una questione di eccezioni: “La Coppa del Mondo negli Stati Uniti si inserisce perfettamente in questo schema. Una nazione che non è più nella posizione di fare la predica a nessun altra sui diritti umani, né lo è mai stata. Qatar e Arabia Saudita non sono più outsider dello sportswashing. La Coppa del Mondo è proprio questo, un comodo mezzo per perseguire gli obiettivi di persone pericolosamente interessate. Forse penderà piede un qualche tipo di movimento di boicottaggio da parte dei tifosi verso gli eventi FIFA, anche se il lento declino dell’accettazione fino a dove siamo, suggerisce il contrario”.
Il calcio, conclude Schaerlaeckens, ha ormai seguito la strada delle Olimpiadi e della Formula 1, “che da tempo hanno fatto pace con qualsiasi sordido fardello allegato al miglior offerente per i loro eventi”. E quando si racconterà il momento in cui il Mondiale ha perso definitivamente la bussola, “si indicherà l’edizione del 2026, giocata in Canada, Messico e — in modo problematico, imbarazzante, irrimediabile — negli Stati Uniti”.