
Il 27 gennaio nel 1966 è un giovedì e i giornali raccontano che Moro e Rumor esortano la DC a decidere con chiarezza per il governo. Il fanfaniano Forlani chiede un «effettivo rilancio» del centro-sinistra, critica la politica economica seguita lo scorso anno, offre la collaborazione della sua corrente. Scelba invece raccomanda che il programma del prossimo governo sia «onesto e realistico», e niente, si va avanti ancora così, mentre viene data come imminente la ripresa americana delle incursioni sul Vietnam del Nord.
In Italia non è un giorno come tanti. Inizia il festival di Sanremo, ma se volete misurare la distanza tra l’Italia di oggi e quella di sessant’anni fa, basta la notizia della nomina alla guida del comitato consultivo del centro Rai di Milano. La presidenza viene assegnata a Eugenio Montale.
È dietro le quinte di Sanremo che si muove il Sessantotto poco prima del Sessantotto, e lo segnala un pezzo di Chiara Valentini sul Corriere della sera, osservando la nascita di un pubblico nuovo e organizzato, quello dei quindicenni, il vero motore della musica leggera. Non più ascoltatori passivi, ma gruppi strutturati, informati, capaci di orientare gusti e mercato.
“Oggi a quindici anni si sa veramente tutto sull’ultimo complesso beat, sulla canzone che è tanto piaciuta in Inghilterra, su Gianni Morandi, la Pavone e Don Backy”. L’informazione circola in modo capillare, alimentata da settimanali specializzati che parlano direttamente ai giovanissimi e li trasformano in comunità riconoscibili. Questa trasformazione passa attraverso la fondazione dei cosiddetti clan musicali: sono gruppi locali, spesso ospitati in cantine di periferia, che diventano luoghi di ascolto, di discussione e di appartenenza.
“Il meccanismo è, più o meno, questo: il giornale propone ai lettori di fondare un clan in suo nome, promette qualche facilitazione, dedica un paio di pagine di spazio”.
Così il rapporto tra rivista e lettore cambia natura: non più un consumo anonimo ma fedeltà, identità, accesso privilegiato agli idoli. Gli incontri con i cantanti, organizzati quando il divo è ormai percepito come uno dei loro, rafforzano questa dinamica. La conseguenza è che l’industria discografica e gli organizzatori degli eventi tradizionali — Sanremo in testa — sono costretti a inseguire questo pubblico.
Il Festival, dato per stanco qualche anno prima, trova nel 1966 nei teenager il suo nuovo bacino vitale. “È stata una grossa operazione cominciata qualche anno fa, quella del recupero dei giovanissimi alla tradizionale manifestazione melodica” scrive Chiara Valentini, e se vi pare familiare avere ragione. Le case discografiche arrivano persino a coinvolgere direttamente gruppi di ragazzi nelle selezioni dei brani, affidandosi al loro giudizio più che ai sondaggi.
Il reportage si chiude dentro una cantina milanese, sede di uno di questi clan: uno spazio attrezzato, informale, pieno di dischi spesso ancora sconosciuti.
“Sono le case discografiche che ce li mandano direttamente. Fanno molto affidamento, così li mandano da noi per réclame” dice una di queste nuove aliene arrivate tra gli adulti. Il pubblico giovane non è più un destinatario da educare, ma un interlocutore da ascoltare.
Lontano da Sanremo se ne sta invece Guido Piovene. Nel reportage dal Sudamerica pubblicato su La Stampa racconta la parte finale del suo viaggio tra Perù e Bolivia come un’esperienza di spaesamento profondo, che non ha nulla dell’esotismo. L’America meridionale non offre continuità con le esperienze europee, non ci sono immagini già conosciute o desiderate.
“Nell’America meridionale, il passato comune è breve, meno lungo lo sfondo degli affetti. E non è uno degli archetipi della vita moderna, come l’America del nord: ci si separa da se stessi, dalla propria memoria, ci si sente disincarnati”.
Questo sentimento di estraneità si lega a una geografia contraddittoria: altopiani e montagne, laghi a quasi quattromila metri e foreste ai margini dell’accessibile. Piovene attraversa territori che appaiono fuori scala rispetto alle categorie note e familiari, dove la storia sembra essersi svolta secondo un tempo diverso.
“Sono stato, tra le montagne, nel cuore di un impero morto, nato e cresciuto fuori tempo, e quasi fuori storia se la si confronta alla nostra, sfasato e anacronistico, di cui sappiamo con certezza soltanto come l’europeo, da estraneo, l’ha distrutto senza capirne nulla”.
Piovene osserva la condizione degli indios, la povertà ostinata, lo sfruttamento, i latifondi improduttivi, e ne ricava l’impressione di un continente potenzialmente ricchissimo, ma bloccato da una storia deformata. “Guardando il Perù e la Bolivia, paesi potenzialmente ricchissimi, gravidi di tesori agricoli e minerali, si pensa che davvero i conti non tornano. Mai come qui si pensa che la storia è sbagliata, la condotta del mondo affetta da un errore fondamentale”.
Il viaggio, tra controlli ossessivi, contrabbando, violenze taciute e burocrazie arbitrarie, rafforza l’idea di una realtà instabile, dove l’ordine è solo apparente. Anche ciò che resta impresso nella memoria, col tempo, assume i contorni di una favola inquieta.
“Quello che ho visto, sul partire, si distanzia nel mio ricordo come un mondo di favola, ma so che il mondo delle favole ha sempre un retroscena di paura e di raccapriccio”.