▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Finzioni
Cosa avrebbe forse scritto stamattina

Sono qui, boja d’un mond lader, a domandarmi perché ogni volta che Napoli e Juventus s’incontrano l’Italia intera si mette in muta come i pesci del Tirreno prima della tempesta. È che nel fondo del cuore pedatorio del Paese vive ancora il Medio Evo: borghi, gelosie, signorie. Agli italiani piace parteggiare per chi vince. La Juventus ha vinto sempre e non è né lombarda né emiliana né veneta né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione, il capoluogo è stato anche capitale d’Italia. La Juventus fu Torino quando Torino neppure esisteva nella memoria dei Comuni se non come povero villaggio, e per ciò nessuna città l’aveva odiata in antico e tutti potevano ricavarne l’innocente piacere di vedere umiliate quelle squadre che sì, avevano spadroneggiato: i romagnoli andavano in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus; così i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battute in breccia; e ancora i lombardi che avevano squadre proprie, come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus.
Il Napule invece è un popolo, più che una squadra. Un popolo di occhi antichi, afflitti da troppi secoli di privazioni e frodi, ma rapidissimi a cogliere il lampo d’astuzia. I napoletani sono svegli, di rapidi riflessi psichici: nulla sicuramente gli sfuggirebbe di un banale incontro di calcio, se qualcuno li avesse mai educati a capire. Invece li si aiuta a fraintendere. Qualcuno gli ha parlato a lungo di bel gioco. Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente sono vittima, i napoletani producono in me profondissima tristezza e solidarietà umana perché tengono cûore ma non sanno di pallone. Li hanno ammaestrati a fraintendere, esigono bel giuoco come i loro antenati greci pretendevano versi dai poeti. Poi, al primo ruzzolone, si sentono traditi e gridano al destino. Don Aurelio se la piglia c’’o Norde, l’Antonio furioso va dicendo che sono shcomodi.
Ma non fidarti dei greci, ammoniva Laocoonte. E dei napoletani non fidarti se ti dicono che vogliono divertirsi. L’anno scorso confesso d’aver tifato Napoli per il fatto che un italianista come Conte abbia potuto disporre di Narcisimone Inzaghi con la solidarietà di quasi tutta la critica. È di per sé straordinario. Un tempo questa sciagurata città era fuorviata da una scuola giornalistica fondata sulle nuvole. Ora non più, mo’ vogliono vincere, hanno provato il latte della zizza dolce e hanno preso il vizio d’‘o scudetto, perciò vivono con un doppio sopraccarico sentimentale che al primo soffio di vento diventa tragedia: un gol preso e già s’immaginano Minerva che manda serpentoni dagli abissi a stritolare figli e padri. Qualche giappo-napoletano non è ancora uscito dalla foresta e continua a credere che una partita sia divertente solo se si vedono molti gol: e ancora gli vengono gli stranguglioni al sol pensiero che quel Luciano Spalletti si è tatuato sulla pelle una sera ‘e maggio di molto tempo fa.
Quella vecchia lenza, invece, non per caso vien dallo stesso paese di Boccaccio, e appena ha potuto s’è infilato nel letto della Vecchia Signora come fece Masetto da Lamporecchio in quel convento di badesse, per uscirne solo quand’era sfinito dai numerosi incontri ravvicinati e senza turnover. Presto vedremo se sarà lui a render di nuovo gravida Madama, squadra femmina per sua historia, ma con il Certaldese a rischio d’esser traviata a quel giuochino insulso del titic-titoc. Chiamo la Juventus adorabile nemica: e sotto sotto la amo come necessaria al mio gioco: se non la si batte che gusto c’è a vincere il campionato? Questo produce stupore nella miriade di conformisti e di adulatori, di servi squallidi e di fiancheggiatori interessati.
Essa arriva stasera allo stadio che porta il nome del Divino Scorfano come quel cavallo cavo di Ulisse sulla spiaggia: fa paura anche quando sembra vuota, anche quando pare di cartapesta. Non è mai stata solo una squadra, è un fenomeno sociale, ascensore di borghesia e rancori. Si nasce anti-juventini come si nasce con gli occhi neri – questo vorrei spiegare ai suoi padroni. John, i’ vorrei che tu, Lapo e io vedessimo una squadra che fa sfracelli se attaccata, quella squadra che ha comandato senza urlare e che scatena la tragedia con metodo piemontese: pochi decibel, molti danni. Solo che – come sbraita quel generale volgarmente iscritto alla nobile storia tradita del Carroccio – il mondo gira all’incontrario. La Giuve ogni tanto casca nel tranello di arruolare masturbatores pilae, mentre don Aurelio ha preso giocatori che paiono figli di Partenope e ma soprattutto altri che sembrano capitati lì per sbaglio. E la città — che tutto vede e tutto ingigantisce — si agita, strepita, si commûove. Stasera non sapremo quasi niente dello scudetto, stasera sapremo casomai chi è più italiano. Qui chiudo.
ore 20.45 su DAZN
I titoli
▥ Corriere dello sport-stadio: “Cuori in tempesta”– Emozioni al Maradona per la sfida inedita tra Conte e Spalletti ➔ Fabio Mandarini ha scritto: “Destino ha progettato la serata dopo un meeting tra menti diaboliche con Machiavelli e Ulisse. Da un punto di vista tecnico-tattico, sarà innanzitutto una sfida tra assenti: vince il Napoli 7-6 a mani basse, dovendo fare a meno di Anguissa, De Bruyne, Gilmour, Gutierrez, Lobotka, Lukaku, Meret; alla Juve mancheranno Bremer, Vlahovic, Gatti, Rugani, Pinsoglio e Milik. Rispetto per tutti, ma Conte è più dimezzato del visconte di Calvino”
▥ SPECCHI Neres vs Yildiz
David Neres porta in campo il calcio come lo suonerebbe un musicista di strada, fra dribbling improvvisi e cambi di tempo, quel modo di toccare la palla che è già finzione e inganno. Gioca di ritmo più che di forza, di improvvisazione. Quando punta un uomo, mette le virgole alle azioni. Kenan Yıldız, invece, vive di una calma giovane e pericolosa con i suoi controlli morbidi, la conduzione elegante, la misura che anticipa la potenza. Calcia in porta con un gesto che è una citazione. Si accartoccia sul sinistro e quasi si ingobbisce alla maniera di Chiesa padre. Cresce e si espande, fa scelte pulite con la sicurezza di un veterano dentro un corpo da ragazzo. Neres si accende su un lato: come se la linea laterale fosse un elastico. Yıldız risponde con l’eleganza aristocratica di chi cerca una geometria dentro il campo.