La staffetta olimpica uscita da un sussidiario

   

Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna.

Aldous Huxley

 

  

La staffetta olimpica uscita da un sussidiario

È un viaggio troppo eloquente per non sembrare più simbolico di altre volte. La fiaccola olimpica che parte dalla Grecia e arriva a Roma è un percorso memorabile, come se i Giochi moderni volessero rammentare con un solo movimento l’asse che ha costruito l’idea di ciò che ancora chiamiamo Occidente. La Grecia inventò il gioco come rito, come celebrazione del corpo e della misura, un luogo dove gli esseri umani tentavano di raggiungere gli dei attraverso la perfezione del gesto. Roma ereditò quel mondo e lo trasformò in diritto, in infrastrutture, in quella forma di organizzazione che tiene insieme popoli, territori, differenze.

La prima è stata potenza simbolica, la seconda è stata potenza strutturale. La prima ha crea l’idea, la seconda l’ha resa storica e permanente.  Che la fiamma attraversi questo corridoio è un modo per dire che il movimento olimpico non nasce da un singolo atto ma da un dialogo di civiltà: il pensiero greco che glorifica l’individuo nel gesto atletico, quello romano che glorifica la comunità che quel gesto lo osserva, lo giudica, lo istituzionalizza.

È anche una coincidenza politica e culturale potente. Nella contemporaneità che ha perso molte sicurezze e non ha trovato ancora nuovi centri di gravità, quel tragitto sembra interrogare l’Europa stessa: chiede che cosa resta di ciò che eravamo. Domanda cosa possiamo ancora consegnare, simbolicamente, ai Giochi che pretendono di parlare a tutti. 

C’è infine un significato sotterraneo, forse il più bello: la fiaccola corre sempre in avanti, ma parte da luoghi che portano scritto nella pietra come nessuna civiltà possa sentirsi eterna. Grecia e Roma hanno dominato il mondo e poi sono cadute. La fiamma, invece, continua. Non è la memoria di una grandezza perduta, ma un passaggio di testimone. Un modo per dire che ciò che sopravvive davvero è un’idea non l’impero che la avvolgeva, l’idea che un corpo alla prova è ancora un modo per restare umani, per provare a capire chi siamo.

Le altre volte

La fiamma arriva al Quirinale nel pomeriggio [no, non quella fiamma lì, non ancora almeno – ecco] e sarà accolta dal presidente Mattarella. Verrà celebrata allo stadio dei Marmi del Foro Italico e si terrà pure un concerto con Mahmood, Noemi, The Colors, Tananai e Carl Brave. Sabato inizia il tour in Italia e il viaggio verso Milano. Bernardo Cianfrocca sul Foglio ha scritto: “Il filo rosso che unisce le Olimpiadi italiane è il 6 [1956, 2006, 2026], considerato il numero perfetto in quanto somma e prodotto dei suoi divisori (1,2,3): rimanda all’armonia, citata da Malagò nel suo discorso quale ideale-ponte tra passato mitico, presente e futuro imminente. La magia del 6 contempla anche l’unica edizione estiva a Roma, nel ‘60. L’inizio del decennio del boom”.

Vent’anni fa, la torcia era stata disegnata dal centro ricerche di Pininfarina e finì tra le mani di Kostas Philippidis, primatista mondiale di salto con l’asta. Viaggiò da Olimpia verso Atene sulle curve strette delle strade, impiegando dieci giorni per arrivare fino allo stadio Panathinaikos di Atene, dove venne conservata in una delle lampade di sicurezza adoperate dai minatori gallesi. Fu caricata su un C130J dell’aeronautica Italiana e la mattina dell’8 dicembre 2005 Carlo Azeglio Ciampi accese la prima torcia che doveva arrivare a Torino, affidandola nelle mani di Stefano Baldini.

Aveva fatto in Grecia 2.006 km fino a trovare dentro lo stadio ateniese “una lingua di ghiaccio dall’ingresso fino al centro, al cospetto del braciere”, una lingua di ghiaccio che si squagliò “lentamente in un alone d’acqua nel tiepido e inquinato pomeriggio ateniese” come scrisse Repubblica. La grossa preoccupazione in quei giorni erano le proteste nella Val Susa Mario Pescante, ex presidente del CONI e a quel tempo commissario straordinario del governo per i Giochi, disse: «In questo momento la tregua olimpica andrebbe firmata, più che con centonovanta Paesi del mondo, con i paesi della Val Susa».

Nel 1960 la grande inquietudine era un’altra. Le prenotazioni. Mentre la fiaccola arrivava da Atene, tre giorni prima di Ferragosto, il Corriere della sera sospirò. I letti disponibili negli alberghi, nelle pensioni e nelle locande erano saliti a 32 mila, i posti negli istituti e negli alloggi collettivi 20.000, nei campeggi 24.000 e presso privati ce n’erano ancora 50.395, 37.311 dei quali in camere e 11.700 in appartamenti. “L’incerta situazione internazionale e i recenti tumulti in Italia – si leggeva – presentati da qualche giornale straniero sotto una luce assai più drammatica di quella reale, hanno indotto un certo numero di stranieri a disdire la prenotazione, Altre disdette sono venute allorché s’e diffusa la notizia che il C.O. N.I. aveva perfezionato gli accordi con le radiotelevisioni straniere e il cittadino di Parigi o di Londra ebbe la certezza di assistere alle Olimpiadi di Roma dalla poltrona di casa sua”. 

Quell’anno non piovve come stavolta. La fiamma venne accesa regolarmente dai raggi del sole a Olimpia, ma le cronache riferiscono che “le vestali avevano incontrato qualche difficoltà a salire gli alti gradini del tempo di Hera a causa della lunghezza della tunica” [ancora il Corriere]. Un finto Filippide scrisse una lettera a Olimpia da Roma. “li visuali, Olimpia mia, Roma è irriconoscibile, tante sono le nuove strade, i cavalcavia, i sottopassaggi, i viadotti a «esse», i ponti a «otto» e le gallerie. Se uno ce lo portassero con gli occhi bendati e gli levassero la benda all’improvviso all’imbocco, per esempio, del corso Francia, crederebbe di trovarsi al Luna Park con tanto di montagne impropriamente dette russe, mentre si deve dire dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche, ad evitare un’interpellanza alla Camera di qualche deputato P.C.I.”. 

Roma non era soltanto una tappa, ma l’altra metà del mito. Il passaggio della fiaccola tra i due mondi dell’antichità è un dialogo tra padri fondatori, non una storia di vittoria di una cultura sull’altra, ma un dialogo e una mediazione. Perché quello che ancora resta e quello che ancora chiamiamo Occidente è stato fin dall’inizio un concetto tutt’altro che monolitico. È nato da un continuo ibrido di idee e tecniche, di lingue, religioni, adattamenti. La nostra memoria, per essere sana, deve saper riconoscere la pluralità. Non è mai esistito un passato puro. Gli studiosi che hanno fanno storia comparata tra Grecia e Roma ci ricordano che le civiltà sono organismi viventi che mutano e accolgono. Plutarco in Vite parallele ha raccontato gli uomini greci e romani a due a due, uno il prolungamento di un altro. Dionigi di Alicarnasso ci teneva a sottolineare che “i Romani non hanno copiato, ma scelto e raffinato ciò che la Grecia aveva di più nobile”, mentre Polibio descriveva Roma come una superpotenza che aveva assorbito educazione e pensiero dalla Grecia. “Nulla è più potente del costume quando si trasmette da una civiltà all’altra”. 

Fra muri e fili spinati, piani di pace e popoli amputati, oggi c’è di nuovo quella fiaccola che prova a dirci qualcosa. 

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