In silenzio soffro i danni del tempo
Franco Battiato
È un gesto burocratico, ma nel tennis un segnale minimo come questo equivale a un lampo che squarcia la notte. Serena Williams è rientrata nel Registered Testing Pool dell’ITIA e non ci sarebbe alcun motivo per farlo se dentro di sé non sentisse una voce. È il primo passo che bisogna muovere per tornare, mettersi a disposizione della macchina dei controlli anti-doping, dichiararsi sotto esame per sei mesi. Nessuno sa se davvero rivedremo Serena in campo. Lei dice nooo, non è così. Ma da ieri sera esiste di nuovo la possibilità. E la sola possibilità, nel panorama di questi anni, vale come una scossa, una minaccia.
Da quando Serena ha vinto il suo ultimo Slam — Melbourne 2017, incinta di otto settimane senza saperlo — il circuito si è trasformato in una centrifuga. Diciotto giocatrici diverse hanno vinto almeno uno Slam. Per 16 di loro è stata la prima volta e per nove anche l’ultima. Una scena così non era appartenuta a nessuna epoca moderna. È il tennis che consuma e che brucia, il tennis che cambia volto ogni quattro mesi. L’esatto contrario della durata mitologica di Serena, dei suoi 23 titoli in singolare distribuiti in un quarto di secolo.
Ecco perché il suo ritorno, anche solo come ipotesi, dice qualcosa: riguarda lei, ma riguarda anche il vuoto senza di lei. Il vuoto della continuità, del dominio, dell’icona in grado di muovere l’asse del gioco. Per una generazione cresciuta con Serena come nord magnetico, queste stagioni di incertezza sono state una specie di interregno: Osaka è stata un bagliore meraviglioso prima dell’infortunio e della necessità di rimettere ordine nei pensieri. Ashleigh Barty è durata un attimo, prima di scoprire che c’era molto altro fuori dalle linee tracciate su un campo. Iga Swiatek domina a tratti, ma senza mai far dimenticare cosa voglia dire un’egemonia assoluta. Cori Gauff è in ascesa, con la sua storia dolce da erede riluttante ma ancora in cerca di stabilità. Aryna Sabalenka ha sia zanne affilate sia racchette da sfasciare. È un mondo pieno di talento ma senza padrone, o dove le padrone sono friabili.
Questo Serena forse lo vede. E forse, come sempre, sente l’odore del sangue. Il 24° Slam — la sua ossessione, la vetta che la tormenta — è rimasto sospeso tra l’allattamento, quattro finali perse [Wimbledon e US Open 2018, Wimbledon e US Open 2019], i match in cui il corpo non rispondeva più come prima, e la consapevolezza feroce di poter ancora vincere, tecnicamente e mentalmente, contro chiunque. Serena è uscita di scena nel 2022 dicendo che non amava la parola ritiro. In effetti non l’ha pronunciata. Ha detto evolving away. Evolvere altrove. Ma nessuno ha mai creduto davvero che si fosse chiusa per sempre la porta, o forse così è bello credere da ieri sera.

Forse non ha pronunciato quella parola perché c’era Venus, la sorella che a 45 anni entra nei tabelloni, prende wild card, gioca per una ragione semplice e inappellabile, sentirsi ancora viva lì dentro. Serena deve aver guardato la sorelle e deve essersi chiesta se quella fiamma, sotto la cenere, non stesse bruciando da qualche parte pure nei suoi paraggi. Le Williams non sono mai state solo sorelle o solo colleghe o rivali. Sono state un’unica storia. Se una va avanti, l’altra sembra in dovere di non spegnersi.
Serena conosce il tennis di oggi: sa quanto sia aperto, sa che una campionessa della sua grandezza non si troverebbe davanti un impero da scalare, ma qualcosa di più simile a un arcipelago di talenti intermittenti. Nessuna Navratilova, nessuna Graf, nessun’altra Serena. Uno US Open in doppio misto potrebbe essere il suo obiettivo. Potrebbe prenderlo in un battibaleno. E il ventiquattresimo Slam in singolare? Sarebbe un miracolo ma ne ha già fatti.
C’è chi dirà che tornare a 44 anni compiuti è troppo tardi, qualcuno lo troverà un segno della povertà della scena. È più facile stare al mondo da cinici che da curiosi. Gli scettici ne hanno sempre viste tante, gli entusiasti passano per ingenui. Serena ha costruito la sua mitologia facendo saltare i confini di ciò che è possibile. Il tennis degli ultimi sette anni ha dimostrato che nessuna signora tiene il timone per più di una stagione. In un mondo così liquido, il solo sussurro del suo nome rimette tutto in prospettiva. Tornare non significa vincere. Tornare vuol dire scegliere di misurarsi con sé stessa. Con il proprio corpo, con la propria furia competitiva, con quella luna che ha inseguito per tutta la carriera. È un’altra bella storia di cui innamorarsi.
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